di Lidio Aramu
Ho sempre amato la romanità nelle sue molteplici manifestazioni: l’arte ed il diritto, l’ingegneria civile e militare, la concezione unificante dell’Impero, persino le brucianti sconfitte come quella di Teutoburgo, il cui anniversario cade proprio in questi giorni, ciò nonostante non sono mai riuscito ad accettare la condanna della memoria, contemplata dal Diritto romano per i nemici di Roma e del Senato.
Pena che si traduceva nella distruzione sistematica di statue (spesso era sufficiente la decapitazione), epigrafi e scritti che potessero in qualche modo tramandarne ai posteri la memoria.
La mia personale repulsione nei confronti di tale pratica che, purtroppo, ancor oggi trova ampia applicazione, fonda sostanzialmente su quattro convinzioni: la storia degli uomini in quanto concatenazione di accadimenti in perenne divenire non può presentare amnesie; la cancellazione della storia è un inutile esercizio perché essa trova sempre il modo di riemergere dalla polvere del tempo; la damnatio memoriae è un rituale catartico di massa ancor prima che una rivalsa popolare nei confronti di soggetti politici – fino allora osannati dalle stesse folle – ormai privi di potere e autorità.
La condanna della memoria in epoca moderna è stata estesa dalle persone alle ideologie e persino ai periodi storici: Saddam Hussein ed il partito Ba’th, Mu’ammar Gheddafi e la Jamāhīriyya libica, tanto per ricordare le più recenti.
Napoli, nella sua storia contemporanea, ha conosciuto il furore iconoclastico della soldataglia garibaldesca e quello dei suoi figli annichiliti da ben oltre cento bombardamenti anglo-americani ed esasperati dalle brutali rappresaglie dell’ex alleato germanico.
Il primo, nel 1861, mutò la toponomastica, rimosse dai pubblici edifici i gigli borbonici, asportò e/o distrusse le statue, erme e busti dei sovrani delle Due Sicilie. Si salvarono fortunosamente i monumenti equestri di Carlo III (Antonio Canova) e di Ferdinando IV (Antonio Calì) ubicati nel Largo di Palazzo (piazza del Plebiscito) perché il cappellano delle truppe di occupazione aveva escogitato di sostituire i simulacri dei primi due re di Napoli con quelli di Vittorio Emanuele e di Garibaldi. L’idea non piacque ai diretti interessati, ragion per cui ancora oggi si offrono alla vista in tutta la loro fulgida bellezza neoclassica.
Il secondo si materializzò nell’estate del ’43 con una lunga teoria di distintivi tricolori lasciati cadere sui selci stradali e tessere del P.N.F. rabbiosamente strappate, la cancellazione delle scritte murali e delle targhe inneggianti al disciolto partito fascista, l’eliminazione dalla toponomastica di ogni riferimento ad eventi e figure littorie, lo svellimento dell’araldica di regime dalle facciate degli edifici, l’epurazione della classe dirigente compromessa col Fascismo.
A testimoniare il passaggio del vento della storia restavano le imponenti architetture borboniche delle regge, dei palazzi nobiliari, le ville monumentali, le istituzioni filantropiche e la nascente industria metalmeccanica, e, seppur alterati dall’iconoclastia resistenziale, i grandi complessi ospedalieri, il Rione Carità, la Mostra d’Oltremare, il Collegio della Fondazione Banco Napoli per i figli del popolo…
Per lunghi anni il pregiudizio o l’esaltazione ideologica hanno confinato il “Fascismo di pietra” nel ristretto ambito della polemica politica considerandolo – per dirla con Emilio Gentile – una vistosa impronta lasciata dal regime di Benito Mussolini sul suolo italiano. Col fluire del tempo, tuttavia, lo sfumare dei risentimenti, delle passioni e, soprattutto, il tramonto delle ideologie hanno lasciato spazio ad una serenità di giudizi impensabile fino a qualche anno addietro.
Il monumentalismo classicista del Rione Carità ed il funzionalismo della Mostra d’Oltremare e dell’ex Costanzo Ciano, oggi sono considerati importanti tessere della storia dell’architettura partenopea e nazionale. Segnacoli del passaggio di una città ancorata ad un tessuto urbano stratificatosi nei secoli, con tutti i problemi socio-economici propri delle città cristallizzate e sovrappopolate, alla modernità. Sequenze di una storia architettonica ininterrotta che rappresentano la città alla stregua di un segno identitario.
Un patrimonio storico-architettonico che potrebbe essere ulteriormente impreziosito dal restauro del monumento ad Aurelio Padovani ritrovato casualmente nel corso dei lavori di sistemazione dell’antico traforo del Monte Echia progettato da Enrico Alvino per volontà di Ferdinando II.
Alla realizzazione del monumento parteciparono: Marcello Canino, ideatore dell’impianto architettonico e Carlo de Veroli, con la collaborazione del giovanissimo scultore futurista Guglielmo Roherssen, autore degli altorilievi. La mole fu elevata in piazza Santa Maria degli Angeli (all’epoca piazza Aurelio Padovani) ed inaugurata nel 1934. Con la fine della guerra la parte cilindrica fu distrutta mentre l’altorilievo fu semplicemente smontato e depositato nel fossato del Maschio Angioino e trasportato poi, in un’epoca imprecisabile, nel tunnel borbonico.
La ragione di tanto riguardo è difficile da individuare. Probabilmente derivò dal fatto che Aurelio Padovani, il “tribuno dei bassi”, fu l’anima del fascismo sociale. Un sindacalista tenace e difensore delle classi meno abbienti, un pertinace oppositore delle clientele e della massoneria che non esitò, quando si rese conto che la rivoluzione fascista aveva lasciato il posto ai compromessi ed ai maneggi con la vecchia classe dirigente, ad uscire dai ranghi e a dar vita all’opposizione interna al partito di Mussolini.
Come che sia, il rinvenimento – risalente ormai a circa quattro anni or sono – diede vita ad un sereno dibattito sulla destinazione del monumento. L’assessore all’edilizia del tempo, Pasquale Belfiore, docente universitario ed esperto di vaglia di restauro di edifici monumentali non esitò a sottolineare l’esistenza di un clima culturale e politico giusto per aprire una discussione costruttiva sul destino degli altorilievi del Veroli.
Il clima di damnatio memoriae, in effetti, è ormai molto lontano, persino nella rossa Romagna, a Forlì, è stato istituito un Comitato per la valorizzazione dell’architettura fascista. Tuttavia, da quella incoraggiante dichiarazione sui nostri reperti d’epoca littoria è di nuovo calato un inspiegabile silenzio. O si tratta forse di un oblio senza condanna?











