Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

Quando non solo la vita
è oscena…

di Valerio Caprara

Il lavoro multimediale del film di Renato De Maria (con Clement Metayer, Isabella Ferrari, Roberto De Francesco e Andrea Renzi) sulle immagini (musica, pittura, fumetto) anziché i voluti effetti onirici e visionari finisce col proporre al pubblico un accumulo di ordinari e quindi innocui eccessi.

maxr Dispiace scoprire come a volte intenzioni e impostazioni audaci si dissolvano nella nuda e cruda realtà del risultato. E’ quello che secondo noi è successo a “La vita oscena”, uscito a scoppio ritardato per colpa della brutta accoglienza registrata all’ultima Mostra di Venezia: tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Aldo Nove e diretto da un cineasta tutt’altro che sprovveduto come Renato De Maria (“Paz!”), il film prova a riprodurne il doloroso itinerario autodistruttivo, ma poi non regge la sfida e il taglio e il tono s’arenano nelle secche più temute dagli artisti maledetti, la pretensione filosofeggiante e il ridicolo involontario.

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Già non costituisce un buon viatico l’abuso della voce narrante fuori campo –per di più assegnata a quella particolarmente stridula di Fausto Paravidino-, ma la cosa grave è che il lavoro multimediale sulle immagini (musica, pittura, fumetto) anziché i voluti effetti onirici e visionari finiscono col proporre al pubblico un accumulo di ordinari e quindi innocui eccessi.
La storia è quella vera di Nove (pseudonimo di Antonio Centanin, protagonista con Scarpa, Ammaniti e Santacroce del movimento letterario dei Cannibali) che tra i 16 e i 17 anni vede morire in tragica successione il padre e la madre: per l’adolescente rimasto pressoché solo al mondo il trauma è così devastante da indurlo a oltrepassare tutti i limiti sprofondando nel convulso abisso della droga, il sesso mercenario, il rock estremo e il culto del nichilismo poetico.

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Bando ai moralismi borghesi, però: l’unica ”oscenità” accertata si configura per Nove e De Maria (ma non si tratta certo di uno scoop e tantomeno sullo schermo) come il senso ultimo della vita, sprovvista per chi non gode del conforto di una fede religiosa o politica di un qualsivoglia riparo alle violenze, le beffe, le ingiustizie che sempre ci minacciano e spesso ci percuotono con sinistra casualità.

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Le componenti stilistiche del quadro narrativo sarebbero anche pregevoli, specialmente per quanto riguarda la fotografia di Daniele Ciprì, ma il cruciale interprete francese Métayer (“Qualcosa nell’aria”) rischia d’impoverirle a ogni scatto di fotogramma con la sua fissità ottusa, il suo anonimato espressivo e la sua presto insopportabile ‘coazione a ripetere’ delle deambulazioni e volteggi sullo skateboard. Né aiutano la congruità di questa sorta di balletto di perdizione pop i non bene amalgamati avanti-indietro nel tempo, gli scorci di una scontata Milano “corrotta” dal delirio edonistico e soprattutto le riapparizioni che si vorrebbero magicamente tenere della mamma stroncata dal male incurabile, una Ferrari forse poco convinta d’incarnarsi in una serie di flash tra il kitsch e l’hippie.

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