di Valerio Caprara
Le vicende dell’orfanella nera più amata d’oltreoceano si ripropongono in quest’ultimo riadattamento prodotto da Will Smith e Jay-Z. “Annie, la felicità è contagiosa” è diretto da Will Gluck ed interpretato da una bravissima Quvenzhane Wallis, Cameron Diaz, Jamie Foxx e Bobby Cannavale. E’ la classica favola strappalacrime americana. Non convince la colonna sonora riarrangiata colonna sonora riarrangiata in stile hip hop e corredata di nuove canzoni, peraltro incapaci di reggere il confronto con gli evergreen (da “It’s the Hard Knock Life a “Tomorrow”) del prototipo.
Una classica favola americana per cercare di vincere il torpore dell’offerta cinematografica estiva. Non si può dire, purtroppo, che “Annie – La felicità è contagiosa” risolva il problema, fatti salvi due elementi che inducono a una tiepida benevolenza: la bravura davvero mostruosa della giovanissima protagonista Wallis (rivelatasi in “Re della Terra Selvaggia”) e l’ambientazione a Manhattan che un aiutino non lo nega a nessun regista.
Non è altresì sicuro che fornire il resoconto dei precedenti del film susciti l’interesse dell’eventuale acquirente del biglietto, però un accenno bisogna pur premetterlo: all’inizio (1924) ci fu la striscia di fumetti “Little Orphan Annie”, creata da Harold Gray per il quotidiano newyorkese “Daily News” e diventata di culto all’acme della Grande Depressione e del New Deal rooseveltiano; seguono il fortunatissimo musical di Broadway “Annie” (‘77), la trasposizione con lo stesso titolo firmata da Huston per il grande schermo (‘82) e infine la versione tv di Marshall (‘99).
Le vicende dell’orfanella nera più amata d’oltreoceano si ripropongono in quest’ultimo riadattamento prodotto da Will Smith e Jay-Z, pronto a sfruttare le vaghe similitudini con le odierne crisi economiche e a inserire un discutibile gusto da talent show nella colonna sonora riarrangiata in stile hip hop e corredata di nuove canzoni, peraltro incapaci di reggere il confronto con gli evergreen (da “It’s the Hard Knock Life a “Tomorrow”) del prototipo.

Preparate in ogni caso i fazzoletti, qualora abbiate il cuore tenero, per il testardo desiderio di Annie di ricongiungersi un dì con papà e mamma e la sua capacità di sopportare le angherie dell’isterica e beona direttrice (Diaz) della casa famiglia in cui vive con altre sventurate. Sembra cosa buona e giusta che il magnate della telefonia mobile Stacks (Foxx) la salvi casualmente da una morte certa; peccato, però, che –su consiglio del cinico press agent- decida d’adottarla nelle vesti di candidato sindaco quale simbolo vivente di una “bontà” subdolamente spendibile in campagna elettorale.
La debolezza del film, a conti fatti, non dipende soltanto dall’eccessiva dose di sentimentalismo (immessa in una trama già in partenza edificante) o dal velleitarismo dei necessari contrappesi umoristici, quanto dalle cruciali e abbondanti sequenze di canto e danza mai particolarmente inventive o innovative nonostante, come premesso, l’impeccabile incarnazione dell’ipercinetica neo Shirley Temple (ma anche del cattivo a metà Foxx). Cercando la chiave per produrre sintonia con l’Obama style, il modesto regista si limita a insistere sui cellulari, gli schermi tv e i vecchi, cari inseguimenti condotti via foto su twitter anziché gimkane autostradali.










