di Gianpaolo Santoro
‘A Forrestal, ‘a Forrestal… La voce si spargeva in un attimo, l’arrivo della portaerei nel porto, pur essendo una consuetudine, era sempre una festa. L’economia del vicolo, si trasformava in quei giorni nell’economia della grande nave, arrivavano i dollari, scattava il piano accoglienza.
Tutti i locali, i bar a piazza Municipio e dintorni accendevano le luci, vicoli e vicoletti spalancavano le porte, le signorine chiudevano i bassi dove lavoravano ai quartieri, ed aprivano le braccia ai marinai americani. In quei giorni, era come Piedigrotta, una grande, scintillante baraonda. I quattromila soldati che scendevano a terra, volevano divertirsi. E a Napoli si divertivano, eccome…
La Forrestal, quando venne varata nel 1954, era, la più grande nave mai costruita, la prima superportaereì della Us Navy. Una leggenda. E lo fu nel bene e nel male. Maledettamente. Fu la sciagurata protagonista di un dramma senza eguali. Nel Golfo del Tonchino, uno sbalzo di tensione provocò il lancio di un razzo, un F-4 Phantom sul ponte di volo, provocando una serie di esplosioni a catena: morirono 134 marinai e oltre 300 rimasero feriti. Come una guerra.
La Forrestal ha fatto una brutta fine. Dopo un’onesta, gloriosa “carriera” venne venduta per un solo centesimo ad un’azienda texana, la All Star Metals, che la smantellò per riciclarne i materiali. Venne rottamata, insomma.
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Anche Napoli ha fatto una brutta fine. E se non è stata rottamata, poco ci manca. C’è un sindaco dimezzato che disfa giunte e scalcia contro il governo, alla ricerca di un consenso che sembra irrimediabilmente perduto (ad inizio gennaio occupava l’ultimo posto nel sondaggio Datamedia per la soddisfazione dei cittadini sull’operato del sindaco). De Magistris ormai ha perso le chiavi della città. Per ultimo è arrivato anche il Commissariamento dell’intera area di Bagnoli, dieci chilometri di città, sui i quali il Comune di Napoli non potrà mettere bocca, né progetto.
Ne più né meno come accade da anni nella Autorità portuale, altri 23 chilometri di waterfront espropriati decisionalmente a Palazzo San Giacomo. Ma del resto è la stessa musica, anche per il teatro San Carlo (commissario Michele Lignola) e per il Forum delle Culture (Daniele Pitteri), il più grande flop organizzativo che si ricordi. E perché, non è una sorta di commissariamento di fatto, la tutela a cui sono sottoposti i conti di Palazzo San Giacomo, che ogni sei mesi finiscono al vaglio della Corte dei Conti e di una commissione mista interministeriale del Mef e del ministero dell’Interno, la nostra Troika, per verificare la corretta applicazione del piano di rientro del debito? Insomma al sindaco resta un po’ di lungomare ed un po’ di piazza Plebiscito, una festa, un concertino, uno spicchio di pizza, sempre che la Soprintendenza dia il suo beneplacito, sia chiaro…
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Da una nave all’altra. Ha attraccato a Napoli l’ammiraglia della Royal Caribbean, l’Oasis of the Seas, la nave da crociera più grande del mondo, una città galleggiante. Alta più di un palazzo di 20 piani, 362 metri di lunghezza, 225.282 tonnellate lorde di stazza, 18 ponti, piscine, pista di pattinaggio, un Central Park con 12mila piante, due simulatori di surf, pareti da scalare, una spiaggia a poppa, un teatro fronte mare, un parco gioco per i bambini, un campo da basket e uno da minigolf, duemila uomini di equipaggio e seimila possibili viaggiatori.
Per l’arrivo a Napoli, porto blindato, cento vigili schierati (chissà quanti fra loro gli indagati dalla Procura per le multe annullate agli amici e agli amici degli amici…) più un bel po’ poliziotti e carabinieri. Risultato? Città paralizzata e traffico impazzito. Ma questa volta non finiremo sui giornali di mezzo mondo come è avvenuto cinque anni fa…
Nell’edizione più venduta, quella della domenica, il quotidiano inglese “The Guardian” raccontava con la sua inviata in Italia Fiona Winward così l’ultimo paradosso napoletano. “I crocieristi a Napoli sono accolti da ex carcerati che li aiutano ad attraversare la strada e li scortano nelle strade più pericolose della città. De resto chi può conoscere i pericoli della città meglio di loro?” Vennero impiegati quelli iscritti al Don “Detenuti organizzati napoletani”. A Napoli, prima o poi, si sono organizzati tutti.
La brillante idea fu della giunta Bassolino e del suo assessore al lavoro Corrado Gabriele (implicato poi in una brutta vicenda: condannato nel 2011 dai giudici della Terza Sezione Penale di Napoli a quattro anni e tre mesi per abusi sessuali) che vararono un progetto, interamente finanziato dalla regione Campania, per il reinserimento lavorativo degli ex detenuti. Ammontare complessivo dell’iniziativa due milioni di euro. “Bisogna arrivare prima della camorra”, era lo slogan. Un’operazione niente male. Ma, a ripensarci, forse, fu ancora più brillante l’idea di organizzare un corso di formazione professionale per veline (un milione e duecentottantamila euro di fondi europei). A quei tempi le procure non avevano accesi i riflettori sulle Regioni.
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Prima l’inchino del cappello del carabiniere, poi la cappella votiva da realizzare in autonomia nel ricordo di Davide. Il rione Traiano continua a vivere in modo sbagliato il suo dolore. Una comunità ha bisogno di regole e di qualcuno che le faccia rispettare. Ora alla cappella ci sono i sigilli, poi si deciderà. Anche se da quelle parti sono convinti che avranno le necessarie autorizzazioni, che il Comune “farebbe bene a chiudere un occhio…” Il sindaco sembra voler avallare un “percorso di adozione civica” del giardinetto, un triste escamotage per aggirare il problema.
La verità è che i cittadini del rione Traiano dovrebbero prendere esempio da quelli del quadrivio di Secondigliano che da diciotto anni aspettano l’autorizzazione per poter realizzare un mausoleo nel ricordo di quel maledetto 23 gennaio del 1996 quando morirono undici persone per una spaventosa esplosione di gas che portò via la strada, le case, la vita. Un buco di oltre quaranta metri. Eppure i cittadini avevano ripetutamente denunciato la pericolosità dei lavori per la costruzione dell’asse mediano. Il gas fuoriuscì dalle tubature spezzate per l’improvviso crollo della volta di un tunnel in costruzione che doveva congiungere nel sottosuolo la strada provinciale tra Miano e la rotonda di Arzano.
Il rione Traiano deve smettere di perpetrare la sua sfida. “Davide vive”, “Sbirri infami e assassini”, “Attenzione pericolo colpi accidentali”, sono queste le scritte comparse su muri e cassonetti. Fortunatamente i carabinieri hanno preso Arturo Equabile, il latitante che concede interviste, mentre andava dalla fidanzata. Aveva detto in uno slancio di protagonismo che si sarebbe consegnato alle forze dell’ordine. Ma poi si sarà distratto, avrà avuto da fare…
Una cosa deve essere chiara: quel pezzo di città non può essere una zona franca. Anzi è indispensabile che al più presto si rientri in una parvenza di “normalità”. Bisogna, insomma, ribadire che il rione Traiano è un quartiere di Soccavo, Fuorigrotta, Napoli. Troppi di recente lo hanno confuso con la foresta di Sherwood. Qui di Robin Hood, non ce ne sono. Sia chiaro.










