In via Caracciolo ci sono praticamente cresciuto come moltissimi napoletani.
Ma quella mattina, pervaso da un senso d’inquietudine, forse perché costretto a districarmi tra i mille, ignobili, ostacoli del suk demagistrisiano che offendono la prospettiva del più famoso luogo-simbolo di Napoli, percepivo con più forza la negazione collettiva di ogni speranza del cambiamento ed il mio sguardo continuava a correre sull’orizzonte, laddove l’elemento vitale per Napoli si fonde con il cielo, alla ricerca di un perché. Il nostro mare è il Mediterraneo. Non uno qualsiasi, al punto che indusse gli antichi greci a creare un nuovo termine che lo definisse più propriamente. Nel loro lessico, infatti, esisteva già talassa, ma non era adeguato alla realtà, troppo indefinito, generico. Pertanto riferendosi alla caratteristica unica di questo mare interno che è quella di congiungere più che dividere, crearono il termine di Mesogeios, il mare tra le terre.
Per i Fenici il Mediterraneo era il luogo dei traffici, dei passaggi. Per le Repubbliche marinare il luogo dei commerci e della conquista. Per Omero e Virgilio è la ricerca antropologica della pace interiore, il ritorno a casa. Il mare non è quindi uno sfondo, ma è il luogo dei passaggi, delle fughe, dei ritorni, dell’approdo finale.
Già, ma per i napoletani che cosa rappresenta il mare? A dare una risposta, ci ha provato recentemente il Circolo Artistico Politecnico con un ciclo d’incontri di alto profilo culturale, organizzati dal dinamico presidente, Adriano Gaito, dedicati appunto ai vari aspetti dell’elemento marino nostrano: un mare di sudore (lavoro), un mare di immagini (forma urbis), un mare di arte e letteratura. Ma neanche in quelle occasioni ho trovato la risposta che cercavo.
Il mare a Napoli è ancora considerato un aspetto scenografico della città, un fondale inerte, un mezzo per evocare, nella migliore delle ipotesi, romantiche emozioni. Il mare continua a non lambire l’anima dei napoletani. Ma perché?
Eppure dovrebbe rappresentare una delle fonti più rilevanti del reddito sociale. E nel corso delle mie elucubrazioni, spesso mi tornava in mente il nome di Ellis Island. Il mare del dolore… Dando vita ad un gioco provai a chiedere a qualche passante: “Mi scusi, cosa le ricorda Quarto?”. Ricevetti le risposte più stravaganti, dalla misura di peso alla cittadina dell’hinterland flegreo. In pochi ricordarono il luogo scelto dagli avventurieri di Garibaldi per partire alla conquista del florido Regno duo siciliano.
Figurarsi poi cosa sarebbe uscito dalle loro labbra se gli avessi chiesto di Ellis Island. Solo per ripeterlo a me stesso, Ellis Island è una piccola isola alla foce del fiume Hudson nella baia di New York. Un vecchio arsenale trasformato in stazione di sosta ed utilizzato, dalla fine dell’Ottocento fino alla sua chiusura negli anni Cinquanta, quale sede per il disbrigo delle pratiche per l’accesso degli immigranti sbarcati negli States. Attraverso i suoi accessi passarono più di 12 milioni di derelitti mentre altri 8 milioni erano già transitati prima della sua operatività per il Castle Garden Immigration Depot di Manhattan. Nei saloni gli immigrati venivano visitati dai Medici del Servizio Immigrazione. Gli abili passavano nella Sala dei Registri ove uno stuolo d’ispettori, dopo aver annotato le generalità, luogo di destinazione, disponibilità di denaro, professione e precedenti penali, rilasciava loro il permesso di sbarco. Attualmente l’edificio ospita l’Ellis Island Immigration Museum mèta di quasi due milioni di visitatori all’anno con indiscutibili ricadute in termini economici e culturali. Di quella enorme massa di anime migratorie, una parte considerevole proveniva dal Mezzogiorno d’Italia via porto di Napoli.
Quindi viene naturale domandarsi: ma se a New York esiste un museo dell’immigrazione, da noi, dovrebbe figurare ovviamente quello dell’emigrazione. Non affannatevi a cercarlo, ci poteva essere ma non c’è. Ci aveva, ad onor del vero, pensato Don Antonio da Afragola, governatore della Regione Campania, a creare il Museo dell’Emigrazione.
