Valerio Caprara

Valerio Caprara

Professore di Storia e critica del cinema all’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” e dal 1979 critico cinematografico del quotidiano “Il Mattino”. Presidente della Campania Film Commission.

L’innocente malizia

di Valerio Caprara

Cinecittà non è mai stata Hollywood-Babilonia e non ha un primato di scandali, ma la storia, per dirla con lo scrittore argentino Soriano, triste, solitaria y final di Laura Antonelli trovata morta  nella sua casa di Ladispoli incarna un caso emblematico di retroscena autodistruttivi e cannibalismi mediatici.

Laura-Antonelli-1 Nata a Pola in Istria (oggi Croazia) il 28 novembre 1941 e vissuta da studentessa a Napoli, Laura, il cui vero cognome è Antonaz, diventa insegnante di educazione fisica, interpreta alcuni fotoromanzi ed esordisce a ventitré anni nel cinema che valorizza al meglio la sua carica di prepotente avvenenza.

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Il merlo maschio

Dopo avere recitato per Pietrangeli (“Il magnifico cornuto”), Sordi (“Scusi, lei è favorevole o contrario?”) e Albertazzi (“Gradiva”) raggiunge il successo nel ’71 interpretando la moglie del frustrato violoncellista Buzzanca in “Il merlo maschio” di Festa Campanile: liquidato a suo tempo come una farsa qualsiasi il film, trasposto da un acuto romanzo di Luciano Bianciardi, tramanda invece un mirabile crescendo paradossale in cui l’attrice rifulge di una sensualità sconosciuta alle colleghe non solo contemporanee.

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Malizia

Appena due anni dopo il pubblico, in barba al sussiego degli specialisti, già la riconosce come icona del versante erotico della commedia all’italiana grazie a “Malizia” di Salvatore Samperi: nel ruolo della camerierina insidiata dal capofamiglia vedovo e dai suoi tre figli maschi, l’attrice vi duetta disinvoltamente con un big come Turi Ferro e conferisce piena credibilità all’atmosfera catanese un po’ alla Vitaliano Brancati, che a sua volta riprende il classico leitmotiv letterario degli amori ancillari.
Dopo avere colonizzato l’immaginario maschile, ma anche vinto il Nastro d’Argento alla migliore attrice e il Globo d’oro alla migliore rivelazione, con il film immortalato dal flash della protagonista che sale sulla scala con un vestitino succinto, l’Antonelli riesce a rendere gradevole per un’ampia forbice di spettatori il suo sex-appeal replicando lungo tutti i Settanta personaggi femminili innocenti e spontanei che finiscono col preservarla -per quanto possibile nella logica di una produzione poco costosa, vincente al box-office e quindi seriale- dalla volgarità e la sciatteria in agguato nei titoli concorrenti.

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Sessomatto

 

Dino Risi, per esempio, le fa toccare vertici voyeuristici nei film a episodi “Sessomatto” e “Sesso e volentieri”, mitigandone però l’arditezza proprio grazie alla solarità, la freschezza, la sorridente “italianità” dell’attrice che nonostante gli alti cachet, le presenze mondane e le turbinose love story –prima fra tutte quella con Belmondo– mantiene intatto il fascino della ragazza della porta accanto. Inoltre la sua opulenta fisicità, contrapposta alla voga delle magrezze in stile modella, la rende perfetta per una ridotta quanto preziosa serie di melò d’epoca decadentistica che la vedono a suo agio in titoli come “Mio Dio, come sono caduta in basso” (’74) di Comencini (per cui vince un secondo Globo d’oro), “Divina creatura” (’75) di Patroni Griffi, “L’innocente” (’76) di Visconti e “Passione d’amore” (’81) di Scola: nel secondo, in particolare, trasposto da un romanzo iper-démodé di Zuccoli e allestito con sontuosa (e ovviamente fraintesa dalla critica togata) sensibilità kitsch dal regista napoletano, l’altalena tra eros e thanatos dell’arrampicatrice sociale Manuela trova il conturbante suggello di un suo interminabile nudo frontale degno della Maja desnuda.

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Coinvolta in amicizie pericolose e priva di legami familiari riduce gli impegni dalla metà dei ‘90 (nonostante due fortunate sortite nei film tv “Gli indifferenti” di Bolognini e “Disperatamente Giulia” di E. M. Salerno), fino a quando nell’aprile del ’91 viene arrestata dai carabinieri per il possesso di 36 grammi di cocaina. Trascinata nel corso di un vergognoso show giustizialista alla sbarra del tribunale di Civitavecchia viene condannata, ancorché scarcerata, a tre anni e sei mesi in primo grado e ci vorranno quasi dieci anni di tormenti prima di essere prosciolta dalla Corte d’appello di Roma.

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Desiderosa di una rivincita, accetta di tornare sul set dello sconsiderato sequel “Malizia 2000”, ma a causa di un trattamento estetico non andato a buon fine si ritrova i lineamenti deturpati ed è costretta a intraprendere un’allucinante odissea legale. Ricoverata più volte in centri d’igiene mentale si ritira in due camere e cucina a Ladispoli, viene interdetta e affidata al tutoraggio dei servizi sociali. Qualcuno potrebbe meravigliarsi che sia morta povera e sola scontando l’invidia e il cinismo suscitati dai suoi anni radiosi?

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