di Valerio Caprara
“Tracks”, attraverso il deserto, è il film scelto questa settimana. Una pellicola australiana per la regia di Jhon Currano che ha come interpreti la giovane ma già esperta Mia Wasikowska e Adam Driver.

Un personaggio complesso, la venticinquenne protagonista di “Tracks” che si lancia in una missione impossibile nell’Australia del 1977. L’autobiografica vicenda di Robyn Davidson, infatti, è ricostruita dal regista americano trasferitosi tra gli aussies Curran senza troppi abbellimenti e con il minimo di retorica indispensabile facendo sì che la protagonista appaia spesso più fanatica che eroica, più egoista che intrepida.
In questo senso, peraltro, si può riscontrare qualche affinità con “Into the Wild” (2007), il film di ben maggiore livello dedicato da Sean Penn alla figura del giovane americano che vagabondò sino alla morte per intransigente spirito di ribellione alle consuetudini della società urbanizzata e consumistica.
La tenuta di “Tracks” finisce, in definitiva, per dipendere dall’immedesimazione della Wasikowska, un’attrice giovane, ma già esperta che si cala nella parte con una determinazione impressionante, capace di trasmettere una fisicità ruvida, autosufficiente e un po’ animalesca come richiede il rapporto con la natura selvaggia che costantemente la circonda. Robyn, sulla falsariga di un passato doloroso, ha un solo quanto ossessivo desiderio, attraversare a piedi il desertico bush australiano da Alice Springs all’Oceano Indiano con l’unica compagnia di tre cammelli (tra cui una femmina incinta) e un cane: dapprima indifferente a qualsiasi proposta di supporto, accetta a malincuore un finanziamento del “National Geographic” che, in cambio, ottiene di farla raggiungere periodicamente dal fotografo Rick incaricato di documentarne l’”inutile” performance. Tra i due nasce uno strano rapporto e non potrebbe essere altrimenti, considerato il carattere della ragazza; purtroppo, però, il film su questo e altri versanti non fa mai un passo avanti preferendo abbandonarsi sempre più all’abc psicologico, qualche superfluo fatterello e l’inevitabile inchino alla primordiale nobiltà degli aborigeni. Così l’impresa resta epica, ma il film ripiega nel canone ecologico-estetizzante.








