di Lidio Aramu
Luigi De Magogistris entusiasmato dagli applausi e dalle incitazioni dei suoi supporter, commemorando le Quattro giornate ha pronunciato uno dei suoi soliti categorici ed audaci imperativi: “Noi lotteremo sempre, il popolo napoletano è un popolo che sa lottare. Lotteremo e non mollerò mai.”
Il popolo napoletano, in realtà, pur eccellendo nelle arti e nelle scienze, non è mai stato un lottatore. E che nel genoma del popolo napoletano non si trovino i cromosomi del lottatore è dimostrato dall’assoluta mancanza di sdegno e di reazioni popolari all’ipotesi di una ricandidatura a sindaco di Antonio Bassolino.
Nella sua lunga storia, senza voler considerare la controrivoluzione del cardinale Ruffo e dei lazzari sanfedisti, si è ribellato un paio di volte in tutto e contro lo straniero: con Masaniello contro gli spagnoli del viceré Rodrigo Ponce de Leòn, duca d’Arcos e, qualche secolo dopo, contro le truppe germaniche. In entrambi i casi, andando oltre la retorica, le cause che determinarono le rivolte furono sostanzialmente le stesse: la miseria e l’esasperazione.
Nel ‘600 la plebe napoletana, al grido di “Viva il re di Spagna, mora il malgoverno” si rivoltò contro la nobiltà spagnola ritenendola la fonte del malgoverno senza tuttavia dar vita ad una sollevazione antispagnola. Una insurrezione nata male e finita peggio con la decapitazione di Tommaso Aniello da Amalfi.
Nel ’43, i napoletani esasperati da oltre cento terrificanti bombardamenti, dalla feroce ed incontrastata reazione tedesca all’armistizio badogliano, dall’approssimarsi a Napoli delle truppe anglo-americane, presero le armi contro i nazisti ormai in procinto di lasciare la città. Il Fascismo era già morto da tempo (1926) precipitando al suolo da una balconata malmessa di un palazzo di recente costruzione in Via Generale Orsini a Santa Lucia. Il blocco sociale, che con la scomparsa del massimalismo padovaniano, aveva indossato opportunisticamente gli stivaloni lustri e il rapace sul fez, si accingeva infatti ad infeudarsi, senza colpo subire, alla rinata partitocrazia.
Detto questo, ma che c’azzecca il sindaco De Magogistris con la storia alta e nobile di questa città? A quale esercito lanzichenecco si è mai ribellato? Certo si era presentato all’elettorato come elemento di rottura con le gestioni amministrative del passato, duce in sedicesimo della rivoluzione arancione. Aveva promesso di scassare e, bisogna riconoscere, che ci è riuscito senza peraltro profondere molte energie affidando al tempo il compito inesorabile di degradare strade, piazze, edifici e giardini e all’indifferenza le potenziali leve del rilancio economico della città: la riqualificazione di Bagnoli e dell’ex area industriale orientale, la risorsa mare, il Centro storico, la Mostra d’Oltremare… Anche il lungomare libberato, il “bagnasciuga” della rivoluzione arancione, non fa altro che essere la location d’iniziative a dir poco fallimentari che non ripagano i sacrifici, in termini di traffico intenso, inquinamento acustico e chimico, di tempi di percorrenza, imposti ai cittadini contro ogni vincolo di tutela e contro la storia dei luoghi. Per la lobby dei ristoratori la chiusura di via Partenope ha rappresentato invece una vera e propria manna caduta dal cielo per l’elefantiasi della ricettività dei locali.
Probabilmente Luigi De Magogistris millantando una sua capacità di lotta e di resistenza aveva forse in mente l’opposizione alle ragioni logiche e fondate della borghesia chiajaiola-posillipina contraria alla totale chiusura dell’asse stradale litoraneo o all’insensata ricapitalizzazione con denari del popolo della BagnoliFutura (dopo averne reiteratamente promessa la chiusura in campagna elettorale) a pochi giorni dal fallimento con 3 milioni di euro e con il Parco dello Sport, da tempo ultimato e mai aperto alla città, o ancora, il braccio di ferro ingaggiato con il Soprintendente Giorgio Cozzolino per l’utilizzo dello storico Largo di Palazzo al fine di beneficiare cantanti, nani e ballerine.
Si fa fatica ad individuare i campi di battaglia dove il sindaco ha strenuamente lottato per creare nuova occupazione, difendere ed incrementare lo “stato sociale” sì da tutelare il diritto ad una vita decorosa dei cittadini meno abbienti, dei portatori di handicap, dei senza lavoro e dei lavoratori in difficoltà.
No, niente di tutto questo. Con l’amministrazione Iervolino, i napoletani credevano di aver toccato il fondo, ed invece… Avevano sperato nell’onestà del magistrato, peraltro indiscutibile, per spezzare i lacci ed i lacciuoli d’inconfessabili interessi che frenano ogni spinta innovatrice con un nuovo processo alla città. Inutilmente.
La reazione popolare, quando c’è stata, si è indirizzata contro i reggitori del Palazzo senza peraltro conseguire apprezzabili risultati. Il popolo di Napoli non è un lottatore ma possiede una infinita pazienza mista ad una buona dose di rassegnazione, Attende soltanto il momento della scadenza del mandato sindacale per esclamare il suo “assa fa’ a Maronn” e di Luigi De Magogistris e della sua rivoluzione arancione alla fine non resterà alcuna traccia perché lo stesso lungomare “libberato” tornerà alla sua antica e fondamentale funzione di asse di collegamento primario tra l’oriente e l’occidente napoletano.










Bravo Lidio un’analisi perfetta