Mimmo Carratelli

Mimmo Carratelli

Giornalista e scrittore. È stato inviato speciale e caporedattore al “Roma” di Napoli, a “La Gazzetta dello Sport”, al “Corriere dello Sport-Stadio”, a “Il Mattino”, oltre che vicedirettore del “Guerin Sportivo”.

Abbagnale, la leggenda dei fratelli d’oro

Giuseppe Abbagnale compie 55 anni. Oggi quasi non più capelli. Eppure lo ricordiamo con quella faccia da ragazzino ed i ricci scomposti, indelebili quelle immagini dal lago Casitas in California, la conquista della prima medaglia olimpica d’oro dei fratelli Abbagnale. Erano i giochi olimpici d’America, 1984. Quelle del ritorno della Cina e del boicottaggio dell’Unione Sovietica e gli altri Stati del patto di Varsavia in risposta alla non partecipazione statunitense alle olimpiadi di Mosca del 1980. Sono passati trent’anni, ma per chi ha vissuto quelle emozioni sembra oggi. Mimmo Carratelli ci racconta la leggenda dei fratelli d’oro e di quella barca che conquistò il mondo. 

a1 di Mimmo Carratelli

Le acque di mari, laghi, fiumi e bacini idrici, dal vecchio al nuovo mondo, domate con 35 colpi di remi al minuto su un guscio di barca, due colossi a vogare, con un pollicino al timone. Per vent’anni questa è stata la vita di Giuseppe e Carmine Abbagnale, i Fratelloni di Pompei, i Bronzi di Riace del canottaggio che non era stato mai tanto popolare come quando dal Circolo Nautico di Castellammare di Stabia sbucarono i due ragazzi, un leone e una roccia, lasciando un campo di gladioli e una vita di contadini per spingere una barca di sudore, sacrificio e spasimi sui duemila metri d’ogni trionfo.
Sono passati tredici anni dall’ultimo colpo di remi, proprio nelle acque di via Caracciolo, e Giuseppe oggi è stempiato ha 55 anni e Carmine, 52 anni. Hanno messo su famiglia. Giuseppe ha sposato Linda Esposito, la ragazza che gli faceva sbollire i furori agonistici e gli ha dato un figlio. Carmine, diplomato all’Isef, ha sposato una sua allieva, Loredana Filippi, che gli ha dato una figlia.

fratelli_Abbagnale(1)Sembra impossibile, ma il tempo è passato, che i due colossi di Messigno, frazione di Pompei, si siano scrollata di dosso tutta l’acqua del mondo, l’acqua rossa del Rotsee, l’acqua colorata del lago Casitas, l’acqua d’acciaio di Hazewinkel, l’acqua verde tra gli alberi di Nottingham, l’acqua del fiume Han, l’acqua sotto le rocce di Bled, l’acqua romantica del Danubio, e siano oggi per così dire inchiodati sulla terra ferma, senza scalmi, all’asciutto, fermi e lontani dal mare delle loro fatiche, quel tratto fra Castellammare di Stabia e lo scoglio di Rovigliano dove impararono a fare esplodere la loro energia in lunghe giornate di allenamento.

I fratelli Giuseppe, Agostino e Carmine Abbagnale con papa' Vincenzo e mamma Virginia

I fratelli Giuseppe, Agostino e Carmine Abbagnale con papa’ Vincenzo e mamma Virginia

Dopo sette vittorie mondiali e due olimpiche, mamma Virginia non ne poté più ed esclamò: “Tornate nei campi, si fa meno fatica. Smettetela con questa vitaccia, sposatevi e andate a vivere per conto vostro”. I remi dei due fratelli furono tirati a secco, la leggendaria barca gialla fu messa in un hangar, e tutto quello che avevano fatto diventò leggenda e uno sceneggiato televisivo, Raoul Bova a fare la parte di Giuseppe, Lorenzo Di Pasqua quella di Carmine e Giuliano Gemma lo zio La Mura.
L’alba della leggenda furono proprio le albe chiare, rosate, a volte capricciose e grigie, che incorniciavano la sagoma del Faito, di colore verde-scuro a quell’ora. Sulla statale da Pompei a Castellammare di Stabia c’era già il traffico del giorno che cominciava, camioncini e autotreni carichi di frutta e pesce diretti ai mercati. All’alba, i due ragazzi Abbagnale lasciavano la casa color grigio-rosa di Messigno e una campagna rosso-violetto di gladioli per raggiungere il mare, sei chilometri di corsa andando verso una barca e due remi. Così cominciò la loro vita di scalmi e palate.

