di Valerio Caprara
Tra novembre e dicembre del 1962 gran parte dell’Italia parteggiò per il colpevole. L’eccezionale audience riscossa dalle sette puntate dello sceneggiato tv “Una tragedia americana” di Majano, infatti, era anche dovuta all’aureola in bianco e nero aleggiante attorno al sorriso, lo sguardo, i capelli, gli abiti e le movenze dell’ereditiera Sondra/Virna Lisi a causa della quale il protagonista Clyde/Warner Bentivegna viene condannato alla sedia elettrica…
Pressoché giustificato, però, agli occhi del pubblico casalingo perché nessun’altra attrice sarebbe risultata più ammaliante della ventiseienne bionda resa popolare dal tormentone “con quella bocca può dire ciò che vuole” del fortunato sketch del dentifricio Chlorodont di “Carosello”. Certo alla Lisi, nata Pieralisi nel 1936 ad Ancona e morta ieri a Roma stroncata in un mese da un tumore, è toccato d’essere pienamente apprezzata solo dopo molti anni dal precoce esordio; eppure nessuno, all’interno e all’esterno dell’ambiente del cinema, ha mai potuto dubitare del fatto che si trattasse di una donna elegante e aristocratica, determinata e indipendente, simpatica e spontanea oltre che di una professionista versatile e costante, capace di preservare la propria libertà di vita e tenere coesa un’impeccabile famiglia. In questo senso non è, dunque, superfluo ricordare che appena l’anno scorso aveva accusato il tremendo colpo della morte del marito Franco Pesci, sposato nel 1960 e padre dell’unico figlio Corrado che le ha dato tre amatissimi nipoti: con l’architetto di grido, esuberante sportivo con un debole per le auto e le barche ed ex presidente della Roma, aveva non a caso costruito un legame di coppia profondo e discreto tra i più rimpianti del glamour capitolino d’antan.
Considerando che una vigorosa maldicenza accompagna da sempre gli attori “troppo belli”, la più grande soddisfazione per i fan -dagli adolescenti di ieri ai canuti nostalgici odierni- è quella che in sessant’anni di carriera l’incantevole antidiva può tramandare all’orgoglio nazionale un grande bouquet di premi, tra cui quattro David di Donatello, sei Nastri d’Argento, un Premio per la migliore interprete al festival di Cannes e un César francese per la migliore non protagonista.
Appartenente a una tranquilla famiglia borghese, Virna si trasferisce a Roma all’alba dei Cinquanta e frequenta per poco un istituto commerciale perché, grazie a Giacomo Rondinella, conoscente del padre, è presentata giovanissima a Antonio Ferrigno, uno dei filmaker napoletani che stanno dando vita a una fitta produzione autarchica. L’esordio sul grande schermo della bellissima ragazza dall’aspetto fragile e vulnerabile è segnato, così, da “… e Napoli canta” (’53) al quale seguono titoli di disarmante e fragrante ingenuità come “Desiderio ‘e sole”, “Lettera napoletana”, “Addio Napoli”, “Piccola santa”, “Luna nova” o “La rossa”.
Il primo ruolo importante glie lo regala, però, un giovane regista intellettuale come Maselli in “La donna del giorno” (’56), in cui è un’indossatrice che scende a compromessi pur di fare carriera, il cui discreto esito non le impedisce di dedicarsi al teatro e alla tv.
In questi campi sembra procedere con maggiore consapevolezza, entrando a fare parte del Piccolo Teatro di Strehler e venendo diretta da Antonioni e Squarzina, nonché ottenendo notorietà sempre più vasta grazie a un seguito ininterrotto di hit del piccolo schermo: il pionieristico “Orgoglio e pregiudizio” (’57), “Ottocento”, “Il caso Maurizius”, il succitato “Una tragedia americana, “Come le foglie” e tanti altri. Siccome il cinema continua, invece, a proporgli pellicole di serie B (“Il padrone delle ferriere”, “Sua Eccellenza si fermò a mangiare”, “Romolo e Remo”) sembra inevitabile l’assunzione nell’empireo hollywoodiano: un’esperienza che –qualità dei titoli e dei partner a parte (“Eva”, “Come uccidere vostra moglie”, “L’albero di Natale”; Jack Lemmon, Frank Sinatra, George C. Scott, Tony Curtis)- le procurò disagi e delusioni in serie.
Dopo avere firmato un contratto settennale con la Paramount, che sogna di reinventarla come clone di bambola sexy alla Marilyn, nel ’68 disdegna la parte di protagonista di “Barbarella” di Vadim e, rifiutando nel contempo di posare nuda per “Playboy”, riesce a sfuggire in virtù di un’astuta manovra del marito e il pagamento di una cospicua penale alle grinfie dello studio e dei suoi avvocati.
Tornata a respirare l’aria di casa, inizia a scegliere meglio i copioni e a cercare un maggiore feeling con registi non interessati esclusivamente alla sua ineguagliabile fotogenia: la Lisi non è più soltanto una presenza, invero irresistibile per molti cinefili maschi, ma una protagonista persino spiazzante in “Le dolci signore”, “Tenderly”, “Il segreto di Santa Vittoria”, “Roma bene”, “Al di là del bene e del male”, “Sapore di mare”, l’ottimo “Buon Natale… buon anno” di Comencini (1989) e soprattutto lo stupendo melò della Bassa Padana “La cicala” di Lattuada (1980), grazie al quale vince un meritatissimo David col ruolo della locandiera ex canzonettista pronta a battersi per il possesso del brutale compagno contro le procaci e carnali intruse Goldsmith e De Rossi.
Imbruttita e invecchiata nel ruolo di una Caterina de’ Medici sopra le righe in “La regina Margot” di Chereau conquista Cannes nel ’94, ma non se ne fa certo condizionare visto quanto appare fascinosa e vivace nei tre film di Cristina Comencini (“Và dove ti porta il cuore”, “Il più bel giorno della mia vita”, “Latin Lover”) con i quali, tra il ’96 e il 2014, chiude in attivo i conti con il cinema. Qualcuno ancora s’attarda nell’anatema contro la tv “cattiva maestra”: ma se avesse come noi tanto amato Virna fino agli ultimi exploit di “… e la vita continua”, “Cristoforo Colombo”, “E non se ne vogliono andare” “I misteri della giungla nera”, “Passioni” (un po’ meno “Le ali della vita” o “Il bello delle donne”), si vergognerebbe di questa definizione pateticamente generica.











