di Valerio Caprara
“La corrispondenza” rientra appieno nelle linee parallele di struggente euforia e dolcissima malinconia che secondo la prospettiva di Peppino Tornatore s’intersecano nel nostro animo e in qualche modo misterioso le ricompongono nel quadro della vita.
Sturm und Drang, tempesta e impeto, non sono mai mancate al suo talento perché Peppuccio Tornatore, ancorché giunto alla soglia dei sessant’anni, non ha mai smesso di essere uno spettatore. La spinta di passione e competenza che motiva il suo percorso, infatti, resta costantemente quella di garantirsi la facoltà di muoversi dentro e fuori le immagini sdoppiando il valore della fiction nel plusvalore delle emozioni della sala.
La difficile, se non impossibile definizione dell’amore assoluto e quella, purtroppo, fatalmente connessa della perdita, inoltre, sono tra i temi clou della filmografia di un autore di respiro internazionale proprio perché adepto di un cinema “più grande della vita”.
Dunque “La corrispondenza” rientra appieno nelle linee parallele di struggente euforia e dolcissima malinconia che secondo la prospettiva del cineasta s’intersecano nel nostro animo e in qualche modo misterioso le ricompongono nel quadro della vita. Non a caso anche nell’incipit, quando il professore d’astrofisica Ed (Irons) si sta congedando dalla sua studentessa fuoricorso Amy (Kurylenko) dopo una notte di connubio clandestino in albergo, sembra di cogliere un aggancio all’ultimo verso della Divina Commedia, “L’amor che move il sole e l’altre stelle”.
Il sentimento più banalizzato, ma in realtà più importante dell’universo trascende la tresca e si fa meccanismo narrativo principale, leitmotiv della suspense scandita dalle dure prove che toccano soprattutto alla ragazza.
Dalle brume di Edimburgo a un incantato eden lacustre andrà in scena, infatti, un dialogo a distanza sempre più disperato tra l’affascinante adultero e la giovane innamorata, la cui chiave sta non tanto nei riferimenti scientifici (riguardanti, tra l’altro, proprio le stelle con cui si può coesistere anche se spente ormai da secoli), quanto nell’intera gamma dell’odierna comunicazione immateriale.
Sms monchi e sincopati che appaiono e scompaiono sullo schermo dell’IPhone, dialoghi via Skype inspiegabili, mail, pacchi postali, bigliettini disseminati come nella più penosa delle caccie al tesoro, dvd crashati da cui emergono sprazzi lancinanti d’imperitura devozione… E’ una sfida difficilissima quella di “La corrispondenza” a causa del meccanismo prolungato e insistito dello script, delle recitazioni diseguali tra il sinuoso e avvolgente Irons e la più rigida neodiva ucraina, del portato metaforico fortissimo e quindi esposto ai pericoli del dialogo impostato e della ridondanza metaforica.
Non sfuggirà, peraltro, al pubblico come il film usi la tecnologia come stratagemma romantico e quindi, caso rarissimo nel panorama mondiale (fatto salvo un capolavoro come “Lei”), non si limiti a denigrare o demonizzare la modernità col tic automatico autoriale. Insomma la qualità della regia conserva sino all’acme del finale quello slancio e quella sensibilità che distinguono Tornatore dai comuni gestori di storie per lo schermo.












