di Lidio Aramu
Ero abbastanza indeciso su quale sarebbe stato l’oggetto della mia rubrica settimanale. Nella mia mente si affollavano tanti spunti ma due in modo particolare si staccavano dalla massa senza però che l’uno riuscisse a prevalere sull’altro. E sono ancora qui a decidere se scrivere dell’apertura al pubblico della Mostra d’Oltremare o del vergognoso abbandono degli edifici storici del porto. Uno per tutti, il manufatto dei Magazzini Generali Silos e Frigoriferi.
Del perché di tanta indecisione non so dire. I due argomenti non sembrano avere molti punti in comune. Sono lontani per ubicazione, stato di conservazione, tipologia strutturale ed anno di costruzione. Eppure continuo ad avvertire dentro di me l’esistenza di qualcosa che li accomuna intimamente. Se escludo il fatto che entrambi sono stati partoriti dalla geniale mente dell’architetto Marcello Canino, cosa può mai unire l’uno all’altro…
La Mostra d’Oltremare in occasione dell’apertura dei suoi varchi alla cittadinanza pare che sia stata ribattezzata con l’imposizione di una nuova denominazione: “Fiera Monumentale di Napoli”. Probabilmente si tratta di un accento retorico. Tuttavia, dato il corto respiro della strategia dell’Ente, si è più portati a credere che sia un tentativo di sganciare l’unicum strutturale di Marcello Canino dal ricordo della sua missione originaria. Quell’Oltremare conservato nella ragione sociale che, lungi dall’essere anacronistico, rimarca i limiti strategici di dirigenze e consigli di amministrazione organici e sottomessi ai voleri della politica. Avrebbe potuto essere l’anello di congiunzione tra le culture del Mediterraneo, l’incentro geometrico di una vasta area comprendente le economie della vecchia, cara Europa e quella in forte crescita della sponda Sud del bacino. L’agorà di parlatiana memoria.
Nell’agosto del 2005, in una Napoli deserta, l’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Rosa Russo Iervolino, con l’avallo della Soprintendenza, approvava il Pua grazie al quale all’Ente fieristico flegreo si affidava una nuova mission trasformandolo in un parco per il tempo libero senza più fiere e mostre.
E’ il via libera ad una nuova cementificazione. E’ prevista, infatti, la realizzazione di grandi cubature per nuovi alberghi e per un Centro dei Congressi da 5 mila posti. Altre cubature dovrebbero essere realizzate per ricostruire – manco si trattasse di Disneyland – gli edifici storici scomparsi, serre botaniche di Carlo Cocchia comprese. Destinazione funzionale che consentirà la privatizzazione di fatto di quella che era un bene comune d’interesse locale e nazionale. Per intenderci sarà sufficiente riflettere sulla sorte del Palazzo degli Uffici di Marcello Canino.
“Fiera Monumentale di Napoli” pertanto, non più strumento di promozione economico-culturale, ma “spazio della qualità per il tempo libero sia per i turisti che per i napoletani”.
Ridotta quindi allo stato di un’attrezzatura di quartiere, poco più di una villa comunale, la Mostra d’Oltremare evidenzia delle singolari analogie con quanto sta accadendo su un altro pezzo pregiato di Napoli, il cosiddetto “lungomare libberato”, privato della funzione primaria e ridotto a proscenio di nani e ballerine. Spettacoli che richiamano, e non sempre, un po’ di spettatori più o meno interessati.
Quanto vuoti ed irritanti appaiono i retorici proclami: la “Mostra d’Oltremare diventerà un punto di riferimento per la vita culturale della città” o “Riapre uno dei patrimoni monumentali più importanti del mondo”. Basta passeggiare con occhio attento lungo i viali per rendersi conto del degrado incontrastato che interessa tuttora una consistente parte del patrimonio architettonico ”monumentale”, della privatizzazione di alcuni spazi “monumentali”, del “monumentale” deserto creato dall’abbattimento delle serre botaniche di Carlo Cocchia, significativo esempio, con la Torre del Pnf di Venturino Ventura, dell’architettura razionalista tra le due guerre. Già, perché una cosa è una dichiarazioni d’intenti, un’altra è trovare i finanziamenti per renderla concreta.
