di Alessio Buccafusca
C’è chi crede che la danza, i grandi balletti, le grandi opere, siano una ripetizione continua. Cambiano i personaggi, qualche sfumatura… Ed, invece, io sostengo esattamente il contrario. Un’opera non è mai la stessa, è un’emozione ogni volta diversa, straordinariamente diversa.
Quando ho letto che Dada Masilo avrebbe portato a Roma la sua versione di Carmen, ( teatro Brancaccio dal 29 ottobre al 2 novembre) subito è scattato qualcosa nella mia curiosità. Quante Carmen ho fotografato nella mia carriera, tante, tantissime. Danzate e messe in scena dai più grandi. Ed ogni volta, dico ogni volta, mi sembrava di assistere ad una storia diversa.
Eppure la trama è sempre la stessa: sesso, manipolazione, dolore, ambizione e morte. Storie di vita vissuta, storie di cui è pieno il mondo. Ne ricordo tre in modo particolare fra le tante: quella di Roland Petit, quella di Antonio Gades e quella di Luciano Cannito, che considero un genio della coreografia italiana. Eppure sono sicuro che quella di Dada Masilio, sarà qualcosa di diverso.
Autentica star, Dada Masilo, giovane coreografa e danzatrice di origini sudafricane, è un vero portento della natura: fascinosa nel gesto e nella presenza, studi di danza a Città del Capo, perfezionamento a Bruxelles, è una delle nuove personalità più sorprendenti del balletto contemporaneo. È una travolgente forza della natura, rigorosa e allo stesso tempo scatenata, tradizionale e moderna, fascinosamente ibrida, capace di far convivere nella danza culture totalmente diverse, l’esplosiva energia della cultura gestuale africana senza però mai cancellare la memoria del balletto classico. La contemporaneità che si fonde con la tradizione, gesti classici che si “sporcano” e si arricchiscono dell’influenza della terra natia.
Dada coltiva una passione: rivisitare i classici. In The Bitter end of Rosemary, ad esempio, ha costruito un interessante gioco performativo sulla figura di Ofelia nell’Amleto di Shakespeare. E’ sempre innovativa e “rivoluzionaria” nelle opere che mette in scena. Ricordo a Ravenna una sua versione audace del Lago dei cigni di Ciaikovskij, Swan Lake che intrecciava omofobia e amore, una serie di drammatiche storie africane, un grido d’allarme contro le discriminazioni sessuali, un Lago animato da tredici cigni bianchi (ma erano tutti danzatori di colore), la tragedia di un continente devastato dall’Aids.
Una volta ho letto una sua intervista, mi colpì un passaggio… “È chiaro che il mio lavoro sia influenzato dal fatto di vivere in Sud Africa. Quando mi alleno, indubbiamente nel mio training c’è un po’ di danza africana. E quando poi lavoro a uno spettacolo è come se estraessi dalla mia scatola artistica parti della danza africana che diventano la base della mia creazione. Ma il Sud Africa è ricco di tante culture da cui imparare. Io sono molto influenzata anche dalle culture popolari, voglio dire dall’ultimo genere di danza che la gente balla ai party, ai matrimoni. Credo che un artista debba sempre stare attento a quello che accade. Adoro i classici per la quantità di materiali e spunti che propongono e perché non mi piace la danza astratta. Preferisco riportare in vita un personaggio. Amo narrare vicende in cui la gente si riconosce, e la maggior parte dei classici tratta problemi sociali in cui tutti possono riflettersi.”













