di Lidio Aramu
Nella nostra modernità, caratterizzata dalla labilità di valori unificanti, nella quale fiducia, compassione, pietà e solidarietà vera si vanno sempre più rarefacendo, marcando così l’esistenza di un vuoto che è sociale ed individuale, dove – per dirla con Bauman – il ritrovarsi in un luogo pubblico o in un grande centro commerciale si configura come un incontro tra persone che non si conoscono e che non si conosceranno, ripensare al romanticismo operaio che segnò la vita sociale ed economica della prima metà del Novecento, è cosa assai ardua
Risulta persino difficile immaginare che sia esistito un operaio che considerava il lavoro non soltanto come mezzo per soddisfare le esigenze esistenziali proprie e quelle dei suoi familiari, quanto un percorso iniziatico avente per mèta la realizzazione personale ed il progresso della comunità nazionale. La trama ideale di questa concezione affermata con vigore dal regime fascista, era stata tessuta dallo storicismo idealistico. Per Hegel, infatti, la realtà è spirito: il mondo è la manifestazione visibile dell’attività spirituale umana concreta; assume cioè la forma che l’uomo gli dà con il lavoro. E’ l’homo faber che plasma la Natura e rende tangibile con il lavoro prodotto la sua spiritualità.
Nei primi due decenni del Novecento le condizioni di vita ed economiche dei lavoratori delle fabbriche (e non solo) non erano molto dissimili da quelle degli inizi della rivoluzione industriale. A poco era servita, nei fatti, la lunga scia di rivendicazioni sociali e salariali, spesso oggetto di violente e sanguinarie repressioni alla Bava Beccaris.
Gli ex contadini strappati ai campi dalle prospettive di una vita migliore e di condizioni lavorative più stabili continuavano a gremire le periferie urbane adattandosi a vivere in abitazioni malsane, senza servizi igienici o in comune, senza acqua corrente, sottoponendosi tra l’altro a turni di lavoro a dir poco massacranti. In quei ghetti di emarginati si determinavano le condizioni ideali per la diffusione delle malattie infettive come il tifo, il colera… e sociali quali rachitismo e tubercolosi, criminalità, prostituzione e alcoolismo.
Lo stesso assetto urbanistico delle città denunciava le inique diseguaglianze sociali, contrapponendo i quartieri del centro abitati dalla borghesia abbiente con un’adeguata dotazione di infrastrutture, servizi e verde, alle disumane periferie, un melting pot di fabbriche, capannoni, quartieri degradati, sovraffollati e privi dei fondamentali servizi.
A quest’universo proletario, degradato e privo di garanzie, si rivolsero le attenzioni del governo fascista che intervenne con determinazione attuando bonifiche urbanistiche e la costruzione di case popolari, promulgando un corposo numero di leggi innovative e la creazione di enti preposti all’assistenza dei lavoratori.
Nel ’23 furono introdotte: la legge sulle otto ore di lavoro e l’assicurazione contro la disoccupazione; nel ’25 l’assicurazione contro gli infortuni nel lavoro agricolo; nel ’26 la disciplina giuridica nei rapporti collettivi e l’istituzione della Magistratura del Lavoro; nel ’27 la Carta Nazionale del Lavoro, il primo documento al mondo tendente ad armonizzare i rapporti tra capitale e lavoro e nel quale, per la prima volta, furono riconosciuti ai lavoratori: il diritto alle ferie annuali pagate, il diritto al trattamento di fine rapporto (liquidazione), il diritto del pagamento del lavoro straordinario, il patrocinio gratuito nelle controversie con i datori di lavoro; nel ’28 l’istituzione degli uffici di collocamento, dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, l’esenzione tributaria per le famiglie numerose …
Ad un tratto, un colpo di clacson e lo sfrecciare rumoroso di un motorino mi strapparono dalla pensierosa astrazione provocata dalla visione del grande edificio color mattone con ingresso colonnato e ampia scalea, ubicato alla sommità della salita Tarsia. Un edificio bi-funzionale suddiviso in due macro locali: il teatro Bracco, l’antica Sala Tarsia, ed un cinema non più esistente, l’Astoria, molto frequentato negli Anni ’60 da studenti transitoriamente poco motivati, e trasformato oggi in una sede per uffici della Polizia di Stato.
