di Valerio Caprara
Il lavoro multimediale del film di Renato De Maria (con Clement Metayer, Isabella Ferrari, Roberto De Francesco e Andrea Renzi) sulle immagini (musica, pittura, fumetto) anziché i voluti effetti onirici e visionari finisce col proporre al pubblico un accumulo di ordinari e quindi innocui eccessi.
Dispiace scoprire come a volte intenzioni e impostazioni audaci si dissolvano nella nuda e cruda realtà del risultato. E’ quello che secondo noi è successo a “La vita oscena”, uscito a scoppio ritardato per colpa della brutta accoglienza registrata all’ultima Mostra di Venezia: tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Aldo Nove e diretto da un cineasta tutt’altro che sprovveduto come Renato De Maria (“Paz!”), il film prova a riprodurne il doloroso itinerario autodistruttivo, ma poi non regge la sfida e il taglio e il tono s’arenano nelle secche più temute dagli artisti maledetti, la pretensione filosofeggiante e il ridicolo involontario.
Già non costituisce un buon viatico l’abuso della voce narrante fuori campo –per di più assegnata a quella particolarmente stridula di Fausto Paravidino-, ma la cosa grave è che il lavoro multimediale sulle immagini (musica, pittura, fumetto) anziché i voluti effetti onirici e visionari finiscono col proporre al pubblico un accumulo di ordinari e quindi innocui eccessi.
La storia è quella vera di Nove (pseudonimo di Antonio Centanin, protagonista con Scarpa, Ammaniti e Santacroce del movimento letterario dei Cannibali) che tra i 16 e i 17 anni vede morire in tragica successione il padre e la madre: per l’adolescente rimasto pressoché solo al mondo il trauma è così devastante da indurlo a oltrepassare tutti i limiti sprofondando nel convulso abisso della droga, il sesso mercenario, il rock estremo e il culto del nichilismo poetico.
Bando ai moralismi borghesi, però: l’unica ”oscenità” accertata si configura per Nove e De Maria (ma non si tratta certo di uno scoop e tantomeno sullo schermo) come il senso ultimo della vita, sprovvista per chi non gode del conforto di una fede religiosa o politica di un qualsivoglia riparo alle violenze, le beffe, le ingiustizie che sempre ci minacciano e spesso ci percuotono con sinistra casualità.
Le componenti stilistiche del quadro narrativo sarebbero anche pregevoli, specialmente per quanto riguarda la fotografia di Daniele Ciprì, ma il cruciale interprete francese Métayer (“Qualcosa nell’aria”) rischia d’impoverirle a ogni scatto di fotogramma con la sua fissità ottusa, il suo anonimato espressivo e la sua presto insopportabile ‘coazione a ripetere’ delle deambulazioni e volteggi sullo skateboard. Né aiutano la congruità di questa sorta di balletto di perdizione pop i non bene amalgamati avanti-indietro nel tempo, gli scorci di una scontata Milano “corrotta” dal delirio edonistico e soprattutto le riapparizioni che si vorrebbero magicamente tenere della mamma stroncata dal male incurabile, una Ferrari forse poco convinta d’incarnarsi in una serie di flash tra il kitsch e l’hippie.








