di Valerio Caprara
Teneri transessuali da pubblicità progresso, giovani delatori, ricchi ipocriti anche se di facciata progressisti, anziani uggiosi e conformisti, maschilismo a gogò, guerra tra poveri e cittadini che tardano troppo a incazzarsi: tutto vero e verosimigliante, va da sé, ma costruito a colpi d’inutili ridondanze, discutibili sovrapposizioni musicali e tonalità svarianti fuori misura dal comico al melodrammatico. Ecco “Gli ultimi saranno ultimi” di Massimiliano Bruni con Paola Cortellessi, Alessandro Gassman, Fabrizio Bentivoglio e Stefano Presi
In “Gli ultimi saranno ultimi” la Cortellesi lavora in fabbrica ed è sposata con Gassmann nelle vesti di fannullone fedifrago ancorché di buon cuore: nel paesino laziale dove vivono, la schietta e malmessa umanità dei nostri giorni sembra tenerli in un sorridente bagnomaria delle emozioni.
Seguendo il canovaccio dell’omonimo monologo teatrale scritto espressamente per l’attrice, il Massimiliano Bruno ridanciano di “Nessuno mi può giudicare” e “Viva l’Italia” piazza nel quadretto un detonatore narrativo da cinema politico (tendenza, per così dire, Diecistelle) e, partendo dall’epilogo in stile cronaca nera, cerca di coinvolgere progressivamente il pubblico nella via crucis di una donna forte –non a caso il papà era sindacalista- colpita a tradimento dall’ingiustizia padronale e accomunata a sorpresa alle sorti parallele del poliziotto nordico Bentivoglio spedito ad Anguillara Sabazia per indegnità professionale e sottoposto a una crudele forma di stalking.
La quarantenne antieroina, interpretata con genuino slancio da un’attrice forse meritatamente sulla cresta dell’onda, ma ai nostri occhi sempre penalizzata da un quid forzato e insincero di espressioni e di battute, procede nel tripudio di bozzetti accattivanti affidati a comprimari a eccessiva tendenza macchiettistica e siparietti romaneschi al limite del triviale portandosi addosso il non facile peso del messaggio, insufflato a ogni scatto di fotogramma dall’assistenza moralistica della sceneggiatura e della regia.
Teneri transessuali da pubblicità progresso, giovani delatori, ricchi ipocriti anche se di facciata progressisti, anziani uggiosi e conformisti, maschilismo a gogò, guerra tra poveri e cittadini che tardano troppo a incazzarsi: tutto vero e verosimigliante, va da sé, ma costruito a colpi d’inutili ridondanze, discutibili sovrapposizioni musicali e tonalità svarianti fuori misura dal comico al melodrammatico. Il concetto di popolare in Bruno diventa ultra-populistico: magari il film risponde a un’urgenza, ma è vietato ricorrere alla canonica seduta spiritica per evocare Germi, Comencini, Risi e Monicelli.