L’Autorità portuale prontamente aveva reso disponibile allo scopo il settecentesco edificio del Vaccaro così che l’Immacolatella Vecchia, dopo aver partecipato da protagonista indiscussa con piazzali e stanzoni al doloroso esodo, lo avrebbe potuto raccontare ai discendenti dei migranti e alla città attraverso le immagini e gli audiovisivi di sei sezioni museali: la Galleria della Memoria, il Viaggio, il Muro della Memoria, Riannodiamo i fili, il Mare, il Centro studi internazionali. Bassolino aveva dimostrato tanta concreta determinazione costituendo, a novembre del 2005, con un atto della giunta regionale, la Fondazione Museo dell’Emigrazione e nel 2007, con un decreto presidenziale, gli organismi della Fondazione Museo dell’Emigrazione, rendendola così operativa. Dopo due anni di assoluta inattività, il Consiglio d’amministrazione del Museo considerata “la prolungata assenza di risposte, da parte della Regione Campania, a una serie di questioni fondamentali per il Museo della stessa Fondazione e per l’avanzamento del progetto del Museo dell’Emigrazione…” rimetteva il proprio mandato nelle mani di Bassolino.
Incredibile e pur vero. E la ragione è ancora più disarmante perché la scomparsa del Museo visto e non visto (e costato anche qualche soldo pubblico…) era da imputare esclusivamente alla caduta d’interesse della Regione Campania ancora guidata da Antonio Bassolino. A pensar male si potrebbe affermare che il massimo ente territoriale politico/amministrativo abbia ritenuto quanto meno inopportuno dover spiegare ai napoletani – e più vastamente alle genti del Mezzogiorno – che la diaspora del popolo meridionale principiò con la cancellazione degli usi civici dei beni ecclesiastici e della Corona.
Abrogazione che mise i cafoni nella condizione di scegliere se diventare brigante o emigrante. L’esodo cominciò con la conquista piemontese ed assunse dimensioni bibliche quando Francesco Crispi, altro collaborazionista dei savoiardi, promosse la “guerra dei dazi” contro la Francia per tutelare l’industria del Nord, penalizzando, di fatto, l’intera agricoltura del Sud e le sue produzioni che finirono fatalmente fuori mercato.
Senza lavoro e senza terra ai cafoni dell’ex Regno non restava altra scelta che lasciare casa ed affetti e andar a cercar fortuna nelle lontane Americhe. L’edificio dell’Immacolatella Vecchia è già di per sé un “luogo della memoria” ma non è sufficientemente riconoscibile. Per farlo ha bisogno di un forte aggancio con la memoria collettiva come solo un museo può garantire. E’ forse la riappropriazione della memoria storica collettiva che si vuole evitare? Per l’Immacolatella come per l’Oltremare, per il patrimonio storico- monumentale come per le eccellenze vive e pulsanti della nostra tradizione artistica e culturale. E potrei continuare… Dipanando, infatti, i “fili” conduttori della storia, senza alcuna interruzione, si connette il presente alle esperienze e scelte passate e si proietta il senso di queste ultime in un progetto per il futuro. Del resto, la Storia è maestra di vita, anche se, a Napoli, sembra non aver scolari. Ricordare è un esercizio fondamentale per l’identità individuale e collettiva. Confrontarsi con la storia senza amnesie più o meno interessate, accettarne le responsabilità, significa creare o rinsaldare un comune sentire.
Quel sentimento collettivo che manca ai partenopei e che è alla base della “malinconia civile” che l’affligge.












proprio così è il rifiuto della memoria una delle principali cause del degrado di Napoli e quindi del Mezzogiorno.E’una pratica che ha visto impegnati coloro che non hanna l’onestà intellettuale di riconoscere i guasti prodotti da dottrine politiche che si sono temporaneamente affermate salvo a rivelare le conseguente nefaste di scelte incoerenti e frutto di una filosofia politica che ha sfregiato la storia e quindi il futuro. di intere generazioni,
complimenti lidio.quale progetto futuro per chi rinnega la memoria del passato?nessuno
Malinconia e rabbia di un Napoletano ferito che ci fa da portavoce e ci ravviva la memoria ! Grazie Lidio !!!