Oltremare, Mediterraneo, turismo, porto… e s’incunea di nuovo nelle mie considerazioni l’immagine sconsolante dell’edificio dei Magazzini Generali Silos e Frigoriferi.
Edificato negli anni della ricostruzione post bellica sulla banchina del Piliero su progetto di Marcello Canino, il manufatto, concettualmente ricorda molto l’edificio dei Granili di Ferdinando Fuga, andato distrutto nella prima metà degli Anni ’40.
La struttura è una riuscita fusione tra un magazzino per derrate alimentari alla rinfusa ed una palazzina per uffici. Pur essendo un’opera minore in essa si ritrova l’ibrido connubio tra gli elementi della tradizione e quelli della modernità, la mirabile sintesi che caratterizza tutta l’opera di Canino. Per queste ragioni l’edificio è tutelato ai sensi di legge.
Tutela che lo ha preservato seppure in pessimo stato di conservazione, da diverse ipotesi di abbattimento.
Il rischio di una sua cancellazione dal waterfront portuale è stato concreto e si deve alla sensibilità di Luciano Dassatti se questo prezioso tassello della storia dell’architettura partenopea potrà costituire, date le sue caratteristiche strutturali, un valore aggiunto all’offerta turistica. Un edificio dalla funzione multipla in grado di offrire: sevizi d’accoglienza dei crocieristi e turisti in genere, parcheggi di lunga durata, spazi espositivi e di ristoro e relax. Tutto di là da vedere.
Napoli è la città di un perenne divenire che non riesce ad allontanarsi dal presente. Una città dove pare imperare una gestione del territorio – assegnazione delle funzioni compresa – dettata da rigide logiche minimaliste. E col pretesto che la politica è l’arte del possibile, si assiste all’abbandono al degrado di splendidi edifici della storia della città: il Real Albergo dei Poveri, Castel Capuano, l’ex Ospedale della Pace, gli edifici termali di Giulio Arata ad Agnano, l’Immacolatella Vecchia, all’utilizzo improprio, si pensi al Grande Hotel de Londres, progettato da Giovan Battista Comencini, prima espressione dell’Art Nouveau a Napoli, adibita a sede del Tribunale Amministrativo Regionale, o sottoutilizzate come nel caso degli edifici del Molo S. Vincenzo e dell’ex Base navale. E l’elenco potrebbe proseguire per pagine.
I termini cultura e turismo assumono per i gestori della cosa pubblica napoletana, lo stesso valore del latinorum di Don Abbondio. Sono utilizzati per non dire nulla o, nella migliore delle ipotesi, per dare la sensazione di dire cose importanti, cercando di nascondere o modificare la realtà. La verità vera è che si cerca di capitalizzare in termini politici ed economici, magari privatizzandoli, i pezzi pregiati della città.
Tant’è che il binomio “Turismo e Cultura”, nel caso della Mostra d’Oltremare è riuscito a giustificare un utilizzo riduttivo e parcellizzato del patrimonio strutturale della S.p.A. ma lo stesso è risultato del tutto inefficace nella designazione del nuovo presidente dell’Autorità del Porto di Napoli, fondamentale infrastruttura per le attività turistiche ed il commercio e bisognosa di urgenti opere di ammodernamento.
Pur lontane tra loro la Mostra d’Oltremare ed i Magazzini Generali per l’intero porto, sono le antitesi, le facce opposte della stessa medaglia. Le schizofreniche espressioni di un sistema di potere ormai lontano dalla gente e sempre più funzionale alle speculazioni e alla finanza senza volto e senz’anima.











Un significativo articolo,,,,,che lascia una malinconica tristezza nel cuore!!
Il potere malefico a cui l’Italia è soggetta ..procura solo degrado delle mirabili
opere compiute in passato… e poi il nome cambiato alla Mostra d’Oltremare in
“Fiera monumentale di Napoli ” andava bene solo come iscrizione al cimitero.
Grazie Lidio per il tuo articolo un saluto cordiale
Malinconia. Chiacchieroni, pasticcioni, fanfaroni ci governano. Una banda di cialtroni senza valori e senza storia. Bello, l’articolo. Malinconia. Eppure riesco sempre a sperare che verrà un giorno in cui ci riprenderemo in mano la nostra storia, i nostri valori, la nostra civiltà. “Il re è nudo!”… e una risata li seppellirà.