di Daniela Iorio
“Da domani l’Europa inizia a guarire le sue ferite, le nostre ferite”, così si esprime il Ministro Varoufakis dopo l’esito del referendum sui piani finanziari dettati dalla Troika. E non ci sarà nessuna moneta parallela, “siamo pronti ad incontrarli subito”. Parola di chi ora ha la forza del sostegno del suo popolo.
Tsipras ha vinto le elezioni, in un paese in ginocchio, promettendo di mettere fine all’austerità, ai sacrifici immani della Grecia degli ultimi anni. Una coerenza politica e una promessa che sta mantenendo con grande coraggio. Così la Grecia ha detto “no” all’Eurogruppo e si stringe attorno al suo premier: popolo e governo nella miseria si abbracciano, un solo blocco unitario, sponde che si danno la mano; una lezione che solo la patria filosofica della democrazia poteva dare a tutti, “si può ignorare la decisione di un governo, ma non di un popolo intero” dice il fiero leader di Syriza.
Esultano le delegazioni della politica italiana ad Atene a favore del “no”, Grillo, Vendola, Fassina. “L’agenda di Bruxelles ora va rifatta, prima i diritti delle persone” ha commentato il leader di Sel. Meno poetico Salvini che è restato in Italia pur essendo sostenitore del no: “Il risultato è uno schiaffone agli europirla”. Dal canto suo Angela Merkel ha commentato freddamente l’esito del referendum con finto distacco. “Troppa ideologia, sta portando il popolo greco a sbattere contro il muro”.
Hanno votato quasi sette greci su dieci, in una domenica di sole: il 61 per cento ha detto “No” (contro il 39 per cento dei sì). Ora si cambia. Almeno è quello che chiede con forza il duo Tsipras e Tsakalotos (il nuovo ministro della finanza, l’uomo che ha preso il posto di Varoufakis praticamente costretto alle dimissioni). La prima mossa è stato quella di chiedere sette miliardi per l’emergenza. Ma La Bce ha gelato la Banca di Grecia: “Il fondo Ela serve solo per le situazioni temporanee, non per la solvibilità”.
Il debito complessivo è di 330 miliardi, molto più di quanto ora valga il suo pil; da quest’anno a dopo il 2050 si parla solo di debiti da estinguere per la Grecia. Soldi, un mare di soldi ai creditori. Ora è difficile fare previsioni per il dopo. Ci vuole un nuovo accordo, questo è il punto di partenza. Sarà la nuova battaglia della Grecia unita, una battaglia che deve essere fulminea. Non è in gioco l’addio all’euro, ma un negoziato più forte, a favore della nazione ellenica, per ridimensionare le pressioni e i dictat degli eurocrati. Insomma quel “terrorismo” di cui parlava il ministro Varoufakis alla vigilia delle votazioni; si è esposto duramente e senza mezzi termini, “vogliono fare terrorismo sul popolo perché siamo un governo finalmente ribelle”.
E infatti, όχι o ναί, il dado è tratto, o meglio scaraventato: ora si tratta di divenire o meno l’ago della bilancia della trattativa. La troika era forte della probabile vittoria del sì dal popolo greco, di una sorta di sfiducia degli elettori sulla conduzione delle trattative da parte dei propri rappresentanti istituzionali; avrebbe avuto legittimità per imporre le dure sanzioni per il debito, affossando così le possibilità di sviluppo per la Grecia dei prossimi anni, molti anni.
Tsipras invece ora ha l’appoggio del suo popolo ed ha ricevuto nuovo mandato e vorrebbe condividere la sua vittoria con tutta l’Europa che non si è assuefatta di fronte all’economicismo imperante: quella contraria ai sedicenti disincantati dalla tecnocrazia, il cui mantra è che, al di là delle favole, l’Unione segue solo le necessità economiche e che molti piccoli stati non sarebbero sopravvissuti senza l’Eurozona. Sbagliano, perché partono dalla fine e non dall’inizio. Hanno dimenticato il mito dell’Europa, quello delle fondamenta. Un’Europa unita, ma di “distinti”, che dovrebbe rendere in grado le nazioni di svolgere un ruolo politico globale. Non si svolge nessun ruolo però senza memoria di sé. La Grecia era la Patria, senza la quale, follia o meno per i disincantati, non sarebbe avvenuta l’occidentalizzazione di buon parte del pianeta.
Se muore la Grecia muore l’Europa. Non solo la Grecia che sprofonda nel suo default. Il triste defunto è l’Europa tutta, senza l’unione della quale gli Stati dovranno solo dotarsi di strategie, armi politiche ed economiche, in forza delle quali poter divenire veramente egemoniche. Duro, se non impossibile, per un singolo Stato: la messa alla porta della Grecia significa questo, dimenticare l’Europa come potenza, dove la ricerca, gli investimenti, l’occupazione sono anche in buona parte intervento comunitario dell’Unione, come di ogni federazione.
Altrimenti c’è populismo, nazionalismo, vuoto, senza nessuna potenza e crescita. Figuriamoci se può essere ancora in gioco il mito dell’occidentalizzazione.










