di Eduardo Palumbo
Da Pozzallo a Milano. Dal Papa a Mattarella. Da Expo agli antagonisti. La strada è lunga, lunghissima. E anche il primo maggio assume contorni diversi, al di là della retorica e degli schieramenti.
Cominciamo dalle due facce dell’Italia dell’accoglienza, quella che vede i disperati dell’altra parte del mare, arrivare su barconi di morte, sull’onda della speranza e l’angoscia del futuro, i nuovi boat people, e quella che vede gli stranieri arrivare in aereo e con le carte di credito, la grande globalizzazione del mercato alimentare, il supermarket del cibo e delle idee d’alimentazione, un menù di piatti, di soldi e di pil, nutriamo il pianeta ma, soprattutto, i conti in banca.
Povertà, lavoro, sopravvivenza, fame e dignità. Questo primo maggio è un minestrone dove c’è di tutto, e papa Francesco cerca di tenere tutto insieme, parlando semplicemente, un appello a cuore aperto. “Esiste la voce di tanti poveri che fanno parte di questo mondo e cercano di guadagnarsi con dignità di che vivere. Vorrei farmi voce di questi fratelli, che Dio ama come figli. Dio ci ha insegnato a chiedere a Dio Padre dacci oggi nostro pane quotidiano… L’Expo è occasione propizia per globalizzare la solidarietà, per valorizzare le coscienze pensando alle persone che oggi hanno fame, che oggi non mangeranno, e non mangeranno in modo degno di un essere umano”
Parole che a Pozzallo, Pozzaddu, una manciata di chilometri da Ragusa, il comune del BelPaese dove il sole batte di più insieme a Pachino, contadini, pescatori ed ora migranti, rimbalzano con forza, perché fotografano una realtà difficile che fa parte del quotidiano, la difficile arte dell’arrangiarsi e della sopravvivenza. I sindacati tradizionali, la vecchia triplice, si è riunita a piazza Rimembranza, la piazza buona di Pozzallo, per celebrare la festa delle feste, quella con le bandiere e l’orgoglio sindacale. “Non abbiamo più parole per dire quello che succede nelle acque del Mediterraneo”. Ha aperto così, “prendendo le parole di un poeta”, il suo intervento il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ricordando che “l’articolo 10 della Costituzione dice che c’è il diritto di asilo in questo Paese e poi l’articolo 11 che l’Italia ripudia la guerra”.
Ma è guerra tutti i giorni, ormai. Per tutti. La crisi economica non ha solo raddoppiato il tasso dei senza lavoro, ma anche impoverito sempre di più chi un lavoro ce l’ha, un livellamento verso il basso senza fine. I dati dell’Osservatorio JobPricing, forniscono una realtà disarmante: gli italiani che hanno una busta paga negli ultimi sette hanno perso uno stipendio all’anno come potere d’acquisto complessivo. E poi ci sono tutti quelli che un lavoro non ce l’hanno, la disoccupazione è al 13 per cento, un giovane su due non ha lavoro, sette giovani su dieci non hanno neanche più speranze. E se in un Paese i giovani non hanno più speranze, non c’è futuro.
Lo sa bene il Presidente della Repubblica, lo sa bene e come potrebbe essere diversamente? “ La festa del lavoro deve risvegliare speranze ed impegni condivisi, ma per farlo deve basarsi su parole sincere. L’assenza di lavoro è ferita lacerante nel corpo sociale e quanti chiedono lavoro non possono essere lasciati senza risposte concrete” ha detto Sergio Mattarella. “Ci troviamo ad un crocevia decisivo e ciò che accadrà nei prossimi mesi condizionerà un ciclo lungo..”
Le frecce tricolori volteggiano nel cielo sopra Milano, lasciando scie di speranza, gli antagonisti e i black bloc saccheggiano il centro città, rompendo vetrine, incendiando auto, assalendo la polizia. L’esercito del No si è schierata, armi, bagagli e rabbia anche contro l’Expo, ultimo rituale della globalizzazione. Niente di nuovo sotto il fuoco della contestazione. Guerriglia urbana già vista, un rituale noto, l’antagonismo, l’esercito del No conosce solo queste dinamiche. Speriamo solo che non ci scappi il morto, e vi siano nuovi “eroi”.
Sei mesi, 140 Paesi, 20 milioni di visitatori attesi, un costo di 5,4 miliardi di euro, un indotto stimato di più di 50 miliardi, l’esposizione universale è un grande caleidoscopio che 109 anni dopo dall’edizione del 1906 è tornato a Milano. Era il marzo 2008 quando il capoluogo lombardo fu designato dal Bureau of International Expositions, battendo in un conclusivo testa a testa la città turca di Smirne. Sono stati sette anni complessi con tantissimi stop and go, cambi di amministrazione (a Milano ai tempi c’era Letizia Moratti, ora c’è Giuliano Pisapia) e una lunga serie di governi (Berlusconi, Monti, Letta e Renzi).
“Oggi inizia il domani! L’impresa più bella inizia oggi” Matteo Renzi ha abbracciato l’avventura Expo contro gli Expo-gufi, gli Expo-scettisci e gli Expo-allarmisti. Il coro di bambini ha cantato l’inno di Mameli riveduto, corretto e rottamato cambiandone il testo da “siam pronti alla morte” in “siam pronti alla vita… l’Italia chiamò”. Sono i miracoli del renzismo. “Dimostriamo con l’Expo che l’Italia è orgogliosa delle sue radici, delle sue tradizioni – ha commentato il premier – il nostro vertiginoso passato ci invita a costruire e non soltanto a ricordare” Le voci bianche infatti hanno cambiato il finale da “siam pronti alla morte” in “siam pronti alla vita… l’Italia chiamò”
Una cosa è certa. Per quanto successo possa avere, l’Expo milanese non batterà il record di Shanghai del 2010.In sei mesi la città cinese portò all’Esposizione universale 73 milioni di visitatori polverizzando il record di 64 milioni stabilito dall’Expo di Osaka del 1970. Pazienza.

