AbbagnaleErano già alti e prestanti. Giuseppe, vent’anni, più grande di Carmine di due anni e sei mesi, e più alto di quattro centimetri. Superavano il metro e ottanta. Avevano preso dal nonno Giuseppe, il patriarca della famiglia, un colosso di contadino, ma non raggiunsero il suo metro e novanta. Giuseppe si fermò a 1,86 e Carmine a 1,82.
Erano abituati a quelle levatacce, diciamo le 5.30 del mattino, dai giorni in cui, più ragazzi, il padre Vincenzo li voleva catturare nei campi, i piedi nella scura terra fertile vesuviana e la schiena curva sui gladioli che vendevano ad una cooperativa che li esportava in tutto il mondo. Giuseppe e Carmine erano i maschi della famiglia, con Agostino, il più piccolo, e toccava a loro lavorare col padre, mentre Maria e le gemelle Nunzia e Rosanna aiutavano mamma Virginia nella faccende di casa. Il ciclo della raccolta dei gladioli era continuo e il lavoro non finiva mai.
Papà Vincenzo commise un errore. Mandò Giuseppe e Carmine al mare perché si irrobustissero facendo nuoto. “Ho bisogno di braccia forti», diceva. Quando i due figli furono abbastanza robusti, disse: “Ora basta col nuoto, ormai siete buoni per i campi”. Ma proprio il mare gli tolse due contadini e gli restituì due canottieri.

_lamura_abbagnale_premio La Mura premiato al Memorial d'Aloja

La Mura premiato al Memorial d’Aloja

Giuseppe cominciò a vogare per una fissazione dello zio Giuseppe La Mura, cardiologo della mutua e fratello minore di mamma Virginia, cresciuto nel mito del magazziniere Baran e dell’orafo Sambo, i canottieri trevigiani che, nel 1968, sul canale messicano di Xochimilco, vinsero l’oro olimpico del “2 con”, timoniere il sedicenne Bruno Cipolla. Il dottore Giuseppe La Mura, campione italiano con le jole nel 1962, mise insieme la scarsa predisposizione dei due nipoti a fare i contadini e la sua ambizione a farne due campioni di canottaggio. Per liberarli dai progetti campestri del padre, si rivolse a sua sorella Virginia, madre dei promettenti colossi.
Virginia Abbagnale è una donna dolcissima, gli occhi azzurri e i capelli neri e lisci. Ricorda: “Mio marito e io vedevamo in Giuseppe un bel contadino. Il campo di gladioli ne aveva bisogno. Un giorno mio fratello mi chiese di farlo andare in barca con lui e lo portò a Castellammare. Giuseppe aveva 14 anni e non sapeva neanche nuotare”. Giuseppe La Mura, appena libero dall´ospedale, faceva l´allenatore al Circolo Nautico di Castellammare, una piccola ma vivacissima tana in legno e muratura con una gloriosa tradizione nel canottaggio. Quando mise in barca il nipote Giuseppe e, più tardi, Carmine, ne segnò il destino. Raccontano i due: “Non ci piaceva lavorare la terra e disubbidimmo a papà. Prendendo la nostra strada nel canottaggio, avemmo subito un obiettivo: vincere per dimostrare che avevamo avuto ragione a lasciare i campi”.

