di Valerio Caprara
Un metro e novantasei di terrificante presenza. Quando nel ‘58 gli spettatori attendono la prima apparizione dell’antieroe di “Dracula il vampiro” non s’aspettano che l’ingegnoso artigiano inglese Fisher, in piena sintonia con lo sceneggiatore Sangster adepto del romanzo di Stoker, intenda ripudiare mascheroni e truculenze dei precedenti americani.
Ai loro occhi, come a quelli del malcapitato Harker, si materializza, invece, in cima a una scalinata l’oscura figura del signore e padrone del castello di cui viene seguita gradino per gradino in campo lungo la discesa fino a quando il leitmotiv della colonna sonora non si decide a introdurne il primo piano: “Sono Dracula, sono lieto di darvi il benvenuto”.
Sir Christopher Frank Carandini Lee, scomparso a Londra dov’era nato il 27 maggio 1922, ha recitato nel corso di sessantanni di carriera in circa 280 film, ma la sua versatile classe non ha mai potuto sorpassare l’intensità di quel brivido iniziale (rafforzato per noi italiani dalla superba voce di Renato Turi) contestuale alla tenebrosa imponenza del personaggio strappato agli espressionismi in stile Universal e reimmerso nella fonte stessa della letteratura gotica, l’Inghilterra vittoriana.
Già malinconico menestrello della mostruosità in “La maschera di Frankenstein” realizzato due anni prima da Fisher per la casa di produzione low budget Hammer, l’attore, doppiatore e cantante ha interpretato il malvagio transilvano in altre undici pellicole (di cui sette della stessa mitica serie) ed è stato uno dei cattivi più carismatici della storia del cinema prima di diventare l’idolo delle ultime generazioni di cinefili nelle vesti di conte Dooku nella trilogia prequel di “Guerre stellari” e dello stregone Saruman il Bianco in quelle di “Il Signore degli Anelli” e “Lo Hobbit”.
Figlio di un ufficiale dell’esercito e dell’italiana Estelle Carandini dei marchesi di Sarzano nonché cugino dello scrittore Fleming (non a caso si è anche incarnato in uno dei migliori avversari di Bond, l’irriducibile Scaramanga di “L’uomo dalla pistola d’oro”), il futuro Commendatore dell’ordine dell’Impero britannico -però mai nominato (vergogna) agli Oscar- debutta sul grande schermo nel ’48 dopo avere servito nel corso della guerra la Royal Air Force e il servizio di spionaggio.
Esordiente in piccoli ruoli dell’”Amleto” di Olivier e “Vittoria amara” di Ray, si dimostrerà nel tempo a suo perfetto agio in ogni tipo di film di genere e al servizio di registi senza fronzoli del livello di Siodmak, Huston, Powell & Pressburger, i nostri Steno, Bava e Mastrocinque, Wilder (nel sublime “Vita privata di Sherlock Holmes”), Spielberg, Lester, Landis, Burton, Scorsese; ma è indubbio che l’apogeo delle sue potenzialità coincide con le stigmate impressegli da Fisher e Sangster: elegante e struggente, il suo Dracula codifica il mito del vampiro esprimendone caratteristiche fino a quel momento trascurate come l’erotismo e il senso d’attrazione/repulsione da esso suscitato nelle vittime consenzienti.
La sequenza, per esempio, in cui Lucy aspetta che la silhouette del conte appaia nella porta-finestra della stanza in cui è rinchiusa perché “malata d’anemia” è un capolavoro di morbosità traslata, pluricitata dalla cinefilia d’avanguardia francese anche perché esaltata dal registro stilizzato di rosso cupo, turchese e nero della fotografia di Asher, il maestro dell’Eastmancolor.
Del resto, il retaggio del trio composto con gli amici-colleghi-rivali “mostri del castello accanto” Vincent Price e Peter Cushing resta uno dei più affascinanti della storia del cinema proprio perché indissolubilmente connesso al suo intrinseco fascino linguistico e iconografico. Autore di numerosi libri, tra cui un’arguta biografia (“Tall, Dark and Gruesome”, poi ripubblicata in edizione ampliata col titolo “Lord of Misrule”), Lee è stato sposato con l’attrice danese Birgit Kroencke da cui ha avuto nel ’63 la figlia Christina Erika.
Non molti fan, peraltro, conoscono e apprezzano le sue curiose performance in qualità di voce narrante della saga musicale del gruppo power metal “Rhapsody of fire” e dell’album “Battle Hymns” del gruppo Manowar, nonché come interprete in proprio con supporto orchestrale del concept album “Charlemagne – By the Sword and the Cross”.















