di Lidio Aramu
E’ passata molta acqua sotto i ponti dal tempo in cui Leo Longanesi scriveva che “Che strana democrazia è mai quella che vieta di rimpiangere un dittatore scomparso, e che strano dittatore fu mai quello se trova tanti disposti a rimpiangerlo in tempi di democrazia.” Grazie alla monumentale opera del professore Renzo De Felice e ai ricercatori della sua scuola, oggi si guarda al Fascismo con animo scevro da pregiudizi ideologici
Lo stesso Congresso di Fiuggi, che sancì la definitiva scomparsa del Msi, ha contribuito a creare un clima più sereno. E l’interesse dei lettori per le complesse vicende dell’Italia in orbace ha come cartina al tornasole la continua e corposa pubblicazione di libri dedicati ai vari aspetti della politica del Ventennio fascista. Le stesse esternazioni di quanti, richiamandosi per opposti motivi anacronisticamente a quel periodo della storia d’Italia per dare un senso alla propria esistenza politica, inducono a reiterate riflessioni sugli aspetti che caratterizzarono la problematicità di quel periodo.
Tentare la compilazione di una graduatoria dei temi trattati, in ragione del numero delle pubblicazioni, è cosa ardua, tuttavia si può ragionevolmente ritenere che l’architettura nelle sue diverse specializzazioni, occupi un posto di rilievo. L’architettura utilizzata come acceleratore dei processi d’identificazione, in grado di trasmettere messaggi. E’ il razionalismo italiano che fonde i canoni dell’architettura moderna con quelli classicisti. Un’architettura che ancora oggi, in ogni dove d’Italia, è perfettamente riconoscibile anche da chi è a totalmente profano in materia.
E’ il “Fascismo di pietra” di Emilio Gentile che prende possesso delle città, le trasforma con le bonifiche urbanistiche, le arricchisce di nuovi centri di aggregazione sociale, di palazzi d’interesse pubblico, di case popolari, facendole entrare a pieno titolo nella modernità.
Ma l’architettura fu anche altro. Fu, ad esempio, la costruzione di adeguati strumenti per la lotta alle piaghe sociali che a quel tempo affliggevano la comunità nazionale: la tubercolosi e la mortalità infantile.
La lotta alla tubercolosi prese il via nel 1923 con la massiccia campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e scientifica condotta dalla Federazione Italiana per la Lotta contro la Tubercolosi, attraverso l’organizzazione di congressi scientifici annuali, il coordinamento di tutta l’attività scientifica e la diffusione sociale delle basilari norme di prevenzione. Ed in questa prospettiva si collocava, tra l’altro, l’istituzione dell’assicurazione obbligatoria contro la malattia di circa 4 milioni di lavoratori, compresi quelli agricoli.
L’architettura scende in campo con la formazione dei Consorzi Provinciali Antitubercolari tra Province e Comuni. Istituzioni che si occupavano della prevenzione, della diagnostica e della divulgazione delle informazioni attraverso i Dispensari Antitubercolari Provinciali costruiti nei capoluoghi di provincia e le Sezioni Dispensariali edificate in alcuni quartieri delle grandi città e nei centri minori.
Nel 1938 potevano contarsi 94 Dispensari Antitubercolari Provinciali e 419 Sezioni Dispensariali distribuiti sull’intero territorio nazionale. Dal punto di vista architettonico si trattava di strutture dai volumi contenuti giacché non era prevista la cura della tubercolosi demandata agli ospedali o ai sanatori, e dagli stilemi tipici dell’ecclettismo anni ’20 che lasciarono il passo, a partire dagli anni ’30 a quelli di un misurato razionalismo. Tra i Dispensari Antitubercolari quello Provinciale di Alessandria progettato da Ignazio Gardella, è ritenuto una delle più importanti opere dell’avanguardia Razionalista realizzate durante il Ventennio.
La rete ospedaliera a far data dal 1930, anno in cui per legge l’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale fu delegato a creare una rete sanatoriale su tutto il territorio nazionale, fu potenziata con numerose divisioni tisiologiche adeguatamente attrezzate nei grandi complessi ospedalieri, mentre i sanatori garantivano un’assistenza altamente specialistica e l’isolamento in un ambiente salubre dei malati contagiosi.
A Roma (1935) e a Napoli (1939) furono costituite le prime Scuole di Specializzazione in Tisiologia e Malattie dell’Apparato Respiratorio.
Risale a quegli anni la costruzione dei Sanatori: il Carlo Forlanini a Roma (1934), il Principe di Piemonte a Napoli (1938), il Villaggio sanatoriale di Sondalo (1938), complessi progettati, costruiti e organizzati secondo criteri igienico-sanitari d’avanguardia, incastrati in vasti parchi con migliaia di alberi di alto fusto o, come nel caso del Villaggio di Sondalo, immerso in un ambiente naturale boschivo di conifere e larici.
