di Valerio Caprara
Una scultura di cristallo. Armonica, raffinata, rilucente, seducente: poi la guardi meglio e scopri una crepa, ti avvicini di più e ne scorgi qualcun’altra. Se poi decidi di sfiorarla, la senti al tatto un po’ ruvida e ispessita. Queste ci sembrano le prerogative di Carol , l’acclamato melodramma dello specialista Todd Haynes: un film ricco di qualità che a un esame approfondito purtroppo può svelare di essere una copia, un ricalco, un’imitazione per quanto virtuosistica
L’autore di “Lontano dal paradiso”, “Io non sono qui” e della miniserie HBO “Mildred Pierce” (a tutt’oggi la sua opera più consistente) torna, in effetti, a esibirsi nel rigoglioso sottogenere saffico affidandosi, con la complicità di fotografia e scenografia che sembrano estratte da uno dei superbi album retrò delle edizioni Taschen, a una sola pietra preziosa autentica e inestimabile e cioè all’attrice Cate Blanchett già carissima ai cinefili e agli spettatori più avvertiti.
La cui lezione interpretativa soggioga, ma non soffoca quella di Rooney Mara che nella trama tratta dal secondo romanzo della giallista Highsmith “The Price of Salt/Carol” (edito da Bompiani) è la ventenne commessa Thérèse di cui s’invaghisce la quarantenne, sofisticata e coniugata altoborghese protagonista.
Siamo a New York e grazie al prolungato flashback, innescato quando lo scandalo è diventato di dominio pubblico, planiamo nel Natale del 1952, quando l’ex generale Eisenhower riporta i repubblicani alla Casa Bianca e sugli States soffiano i primi venti gelidi della Guerra fredda.
Anziché rientrare a casa con il regalo per la figlia, la recidiva Carol in procinto di divorziare dal marito-padrone strappa la ragazza dalle sue indecisioni psico-sessuali e la trascina con sé in un viaggio che oscilla tra quello di “Lolita” col suo lascivo professore e quello delle cine-martiri femministe per antonomasia “Thelma & Louise”. La presunta dannazione e le alterne vicende che seguiranno sono ovviamente ascritte a carico della società puritana e classista, incattivita dalle paranoie della caccia alle streghe anticomunista: una sorta di omaggio “arty” (nel senso di lussuoso, ricercato e compiaciuto) ai capidopera di Douglas Sirk, King Vidor o Vincente Minnelli, a suo tempo, peraltro, trattati a pesci in faccia dai padri della critica internazionale che oggi grida al miracolo e pretende il massimo degli allori per il film e le sue eroine.
Il bello stile, che sottolinea la diversità incorniciando le inquadrature come se fossero racchiuse in un acquario scrutato dai retrivi e i moralisti, non riesce, però, a risultare incandescente neppure nei momenti stupefatti e disinibiti dell’amore carnale. E’ la pressione del presente che fatica a concedere al regista il bonus della trasgressione e tende a spingerlo sul fronte più prosaico della lotta per i diritti lesbo-gay.






