di Valerio Caprara
Tratto con dall’omonimo romanzo verità di Gioacchino Criaco, “Anime Nere” è uno dei pochissimi film memorabili che sono stati in concorso alla Mostra di Venezia. E che non abbia ricevuto alcun premio avvalora pienamente questa considerazione.
Denso, incalzante, solidamente strutturato eppure tessuto su una gamma accurata di concordanze e dissonanze comportamentali e psicologiche. “Anime nere”, tratto con contenute modifiche dall’omonimo romanzo verità di Gioacchino Criaco (Rubettino editore), è uno dei pochissimi film memorabili in concorso alla Mostra di Venezia, ma non appaia provocatoria l’opinione che proprio l’ostracismo inflittogli dai premi conferma ai nostri occhi il suo valore. La scelta di Francesco Munzi (“Saimir”, “Il resto della notte”) è stata, infatti, quella di rivolgersi alla sciagurata fenomenologia della ‘ndrangheta, tematica alquanto sconosciuta al cinema italiano, con il piglio del genere noir, una sorta di peccato originale per i custodi del tempio; ai quali, peraltro, è totalmente sfuggita l’operazione compiuta dal giovane regista nell’immergere suspense, realismo e denuncia in tonalità atemporali e fatalistiche, mitiche e simboliche degne della tragedia greca. Sebbene su scala differente, insomma, un procedimento adiacente a quello usato da Coppola per il climax dei capitoli del capodopera “Il padrino”. La concatenazione degli eventi non produce, così, il solito, paternalistico eccesso di significato, ma un’egregia qualità d’iconografia, messinscena e direzione degli attori al servizio della propria strategia stilistica e non viceversa.
Parliamo di un film, di conseguenza, che non si deve riassumere in dettaglio perché è in grado, per così dire, di raccontarsi da sé –nonostante il reiterato ricorso al dialetto calabrese spesso sottotitolato- elevando fluidamente la temperatura drammaturgica, mescolando incessantemente i legami familiari con quelli criminali, contrapponendo il male e il bene per poi fonderli in un impressionante olocausto antropologico finale. Il fratello più giovane Luigi (Leonardi) opera direttamente nel narcotraffico internazionale, il mediano Rocco (Mazzotta) ricicla gli illeciti guadagni dietro la facciata dell’agiato e rispettabile imprenditore milanese e il più anziano Luciano (Ferracane) è l’unico rimasto ad Africo, nel cuore dell’Aspromonte, illudendosi di tenersi fuori dalla cultura delle faide praticando la pastorizia e dedicandosi ai locali riti ancestrali.
Sarà, però, proprio l’acerbo e indurito figlio di quest’ultimo a svincolarsi dall’autoritarismo protettivo del padre e a provocare la calata in Calabria degli zii e l’eruzione dei sopiti conflitti a mano armata. L’omogeneità narrativa viene, in pratica, garantita proprio dall’abilità con cui si governa il meccanismo di salti, analogie, biforcazioni, escrescenze, ellissi, ritorni; ma nel contempo è palese come i protagonisti straordinariamente motivati (Ferracane una spanna sopra tutti) siano l’elemento decisivo per spingere verso un grande risultato il film che non piacque ai piccoli giurati veneziani.








