di Gerardo Mazziotti
Si legge nel Dizionario Enciclopedico Treccani “ Qualsiasi forma di coercizione particolarmente crudele, brutale e disumana per ottenere qualcosa e che possa provocare una morte lenta e dolora”.
Per averne un’idea precisa basta ricordare i diabolici strumenti usati dalla Inquisizione spagnola, romana e napoletana sugli eretici e i sospettati di stregoneria, dai nazifascisti contro i partigiani, dai comunisti europei e asiatici e dalle dittature sudamericane contro i dissidenti, allo scopo di estorcere confessioni, abiure, informazioni, confessioni.
Sarebbe troppo lungo elencarli e,sopra tutto, molto sgradevole e orripilante. Penso che basti ricordare le sevizie cui viene sottoposto il capo partigiano nel film “Roma città aperta” per costringerlo a rivelare i nomi dei gruppi partigiani che operavano nella capitale: scosse elettriche ai genitali, strappo delle unghie, mutilazione di alcune dita, annegamento controllato, rottura delle ossa, scottature più o meno estese, endovenose con benzina…fino alla morte del prigioniero, deciso a non parlare. Talché se questa è la tortura ( ed è questa al di là di ogni dubbio ) riesce incomprensibile la recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato il nostro paese per la “tortura” inflitta alle persone di ogni età e sesso, che si trovavano nella scuola media Diaz di Genova la notte del 21 luglio del 2001.
Diciamo subito, a scanso di equivoci e di facili speculazioni, che le violenze con le manganellate sono inammissibili in qualsiasi paese civile e che gli accadimenti alla Diaz, alla caserma Bolzaneto e a piazza Manin sono una pagina nera della democrazia italiana. Una pagina di cui vergognarsi. Ma diciamo anche che per protestare contro il G8 non si mette a ferro e fuoco una città, non si fracassano vetrine, non si incendiano auto e cassonetti e non si lanciano pietre e oggetti di ogni genere contro le forze dell’ordine, incaricate di proteggere la incolumità dei Capi di Stato e di Governo e non si va con il volto coperto da un passamontagna a lanciare estintori contro gli automezzi dei carabinieri. E i genitori di Carlo Giuliani, morto a piazza Alimonda, sono stati subito zittiti per avere chiesto un risarcimento danni dopo la sentenza europea.
Al processo per i fatti accaduti durante quell’avvenimento il tribunale di Genova ha emesso una sentenza il 13 novembre 2008 comminando tredici condanne, per un totale di 35 anni e sette mesi, a carico dei poliziotti accusati di violenze. Il processo di appello conclusosi il 18 maggio 2010 ha in parte ribaltato le sentenze di primo grado, condannando 25 imputati su 27, ivi compresi i vertici della catena di comando delle forze dell’ordine a Genova. In particolare, in base all’articolo 40 del codice penale, perché avevano l’obbligo di impedire le violenze e non lo hanno fatto, sono stati condannati gli alti funzionari della polizia presenti alla irruzione alla scuola Diaz.
Il 5 luglio 2012 la Cassazione ha confermato in via definitiva le condanne per falso aggravato confermando l’impianto accusatorio della Corte d’Appello. Ha prescritto, invece, i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti appartenenti al settimo nucleo speciale della Mobile all’epoca dei fatti. Anche il dottore Gianni DeGennaro, Capo della Polizia nel 2001, è stato processato ma assolto anche in Cassazione perché “ non responsabile delle violenze commesse dai poliziotti”. I tanti giudici italiani che, nei vari gradi di giudizio si sono occupati dei fatti di Genova, non hanno mai pensato di contestare alle forze dell’ordine e ai loro capi il reato di “tortura” perché a nessuno dei contestatori sono state strappate le unghie, sono state mutilate le dite e sono state fatte endovenose con benzina.
E non perché il reato di “tortura” non è previsto dal nostro codice penale. Nell’introdurlo, come tutto il Parlamento pretende, bisogna stare molto attenti a non confondere con la “tortura” qualsiasi forma di maltrattamento fisico. Come le manganellate dei poliziotti e dei carabinieri.