Eppure sono passato davanti a questo palazzone littorio migliaia di volte prima d’immergermi nel dedalo di vicoli, strade e piazze del centro storico, ma mai la vista di tale manufatto aveva innescato in me un simile flash back. Ricordo però che quella mattina, andavo con passo lento e cadenzato lungo la salita ripensando agli sciagurati provvedimenti da macelleria sociale adottati dal governo Renzi per mettere a posto i conti dello Stato. E mentre rimuginavo sul taglio delle pensioni, sul diritto alla salute negato, sulla possibilità concreta della cancellazione delle pensioni di reversibilità, sulle odiose disparità sociali in via di moltiplicazione, mi si parò innanzi alla vista l’edificio dell’Opera Nazionale Dopolavoro, forse l’unico superstite in tutta la città.
Lo fissai intensamente e questi, quasi volendo ribadire che le architetture sono una fusione pulsante di pietra e sangue, sembrò che cominciasse a parlarmi: “Sai, sono nato nel ’29, l’anno della grande crisi economica americana, quando in Italia si costruiva alacremente lo Stato sociale giacché in quel tempo si riteneva che la difesa del lavoratore spettasse allo Stato. Il lavoratore, infatti, adempiva funzioni, che erano necessarie alla potenza economica e sociale della Nazione. Le iniziative previdenziali quindi non potevano essere lasciate all’arbitrio dell’individuo. Spettava allo Stato regolarle, d’imporle, di coordinarle, per la difesa dell’organismo nazionale, del quale il lavoratore era cellula attiva.
L’Opera Nazionale Dopolavoro era uno dei quattro istituti assistenziali (gli altri erano: l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, l’Opera Nazionale Balilla ed il Patronato Nazionale per le Assicurazioni Sociali) creati dal Fascismo a difesa dell’integrità fisica e morale dei lavoratori e delle loro famiglie. Si preoccupava, in concorso con una miriade di associazioni, di preservare gli operai ed i camici bianchi dalla “alienazione” derivante dal lavoro sempre più specializzato, organizzando il tempo libero in modo da estendere i benefici che ne derivavano, allora appannaggio di pochi e fortunati, alla gran massa dei lavoratori.
Non puoi immaginare quanti napoletani sono passati nei due locali che si affacciano sulla strada e quanti di loro conobbero per la prima volta l’arte cinematografica e teatrale grazie ai biglietti a basso costo. Tuttavia, l’Ond non era solo questo. Nelle strutture sportive della città organizzava attività ludiche, memorabile ad esempio la manifestazione natatoria che radunò a Napoli alla fine degli Anni ’20 ben 1600 nuotatori, pianificava escursioni, organizzava campeggi e colonie per i figli del popolo, corsi di recupero scolastico e di qualificazione. A difesa del potere d’acquisto dei salari e degli stipendi, l’Ond, offriva un servizio di speciali convenzioni con “La Provvida” e col “Consorzio Industrie Manufatti” rendendo così possibile l’acquisto di generi alimentari a prezzi contenuti o rateizzati come nel caso dell’acquisto di capi di abbigliamento o di prodotti per l’arredamento della casa. La rilevanza dell’Opera intanto accresceva per effetto di leggi…”.
La parola “leggi”, mentre il racconto del palazzo littorio lentamente sfumava, assunse nella mia mente le forme e le cadenze della voce dell’eco riportando in superficie dal baule delle mie conoscenze quanto ho riportato all’inizio di queste righe, che non sono certo dettate da suggestioni nostalgiche, né hanno la presunzione di possedere una valenza politica. Quella raccontatami dal palazzo littorio è un’Italia che non esiste più così come non esistono più quegli italiani.
Di recente se ne è andato Piero Buscaroli, un uomo con una cultura non comune ed una fedeltà ai suoi ideali giovanili adamantina, ebbene riferendosi a quel periodo travagliato della storia d’Italia ha scritto numerosi tomi e considerazioni, ma una in particolare mi sento di condividere: “Non cercate più dove sia finita l’Italia. Quella che avete rimpianto e ancora sperato e aspettato, è morta. Non ritornerà. La parola Fine non c’è perché il Coma sempre più profondo, durerà decenni – anzi secoli”. A noi non resta altro da fare che sopravvivere alle miserie della modernità tenendo acceso e bene in mostra il lumicino dei Valori della tradizione, in attesa dell’Italia che verrà.















Ancora un pezzo di STORIA del Fascismo che onora l’Italia, ma che sui libri di scuola viene ignorata ! Articolo che si fa leggere con piacere e nostalgia ! Grazie Lidio Aramu,grazie e continua !!!