Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

L’urlo di Olmi contro la guerra

di Valerio Caprara

Trasposizione del racconto La paura” di Federico De Roberto, “Torneranno i prati” vuole aggiungersi alla lista dei classici del cinema ambientati nella fanghiglia, il gelo e le solitudini dei campi di battaglia della Prima guerra mondiale. Ermanno Olmi racconta sulla falsariga del suo accanito spirito cattolico e antimilitarista la notte di un avamposto di soldati italiani interrato sulla linea del fuoco nel crudo e cruento inverno del ‘17. Interpreti Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti e Andrea Di Maria

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Un film succinto, ottanta minuti appena, ma dotato da Olmi di un’imponente portata umanistica. Soprattutto perché “Torneranno i prati”, in larga parte girato a 1800 metri sull’altopiano di Asiago, vuole aggiungersi alla lista dei classici del cinema ambientati nella fanghiglia, il gelo e le solitudini dei campi di battaglia della Prima guerra mondiale: pur senza potere rivaleggiare con i capidopera del livello di “Orizzonti di gloria”, “La grande illusione” o “Uomini contro”, infatti, l’ottantatreenne e infermo regista racconta sulla falsariga del suo accanito spirito cattolico e antimilitarista la notte di un avamposto di soldati italiani interrato sulla linea del fuoco nel crudo e cruento inverno del ‘17.

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Il progetto è stato incentivato dal centenario dell’inizio del “grande carnaio” e il sopraggiunto interesse per la trasposizione del racconto di Federico De Roberto “La paura”, ma Ermanno Olmi e il discepolo e collaboratore Zaccaro vogliono ovviamente denunciare l’universale follia della guerra e rappresentare sullo schermo le indelebili ferite inferte all’anima e la carne di un popolo dai conseguenti orrori. Sull’ordito della messinscena scandito da episodi di degrado, brutalità e paura, gli esili fili drammaturgici s’intrecciano sul piano della negazione dell’identità, la perversione dell’imposizione gerarchica e un desolato qui-e-ora che lavora per negare speranza e futuro ai combattenti in veste di morituri.

10-torneranno-i-prati-di-ermanno-olmiIl climax narrativo arriva quasi a bloccarsi, a gemere, a tormentarsi sul leitmotiv intriso di pathos all’evidente scopo di sottolineare quanto più possibile una condizione umana che sembra perpetua, un’attesa spalmata di sordo terrore o lo stupefatto conforto procurato dalle apparizioni furtive degli animali nell’incontaminato scenario della natura; fino a quando il comando ordina d’aprire un nuovo avamposto verso la cima e i poveri fanti devono affrontare il tiro dei cecchini nemici reso implacabile dalla limpida luce lunare.

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I personaggi, sia pure circonfusi dalla magnifica fotografia desaturata di Fabio Olmi, non riescono, però, a fuoriuscire completamente dagli stereotipi bellici, forse anche a causa dello straniamento procurato dalle battute rivolte direttamente alla cinepresa: il maggiore che odia ciò che è costretto a fare, il capitano che si strappa i gradi della divisa per non diventare complice del disonore, il soldato pacifista napoletano che allo scoperto si mette a cantare a squarciagola riuscendo a restare miracolosamente illeso, il tenentino che scrive la verità alla madre sono figure un tantino sbiadite, tanto da non consentire al film di premiare appieno le pure alte e nobili premesse. E’ facile, dunque, che come epigrafe ritorni in mente il titolo di un altro storico hit del genere: “All’ovest niente di nuovo”.

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