di Valerio Caprara
Il film Di Jaume Collet-Serra (con quartetto di grandi protagonisti Liam Neeson, Ed Harris, Joel Kinnaman e Vincent D’Onofrio) è la giusta alchimia tra le scariche d’adrenalina e il superomismo e la violenza compressa, psicotica e ambigua dei thriller degli anni Settanta. Un quartetto di grandi protagonisti
Se in pochi s’interessano alle teorie sul concetto di tempo cinematografico, il congegno narrativo riassumibile nella dicitura “tutto in una notte” gode invece di un’ottima tradizione presso lo sterminato popolo del thriller.
Ed è proprio quello a cui ricorre lo spagnolo Collet-Serra, tanto sicuro di sé da ottenere per il miglior esito di “Run All Night” un cast di autentici dominatori della sequenza: Liam Neeson, ormai definitivamente traslocato dal salotto del cinema impegnato all’arena dell’azione dura e impura, nonché giunto alla terza collaborazione con il regista straniero opzionato da Hollywood; Ed Harris, scavato e febbrile, boss più minaccioso di quelli immortalati dai fotografi di cronaca nera; Vincent D’Onofrio, detective che giammai molla la presa; lo scolpito svedese Joel Kinnaman, non a caso già protagonista del remake di “RoboCop”; il glorioso veterano Nick Nolte, riesumato per il curioso cammeo del fratello del protagonista invecchiato, ingrassato e barbuto come un novello Falstaff.
Più il bonus di New York, che ogni volta daresti per decotta nel ruolo di sfondo e ogni volta ti fa credere che in nessun’altra parte del mondo si sarebbe potuta svolgere anche questa storia.
Le ore disperate dell’ex killer Conlon, dismesso dalla propria famiglia e ritiratosi per dimenticare, però costretto da un nefasto evento a riconquistare nella sua notte natalizia più buia la perduta dignità sfuggendo alla caccia dell’implacabile e ruggente ex amico mafioso e della polizia corrotta, non rappresentano ovviamente una novità (a parte gli effetti modello Google Maps delle vertiginose variazioni dei punti di vista sulla carta topografica); eppure, oltre al ritmo particolarmente veemente comprensivo d’incontri, scontri e agguati girati e recitati, alla faccia dei maniaci degli effetti speciali, come il buon vecchio artigianato popolare comanda, esse garantiscono sia la salda tenuta dell’impianto che una certa credibilità psicologica (in prodotti analoghi qualità attualmente date spesso per sconosciute o disperse).
Peccato che proprio sul più bello, quando cioè s’avvicina a colpi di montaggio sempre più frenetico lo showdown finale, ispirato chiaramente ai sempreverdi americani del noir e del western, le smargiassate sanguinarie attribuite come per obbligo sindacale al taurino divo irlandese stancano lo spettatore e appesantiscono la forza sia pure evasiva dell’ordito romanzesco.
Detto questo va anche aggiunto che la nient’affatto scontata scommessa registica di trovare la giusta alchimia tra le squassanti scariche d’adrenalina e il superomismo pulp peculiari dello stile postmoderno e la violenza compressa, psicotica e ambigua di quello in auge nei thriller anni Settanta potrà considerarsi al riaccendersi delle luci all’ottanta per cento vinta.












