Il film della settimana è “Noi 4” per la regia di Francesco Bruni con Ksenia Rappoport, Fabrizio Gifuni, Lucrezia Guidoni e Francesco Bracci Testasecca.
In linea generale non è certo entusiasmante l’insistenza del nostro cinema nello sfornare commedie in salsa familiare e per lo più romana, però Francesco Bruni, storico sceneggiatore di Virzì nonché esordiente tre anni orsono dietro la macchina da presa con l’ottimo “Scialla!”, meritava grande attenzione e giustificata curiosità per l’attesa replica. Ora ci sembra che “Noi 4”, senza tradire le aspettative dei tanti che hanno colto le vivide e non omologate scintille dell’opera prima, susciti alternanza tra le impressioni favorevoli e quelle deludenti sul neo-profilo di regista: la scrittura e soprattutto i dialoghi sono di alto livello, specie se paragonati a quelli più diffusi tra i colleghi della stessa generazione e i comuni orientamenti; le recitazioni sono controllate senza forzature, mentre la qualità di messinscena, ammesso che sia di per sé importante, si limita a una disinvoltura senza guizzi; il gioco (pericoloso) di costeggiare il sentimentalismo edulcorante e coltivare l’indulgenza per la tipologia metropolitana, borghese e “progressista” della società talvolta sospinge, talaltra abbassa il livello dell’intreccio; il timore strisciante di lasciare i temi troppo sospesi – proprio come succede nella vita- produce un’overdose di finali.
Il congegno narrativo, credibilmente ispirato dai risvolti complicati degli odierni sistemi relazionali dentro e fuori il matrimonio tradizionale, incrocia sin dall’incipit e per la durata di una sola giornata di giugno i percorsi pratici e psicologici di quattro personaggi principali. Gifuni è l’ex marito Ettore, artistoide cialtrone e sfaticato, ma quantomeno allegro e rilassante; Rappoport è la sua ex moglie russa Lara, lavoratrice indefessa, ma anche per questo nevrastenica e sfiduciata; Guidone è Emma, la figlia che venera il padre, ma ancora di più il proprio fanatismo d’aspirante attrice; Bracci Testasecca è Giacomo, il figlio timido, ma sempre vigile nel difendere la mamma che conosciamo quando è alle prese con alcuni dei topici impatti dell’adolescenza. Le distonie che interessano il regista e nelle sue intenzioni dovrebbero divertire lo spettatore aperto a modelli meno grezzi di commedia non riguardano tanto la diaspora degli affetti causata dalla separazione dei coniugi, quanto la (mezza) tragedia dell’intero quartetto nostalgico del nucleo protettivo frantumato, ma perseguitato dal caos quotidiano della metropoli, dei suoi riti e dei suoi abitanti.
Altro che “La grande bellezza”: la Roma del toscano Bruni mette quasi paura, sia quando –a dispetto degli estatici intermezzi di tramonti e albe catturati dal direttore della fotografia Catinari- si presenta come un frastornante, martellante, pervasivo cantiere a cielo aperto, sia quando propone l’infelice contrappunto della sopravvivenza di qualche raggio di sole societario (tutta la parte incentrata sul famigerato Teatro Valle “okkupato”).
Non dispiace per principio, ovviamente, che il film finisca per mettere la sordina alle fonti d’amarezza per irrobustire la speranza nella forza dei vincoli che impediscono all’amore di spegnersi e possono sempre riemergere come un fiume carsico; quello che vorremmo chiedere al riaccendersi delle luci è il passo in avanti di un autore in grado di staccarsi dai lidi conosciuti per tuffarsi nel vasto mare della tragicommedia umana.








