di Valerio Caprara
Trasposizione del racconto “La paura” di Federico De Roberto, “Torneranno i prati” vuole aggiungersi alla lista dei classici del cinema ambientati nella fanghiglia, il gelo e le solitudini dei campi di battaglia della Prima guerra mondiale. Ermanno Olmi racconta sulla falsariga del suo accanito spirito cattolico e antimilitarista la notte di un avamposto di soldati italiani interrato sulla linea del fuoco nel crudo e cruento inverno del ‘17. Interpreti Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti e Andrea Di Maria
Un film succinto, ottanta minuti appena, ma dotato da Olmi di un’imponente portata umanistica. Soprattutto perché “Torneranno i prati”, in larga parte girato a 1800 metri sull’altopiano di Asiago, vuole aggiungersi alla lista dei classici del cinema ambientati nella fanghiglia, il gelo e le solitudini dei campi di battaglia della Prima guerra mondiale: pur senza potere rivaleggiare con i capidopera del livello di “Orizzonti di gloria”, “La grande illusione” o “Uomini contro”, infatti, l’ottantatreenne e infermo regista racconta sulla falsariga del suo accanito spirito cattolico e antimilitarista la notte di un avamposto di soldati italiani interrato sulla linea del fuoco nel crudo e cruento inverno del ‘17.
Il progetto è stato incentivato dal centenario dell’inizio del “grande carnaio” e il sopraggiunto interesse per la trasposizione del racconto di Federico De Roberto “La paura”, ma Ermanno Olmi e il discepolo e collaboratore Zaccaro vogliono ovviamente denunciare l’universale follia della guerra e rappresentare sullo schermo le indelebili ferite inferte all’anima e la carne di un popolo dai conseguenti orrori. Sull’ordito della messinscena scandito da episodi di degrado, brutalità e paura, gli esili fili drammaturgici s’intrecciano sul piano della negazione dell’identità, la perversione dell’imposizione gerarchica e un desolato qui-e-ora che lavora per negare speranza e futuro ai combattenti in veste di morituri.
Il climax narrativo arriva quasi a bloccarsi, a gemere, a tormentarsi sul leitmotiv intriso di pathos all’evidente scopo di sottolineare quanto più possibile una condizione umana che sembra perpetua, un’attesa spalmata di sordo terrore o lo stupefatto conforto procurato dalle apparizioni furtive degli animali nell’incontaminato scenario della natura; fino a quando il comando ordina d’aprire un nuovo avamposto verso la cima e i poveri fanti devono affrontare il tiro dei cecchini nemici reso implacabile dalla limpida luce lunare.
I personaggi, sia pure circonfusi dalla magnifica fotografia desaturata di Fabio Olmi, non riescono, però, a fuoriuscire completamente dagli stereotipi bellici, forse anche a causa dello straniamento procurato dalle battute rivolte direttamente alla cinepresa: il maggiore che odia ciò che è costretto a fare, il capitano che si strappa i gradi della divisa per non diventare complice del disonore, il soldato pacifista napoletano che allo scoperto si mette a cantare a squarciagola riuscendo a restare miracolosamente illeso, il tenentino che scrive la verità alla madre sono figure un tantino sbiadite, tanto da non consentire al film di premiare appieno le pure alte e nobili premesse. E’ facile, dunque, che come epigrafe ritorni in mente il titolo di un altro storico hit del genere: “All’ovest niente di nuovo”.