5_-abbagnaleFinirono dalla padella del duro lavoro con i gladioli alla brace del durissimo lavoro di canottieri cui li sottopose lo zio. La Mura aveva una visione esagerata del canottaggio e un metodo “bulgaro”: venti chilometri quotidiani di allenamento, non solo in barca, ma anche correndo tra i boschi del Faito “perché la corsa dà un vantaggio all´apparato cardiocircolatorio”. Giuseppe e Carmine Abbagnale mostrarono una dedizione assoluta e, per la fatica micidiale del canottaggio, divennero i contadini del mare. Facevano tutto di corsa e, poiché non possedevano alcun mezzo di locomozione, correvano già all’alba lungo la statale da Pompei a Castellammare di Stabia per andare a vogare. Dopo la sveglia delle 5.30, niente caffè e molta frutta, di corsa alla volta del Circolo Nautico lasciando la casa grigio-rosa e il campo rosso-violetto dei gladioli. Era già un allenamento prima dell’allenamento vero: ventiquattro minuti di corsa da Pompei a Castellammare, quattro minuti al chilometro.Carmine, a sinistra, e Giuseppe Abbagnale con il timoniere Giuseppe di Capua  primo oro dei fratelliLa timidezza contadina e il rigore degli allenamenti instaurarono un rapporto duro con lo zio La Mura che Giuseppe e Carmine non chiamavano mai zio, ma “dottore”. Erano molto diversi i due fratelli Abbagnale. Giuseppe aveva una capigliatura afro di ricci castani, Carmine una capigliatura compatta. Più affilato il naso di Giuseppe, più duro quello di Carmine. Più carnosa la bocca di Carmine, più sottile quella di Giuseppe. Questi era ansioso ma anche riflessivo, un po’ il carattere del padre; l’altro era calmo e silenzioso, ma aggressivo e grintoso, il carattere della madre. In barca litigavano spesso. A Giuseppe piaceva molto giocare a pallone. Tifoso dell’Inter, prima che il canottaggio gli prendesse tutto il tempo e le energie, organizzava autarchiche partite di calcio con i coetanei. Su qualche spiazzo, due massi di tufo simulavano le porte e la madre gli pitturò una canottiera con le strisce nere e azzurre della squadra milanese.

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Al Circolo Nautico, La Mura issò un cartello ammonitore: “Il successo è una lunga pazienza”. Giuseppe e Carmine Abbagnale lo guardarono appena. Avevano tanta di quella pazienza contadina, pazienza, tenacia e forza, che il successo lo sentirono già loro. Carmine, più caparbio, si rivelò una roccia e Giuseppe, più resistente, un leone. Mattina e sera, avanti e indietro, sulla barca, con un pollicino di Salerno al timone, Peppiniello Di Capua, dal Circolo Nautico di Castellammare allo scoglio di Rovigliano, il sasso scagliato da un ciclope davanti alla costa di Torre Annunziata.

Dalla riva il dottor La Mura dava ordini col megafono. Per le vogate serali, accendeva fuochi sulla costa. Al mattino presto, i remi affondavano in un´acqua dura, più tenera alla sera. È possibile che prima di presentarsi al mondo e meravigliarlo, i fratelli Abbagnale abbiano compiuto un giro completo della Terra sommando tutti gli andirivieni da Castellammare al sasso del ciclope.

l presidente del Circolo Nautico di Castellammare, Pasquale Gaeta (quinto in piedi) in una foto di gruppo

presidente del Circolo Nautico di Castellammare, Pasquale Gaeta (quinto in piedi) in una foto di gruppo

Prepararono le loro imprese sconosciuti a tutti, ma successe una cosa clamorosa. Il presidente del Circolo Nautico di Castellammare, Pasquale Gaeta, si fece nove giorni di carcere per la costruzione della palestra abusiva richiesta da La Mura per i due fratelli. Clamorosa fu anche la vittoria nel campionato italiano della barca di Castellammare, nel 1980. Clamorosa, l’anno dopo, ma assolutamente misconosciuta, la prima vittoria mondiale di Giuseppe e Carmine. La ottennero sulle acque del bacino Feldmoching di Monaco di Baviera, fulminando tedeschi e sovietici con una partenza furente, la loro tattica. La Rai snobbò la gara, ripresa solo dalla televisione svizzera.

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Il due senza Galeazzi-Smaila. Meglio le telecronache…

Ma quando, nel 1982, sul Rotsee, il lago di alghe rosse di Lucerna, gli Abbagnale trionfarono per la seconda volta al Mondiale, battendo i formidabili tedeschi dell’est Seyfarth e Schmeling davanti a 30mila spettatori, allora Giampiero Galeazzi preparò i suoi urli selvaggi al microfono e la leggenda dei Fratelloni di Pompei cominciò a circolare per il mondo.
Seguendoli con il cuore in gola, chiamammo la loro barca Pummarola Boat. Domarono i più forti campioni del canottaggio, i russi e i tedeschi dell’est, Steve Redgrave baronetto della Regina, i fratelli inglesi Jonathan e Greg Searle, il finlandese Johannes Karppinen. Tredici anni fa, a 40 anni, tornarono in barca sulle “otto jole” dello Stabia per vincere la Coppa Lysistrata sul mare di Napoli, l’ultimo grazie al Circolo Nautico di Castellammare, la culla dei loro trionfi, delle sciatalgie e dei mal di schiena.

 

 

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