di Valerio Caprara
Il film di Josh Boone spudoratamente ricattatorio, come succede quasi sempre con pellicole su malattie e i morituri, è però nel complesso certamente efficace e riuscito. Primatista del box-office
Assolutamente, spudoratamente ricattatorio, come succede quasi sempre con i film sulla malattia e i morituri. Eppure al giudizio sul boom del momento, l’irresistibile primatista del box-office “Colpa delle stelle”, bisogna aggiungere un paio d’aggettivi forse più importanti: efficace e riuscito.
Nell’ottica del prodotto per teenagers, infatti, bisogna volenti o nolenti fare i conti con la sincerità e la convinzione con le quali i sogni d’amore spezzati, il tragico destino e l’ingiustizia stessa della vita risultano ri-creati in sceneggiatura (firmata non a caso da due specialisti del giovanilismo cosmico come Neustader e Weber), sviluppati dalla macchina da presa e interpretati dagli attori: il regista Boone su questi tasti ha picchiato in totale trasparenza e come in trance identificativa, cogliendo senza fare finta di non farlo lo spirito e la lettera del romanzo del celebrato videobblogger John Greene da cui è tratto.
Hazel (Woodley) e Gus (Elgort), diciassette e diciotto anni, s’incontrano e s’accendono d’amore in un gruppo di supporto riservato agli ammalati di cancro. I dettagli, a scriverne, sembrano e certo sono strazianti (lei per sopravvivere deve portarsi sempre dietro la bombola dell’ossigeno, a lui hanno già amputato una gamba); ma ecco che la lezione fatalistica di vita impartita dallo script si trasforma in lezione di pragmatismo filmico. Milioni di adolescenti in America e le schiere che si apprestano ad aggiungersi nell’applauso e nella lacrima dalle nostre parti ottengono nello scorrere di ogni fotogramma quello stile neutro, quella recitazione funzionale e quelle correttezze tecniche (fotografia, abiti, scenografia) che riconoscono come “verità”. E tanto basta.









