di Marco Catizone
“L’architetto della rovina è l’arroganza mette le fondamenta in alto e le tegole nelle fondamenta” ( Francisco de Quevedo).
Napocalisse, affonda il bastimento assieme a Caronte, le spurie satolle sirene del giustizialismo d’antan sputacchiano cicisbee tronfi massimalismi da Robespierre patentati, consci che tra l’esser gufi e “ciucciuettole”, la scalogna nel mentre qualcuno poi coglie; e bersaglio impettito ed arrogante, alfa e omega dominante, viepiù dominato, indi perfetto è il nostro Giggino Murat in pectore arancionissima Sindaco pro tempore, almeno fino acassazione definitiva: sissignore, Giggino è Morto, Viva Giggino!
Ed è ben strano che dipartita squillante, simile a corvo peciuto a gracchiar sul crocicchio, sia venuta dall’alveo paterno di magistratura famiglia, un anno e tre mesi d’abuso in funzioni, di guisa che il p.m. diviene gendarme al di fuor di controllo, in balia di consulenti e d’un Genchi qualunque; forse che le indagini siano d’avocar in conto altrui, che il dominus abdichi sì impunemente al suo scettro, stola e spadino?
Faciloneria, ed è vero, nel trattare la materia incandescente d’un conflitto perenne tra Giustizia e Politica, dove tonanti s’adombrano le toghe, sbertucciate in media re da politicanti insulsi, arraffoni e corrotti il più delle volte: è il Sistema Italia bellezza, quel che il Pallista di Pontassieve esporta a braccetto col Marpionne in quel d’ Ammerica e dintorni; ed è subito serra, a chiudersi dentro, perché i nostri panni son più catramosi della morchia teverina, altro che Grande Bellezza a risciaquare all’ombra d’un Colosseo sbrindellato e cadente; a decadere siam solo noi italioti, qualunque sia la sciassa a ricoprire le nostre vergogne: e non basta un tricolore da Sindaco per celare le pudenda flosce, a sbatacchiare livide al vento, il Reuccio è nudo, e Napoli è ridotta a sua mignotta.
In hoc signo si coglie il rovescio a biacca d’una faccia segnata da incapacità ed arroganza, un pertugio a Municipio in cui insediare boria, vacuità e vanagloria, un traguardo arancione che collassa a metà percorso, per insipienza ed astrusità; no, non s’abbisogna di sentenza per la stigma del prosaico e schiumoso andazzo, ad evidenziare a doppio segno un fallimento centellinato, costruito a malta e cucchiara, strato dopo strato, basolo dopo basolo, col sestante puntato verso l’affondo sicuro, grottesco barnum per grand guignol finale, da presentare in conto sindacale, a debito costante, per arcanum disvelato: e Napoli e la sua dignità affondano nella palude a gomito che un tempo appellavamo Golfo.
Sul menu del Primo Cittadino sono incisi date, simboli, lamentazioni e peana e funesti presagi, divenuti cartuscelle bollate per schizzi e vituperi da Procura ed Intendenza: quante le inchieste, le brochures strappate, gli appalti sbocconcellati, ogni progetto osmoticamente sincopava in penosa defaiance, cedendo di schianto sotto l’egida d’un determinismo affrettato e d’una resilienza mediatica quasi imbarazzante, sul limen con l’enfasi primigenia d’una apologia auto- assolutoria in salsa para-revolucionaria: “se fallisco è solo perché non mi lasciano lavorare”, a rimbrottare il muscolare berlusconismo vittima di sé medesimo e nulla più. Di certo Napoli, pur pencolante sull’attendismo fané che ne ha dissanguato fremiti ed entusiasmi, meritava di meglio.
“Meglio” che quel concione zoppicante di brancaleoni piddini picciò vuole evocare dall’imbarcadero post-industriale di Bagnoli, allatto genetico della “Fonderia delle Idee”, infognati nel parossismo dissociativo di voler cercare un punto di contatto con l’intellighenzia civile neapolitana, dopo averne spernacchiato ed ignorato per lustri le istanze di rinnovamento pervenute nel mentre satollo d’uno sfascio pluridecennale targato Bassolino–Iervolino, tandem di consociativismo spicciolo che nella mota rutilante della fanghiglia locale portò al dissolvimento del centro-sinistra in quel di Partenope e contado limitrofo.
Picierno & Co. proveranno ad immaginar futuro dopo aver avvelenato i pozzi del passato, rottamando l’utile idiota ancora assiso sul trono di san Giacomo, preparandogli uno scivolo di comodo, e sognando per sé stessi un futuro che sia men peggio, o perlomeno Migliore, nel senso di Gennarino Sprint. E Napoli come sempre resta a guardare, affondando nel suo lutulento bradisisma a borborigmo, cullandosi nei bisogni primordiali di chi addenta il pane per calmare l’algia molare, sfamandosi nell’attimo.