Dai 10 mila posti-letto del ’22 si raggiunse così alla vigilia del II conflitto mondiale la cifra di circa 60 mila mentre la curva dei decessi in quegli stessi anni toccò la punta più bassa.
La gran parte di queste strutture sanitarie, “restaurate” o trasformate, col passare degli anni e con la scomparsa della tisi sono state destinate ad altre funzioni. Altre, abbandonate al degrado, sono andate distrutte. Avrebbero potuto, se restaurate filologicamente, raccontare l’impegno italiano per debellare questa piaga sociale al punto da creare una precisa tipologia architettonica. Ma l’Italia si sa, nella tutela e nella conservazione delle proprie radici storiche e culturali non brilla e, nella fattispecie, trattandosi di opere e di attività sociali poste in essere dall’odiato regime, non è da escludere che la noncuranza ed il degrado conseguente siano state scientemente volute per cancellare un’imbarazzante memoria.
Nell’arco di un ventennio il regime fascista creò un capillare sistema di strutture di servizio, assistenziali, culturali e politiche, in grado di servire tutta la popolazione, nelle città come nei piccoli centri di provincia e di confine. Furono costruite nuove tipologie architettoniche: le Case del Fascio, le sedi della Gioventù Italiana del Littorio (Gil), i Dispensari antitubercolari, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (Onmi).
Il contrasto agli elevati indici della mortalità infantile e nei primi quattro anni di vita costituirono un ulteriore motivo d’impegno del regime fascista. Ad onor del vero, questa piaga interessava un po’ tutta l’Europa e non solo, ma il numero delle morti italiane superava di gran lunga quelle che ordinariamente si registravano altrove. Fu così che il governo italiano decise di frantumare la consolidata convinzione che per l’assistenza della maternità e dell’infanzia fossero sufficienti le iniziative private, integrate, se mai, da qualche intervento statale. L’assistenza sociale, secondo la nuova visione politica, doveva essere organizzata su solide basi, con un diretto e rilevante impegno dello Stato nel coordinamento, nella vigilanza.
Per questi motivi, nel 1925 prese corpo l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia. Un ente parastatale a cui si affidavano sostanzialmente tre obiettivi: cancellare i fallimenti della beneficenza pubblica e privata. Mussolini desiderava, infatti, assicurare l’assistenza sanitaria anche alle gestanti, ai neonati e alle madri nutrici; accrescere il numero della popolazione contrastando l’elevato tasso di mortalità infantile, in particolar modo quello dei bambini di età inferiore ai quattro anni, la diffusione del procurato aborto e dell’infanticidio; equiparare la legislazione italiana a quella di gran parte dei paesi europei. La creazione dell’Onmi, pur ispirandosi alla soluzione assistenziale belga ritenuta fino a quel momento la migliore in assoluto, la sopravanzò giacché oltre all’assistenza ai fanciulli, si occupava di dare aiuto anche alle donne in stato di gestazione e alle puerpere indigenti o abbandonate, divulgava, inoltre, le norme d’igiene prenatale ed infantile e vigilava su tutte le istituzioni pubbliche e private che operavano per l’infanzia. La chiesa non fece mancare il suo pieno e convinto sostegno invitando le parrocchie sparse su tutto il territorio nazionale a collaborare con l’Onmi nell’assistenza alle madri e ai fanciulli.
I risultati dei primi sette anni furono però deludenti poiché i Comuni e le Province che avrebbero dovuto mettere a disposizione dell’Onmi le strutture sanitarie e assistenziali specifiche vennero meno agli impegni assunti, per cui le attività d’istituto si svolgevano laddove era possibile: negli ospedali, nelle cliniche e negli istituti pediatrici di assistenza.
Sileno Fabbri, commissario straordinario dell’ente, avviò nel 1933 una profonda riorganizzazione, rinnovando l’organico, incentivò la prevenzione e soprattutto si rivolse agli architetti ai quali affidò la progettazione e la costruzione dei centri di assistenza materna ed infantile, denominati “Casa della Madre e del Fanciullo”.
Queste strutture di contenuti volumi e dallo stile architettonico prevalentemente funzionalista ospitavano, razionalizzando i servizi, consultori pediatrici, materni, dermosifilopatici, asili nido e refettori. Nel 1937 la rete assistenziale intrecciata dall’Onmi contava su 3425 consultori ostetrici, 4156 consultori pediatrici, 210 asili nido, 1126 dispensari del latte, 1198 refettori e ben 156 (edificati in soli quattro anni) “Case della Madre e del Fanciullo”, il tutto per un milione e cinquecentomila bambini assistiti in quello stesso anno.
Tutt’oggi, sebbene siano state destinate alle funzioni più disparate, queste strutture, riconoscibili dallo stile razionalista, sono ancora lì a testimoniare l’imponenza – ai tempi del “male assoluto” – della solidarietà nazionale ai bambini e alle madri meno abbienti.














