di Valerio Caprara
Un film orgogliosamente anti-narrativo e ostile alla produzione mainstream, dove Pulcinella non è solo uno sciocco credulone, ma anche l’antieroe ambiguo ma ribelle che discende dalla figura greca dello Psicopompo, bianco come il sudario anticamente avvolto sui morti e nero come la maschera applicata al cadavere la notte prima dei funerali. Pulcinella perde l’immortalità quando si toglie la maschera recuperando, così, un’amara quanto necessaria consapevolezza
Neppure in un festival ipercinefilo come quello di Locarno, in pieno svolgimento con il solito straripante consenso di pubblico, era scontata l’ottima accoglienza riservata a “Bella e perduta”, opera prima del documentarista casertano Pietro Marcello e unico titolo italiano accolto in competizione. Da un iniziale progetto, risalente addirittura ai racconti di Piovene, di film itinerante attraverso l’Italia per raccontarne la bellezza secondo l’autore “perduta” è nata, in effetti, questa curiosa e ambiziosa fiaba contemporanea che, grazie anche alla forte impronta del cosceneggiatore Maurizio Braucci, si sviluppa tutta attorno alle tragiche vicissitudini della Terra dei fuochi e del Real Sito di Carditello in particolare.
La consistenza e la qualità del film, a prescindere dai gusti, sono ad alto rischio perché la metafora portante del Pulcinella (Sergio Vitolo) inviato nella Campania dei giorni nostri per esaudire le ultime volontà del pastore Tommaso che si prendeva cura della splendida residenza borbonica lungamente abbandonata al degrado (ma in seguito recuperata con la coraggiosa collaborazione dell’ex ministro Bray e in qualche modo restituita ai cittadini) ha richiesto uno stile ondivago, pericolosamente in bilico tra l’ascetismo sperimentale e il compiacimento poetico-autoriale (le musiche che alternano Respighi e Nino D’Angelo), il riferimento nazional-popolare (il bufalotto parlante e lacrimoso che Pulcinella vorrebbe salvare dalla triste sorte assegnata ai maschi della preziosa specie si chiama Sarchiapone in omaggio alla “Cantata dei pastori”) e il sussidio etnografico (gli inserti degli spezzoni filmati delle antiche tradizioni pastorizie locali).

Subita con qualche imbarazzo l’immancabile raffica di accostamenti sparatagli addosso in conferenza stampa (Pasolini, Bresson, Bene e chi più ne ha…), Marcello e Braucci propongono ai futuri, ma non sicuri fruitori (s’ignorano le intenzioni del distributore Istituto Luce al riguardo) di “Bella e perduta” una lettura sommariamente politica (“lo sfacelo apocalittico della Terra di lavoro e il giogo della camorra sono colpa dell’industrializzazione forzata degli ultimi cinquant’anni”), ma soprattutto mitico-simbolica: “Pulcinella perde l’immortalità quando si toglie la maschera recuperando, così, un’amara quanto necessaria consapevolezza.
Il suo personaggio, vogliamo ribadire con questo film orgogliosamente anti-narrativo e ostile alla produzione mainstream, non è solo quello dello sciocco credulone, ma anche quello dell’antieroe ambiguo ma ribelle che discende dalla figura greca dello Psicopompo, bianco come il sudario anticamente avvolto sui morti e nero come la maschera applicata al cadavere la notte prima dei funerali. E in ogni caso la natura si rigenera, l‘uomo si ammala”.










