di Valerio Caprara
La serie Gomorra, andata in onda su Sky Atlantic, è stata un vero e proprio successo. Come ascolti, come critica, come visibilità mediatica raccolta in tutto il periodo di programmazione. Una serie che, colmando le carenze di sceneggiatura e ripresa della “cugina” Romanzo Criminale, ha decisamente attirato spettatori e buona critica. Sul fenomeno Gomorra pubblichiamo il punto di vista di Valerio Caprara.
“E poi come faremo?”. E’ solo un esempio del diluvio di tweet esaltati, esaltanti e già accorati tutori dell’assenza della serie tv di Sky ispirata al libro di Saviano e diventata di culto non solo al talvolta ambiguo furor di Rete. Sui canali Atlantic HD e Cinema 1 HD, infatti, l’impresa di “Gomorra-La Serie” ha tagliato il traguardo di un successo strepitoso su tutti i piani. A cominciare da quello commerciale, il più clamoroso visto che è stata venduta in tutto il mondo e soprattutto nei paesi in questo campo più esigenti e avanzati come Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti (dove c’è anche l’opzione per un remake).
Poi ci sono state le roventi polemiche, qualcuna in buona fede e qualcun’altra meno, che peraltro, come succede nell’era mediatica per eccellenza, hanno finito col dare all’evento un’ulteriore, vigorosa spinta. L’argomento portante di qualsiasi riflessione resta, per suo conto, semplice e solare come raramente accade: “Gomorra-La Serie” si è dimostrata talmente ricca di spunti, motivi, influenze, scelte tecniche e strategie artistiche, da comporre o indurre addirittura il bisogno di un piccolo atlante orientativo, un carnet di appunti critico-informativi in attesa dell’inevitabile messa in cantiere di un seguito, peraltro già annunciata.
La Produzione – Sky, Cattleya, Fandango, in collaborazione con La7 e in associazione con Beta Film hanno portato a compimento un enorme e in tutti i sensi dispendioso lavoro, riuscendo anche a rimediare ad alcuni impasse non proprio trascurabili. La professionalità messa in campo è stata notevole e assai distante –senza allestire in questa sede impietosi confronti- da quella richiesta e applicata dall’imbarazzante “protocollo editoriale” della maggior parte delle fiction all’italiana. Importanti sono state anche la competenza e l’autonomia con cui sono stati sollecitati e/o utilizzati i consulenti sul territorio, alcune piccole e coraggiose realtà locali come “I figli del Bronx” di Gaetano Di Vaio e le istituzioni deputate a partire, ovviamente, dalla Film Commission regionale.
Il Plot – Anche in questo caso i fatti sopravanzano le chiacchiere e i meriti i pochi e trascurabili difetti. “Gomorra-La Serie” si è sviluppato su un traliccio narrativo solido, complesso, dalle sfaccettature quasi mai divaganti o irrisolte, strettamente legato agli ambienti e connaturato alle psicologie, il look, i gesti, le espressioni e le movenze dei numerosi personaggi principali e collaterali. Il capo editor Stefano Bises e gli sceneggiatori Leonardo Fasoli, Ludovica Rampoldi e Giovanni Bianconi, a cui si sono aggiunti Filippo Gravino e Maddalena Ravagli, accompagnati senza invadenza dallo stesso Saviano –qui nella sua dimensione secondo noi più intelligente, intensa, trascinante- hanno scelto di raccontare una faida tra famiglie camorriste, che ha il suo Dna geopolitico nel quartiere di Scampia, come una lotta per il potere, uno scontro infame e sanguinario che rispetta con rigore la realtà ma, senza truccarla con maschere etiche o sfruttarla per puro sensazionalismo, la trasforma in rappresentazione, suspense, emozione, creazione. Come nei capodopera scorsesiani “Goodfellas” o “Casinò” (ma si colgono anche citazioni da “Il profeta” e “La 25esima ora”), non si sono proposti di affascinare o predicare -effetti spesso programmati a tavolino con finta/buona coscienza-, bensì di fare conoscere le cose, aumentare nello spettatore la possibilità di farsi idee proprie, smascherare lo sbrigativo moralismo o il consolatorio scandalismo con cui uno dei fenomeni più terrorizzanti dell’attuale convivenza societaria riesce ogni giorno, ogni ora a minacciarci nelle nostre enclavi. Lo script, comunque, della guerra dei Savastano contro i Conte e viceversa non smette per lo spazio di un’inquadratura di mostrare l’orrore, la patologia, la miseria. La camorra inquina tutto ciò che tocca, gli affiliati vivono esistenze orribili al di là delle apparenze consumistiche e cafonesche, le vite durano lo spazio di un mattino e le vittime non lasciano né rimpianti né eroi.
I Registi – Su Stefano Sollima, già regista della serie tv “Romanzo criminale”, ma anche di “Acab”, chi scrive si è espresso in tempi non sospetti. E’ uno dei migliori attivi oggi in Italia, non ha bisogno di fronzoli da festival, non è un guru da salotto cinéfilo, non ha la sciatteria dei filosofi della cinepresa perché la sa “solo” usare (mirabilmente).
Visionario dal taglio inconfondibile, Sollima ha affidato alcuni episodi a Claudio Cupellini e Francesca Comencini coordinandoli, peraltro, nell’omogeneità della struttura che non può e non vuole prescindere dalla fotografia di Paolo Carnera, la scenografia di Paki Meduri, i costumi di Veronica Fragola e il montaggio di Patrizio Marone, tutti da trenta e lode.
Le musiche strumentali, infine, dei Mokadelic, emergente gruppo elettronico-rock, s’integrano a loro volta nell’hip-hop campano che, tra i vari brani sparsi in momenti cruciali, vanta la sigla finale “Nuje Vulimme ‘Na Speranza” interpretata con memorabili cadenze ipnotiche dal rapper NTO’ (alias Antonio Riccardi) in duetto con Lucariello.
Gli Attori –L’elenco è interminabile, tutto segnato di punti esclamativi e il teleschermo quasi non regge performance così impressionanti: peccato davvero non poterlo declinare a voce alta come succede nelle premiazioni…
Marco D’Amore è un Ciro che cresce a ogni puntata mostrando incredibili doti camaleontiche e portandosi il destino tatuato nello sguardo e nell’azione.
Fortunato Cerlino è un Savastano dalla crudeltà talmente dilatata da trasmettere, per contrasto, sprazzi da applausi a scena aperta di dolore vivo, “umano” senza possibilità di redenzione. Imma è una Maria Pia Calzone già diventata icona, una dominatrice in gabbia maschilista eppure “donna” in ogni angolo d’inquadratura, in ogni battuta di dialogo, in ogni minimale sfumatura d’espressione.
Salvio Esposito/Genny, ragazzo di Mugnano issatosi al mestiere con titanica volontà e dedizione familiare, possiede semplicemente quel “qualcosa in più” che sulla scena illumina solo i predestinati. Marco Palvetti non è solo Conte, ma anche una belva pronta a scattare, un nemico pubblico che si erge a tutto tondo come un Mosè del Male.


















