di Franco Esposito
Un italiano e quindicimila cinesi. Accade in Italia, a Prato. Il caso industriale dell’anno. Curioso, originale. Una presenza in controtendenza. Clamorosa anche’essa. Giuseppe Allocca con il suo brand tutto italiano, tutto pratese, “Lo fo io”. Traduzione dal toscano puro, lo faccio io.
Il marchio italiano al cento per cento in mezzo a migliaia di aziende cinese. Il made in Italy a Chinatown. “Lo fo io” e 4.800 società cinesi, gestite esclusivamente da cinesi. Zona Macrolotto Due, è qui che Giuseppe Allocca, cognome napoletano, pratese a denominazione origine controllata, figlio di pratesi, ha inaugurato i suoi locali nella zona commerciale di Prato. La città più cinese d’Italia. Quelli venuti dall’Oriente sono 15.000 su 200.000 abitanti, testimonianze del boom che ha ucciso l’industria tessile e il commercio italiano a Prato.
“Lo fo io” rappresenta l’italiano al cento per cento, dalla materia prima fino alla vendita, passando dalla lavorazione. Una clamorosa sorpresa: nessuno poteva pensare che un giorno potesse verificarsi l’invasione italiana nella Cina d’Italia. Una provocazione o che cosa? Un’idea, un progetto, con la convinzione di fare la cosa giusta.
La nascita di questo factory outlet presenta caratteristiche precise, che somigliano e ricordano quelle di altre aziende che in altri anni, nel Novanta e dintorni, colonizzarono Prato. Le imprese dei controversisti cinesi che si accorsero di possedere le carte in regola per fare il loro mestiere di imprenditori. Di norma, al di fuori delle leggi italiane: l’irregolarità elevata al livello di regola aziendale. Un solo imprenditore, soltanto uno in una moltitudine, pare fosse iscritto alla Confindustria di Prato: mister Xiu Qiu Lin con una succursale a Shanghai. Ebbe bruciata l’azienda per ritorsione.
Secondo un’indagine del Sole 24 ore, il giro d’affari dei cinesi che operano nel commercio in città è di due miliardi di euro l’anno. Il cinquanta per cento è ovviamente sommerso, dovendo inoltre considerare che ogni azienda cinese, al Macrolotto Due, impiega almeno sette persone.
Il Macrolotto è la zona teatro del tragico incendio della Teresa Moda, proprietà cinese e mano d’opera cinese, che causò la morte di almeno sette persone. Poveri disgraziati che dormivano nei locali dell’azienda. Il precariato assoluto dell’esistenza. Le tragiche conseguenze dell’incendio provocarono indignazione e sconcerto tra i cittadini italiani di Prato. Tutti sapevano, nessuno però aveva denunciato e nessuno era intervenuto per porre fine allo sconcio. Sia pure sotto forma di necessaria, doverosa prevenzione. La Procura aprì un’inchiesta per omicidio colposo.
Giuseppe Allocca, 21 anni, rappresentante di una famiglia che ha vissuto l’età dell’oro e quella della ghisa, i fasti e la caduta del settore tessile, ha principiato a vendere quasi per scherzo. Terminati gli studi medi superiori, ha cominciato a frequentare i mercati dalla mattina alla sera. Sprovvisto del brand, non poteva coltivare alcun rapporto con i clienti. Mentre la sua famiglia si era adattata a vendere per conto terzi.
E prima di frequentare i mercati, Allocca è andato in giro con i borsoni, incoraggiato dai precoci risultati delle prime vendite con la formula del porta a porta, a ben vedere. Abbandonati i borsoni, ha riempito la sua Panda di merce. “La vendevo in centro di sera”.
Roba di buona qualità, ma il marchio non c’è, e a Prato la crisi non la smetteva di mangiarsi il settore tessile. L’illuminazione ha soccorso Giuseppe Allocca nella primavera di quest’anno. Aiutato dalla sua famiglia, il giovane imprenditore pratese ha pensato bene di puntare sul proprio prodotto indipendentemente da altre aziende. Come hanno fatto negli anni i cinesi a Prato. Stavolta però è un italiano a calarsi nella parte del subentrante. Giuseppe Allocca, non i cinesi.
La creazione del marchio è il risultato finale della comunione di idee di Allocca e di Guido Bertola. Il grafico suo cugino, l’autore materiale del marchio. Precisi l’intento e lo scopo commerciale: la trasmissione di un messaggio. “Il prodotto che vendo è valido perché lo fo io”. Il messaggio è penetrato con incisività immediata. Qualcosa di folgorante, davvero. Parole e opere di Giuseppe Allocca, che il colore giallo l’ha scelto per promuovere l’inaugurazione del locale. Nulla a che vedere però con il giallo delle imprese cinesi che stanno intorno all’azienda del giovane imprenditore pratese. Quelle del pronto moda e dei confezionisti.
Il giallo è semplicemente uno dei colori preferiti da Allocca. Ma vuole essere anche una manifestazione di patriottismo industriale. Il messaggio che “Prato con noi non muore”. Una suggestione o che cosa? La reazione a distanza di tempo ai racconti del nonno di Alloca su quello che accadeva a Prato negli anni ’70 e ’80. I tempi d’oro del filato. Tempi lontani che il giovane sfidante da solo i cinesi promette di riproporre, nel loro piccolo. Senza perdere mai di vista un aspetto fondamentale: Giuseppe Allocca, non è contro nessuno e non intende parlare di cosa non fanno gli altri. “Per me è importante cosa di positivo facciamo noi”. Lui, la sorella gemella, gli zii. Il nuovo outlet 100 per cento pratese.












