di Marco Catizone
“ ‘O Napulitano se fa sicco ma nun more”( Proverbio partenopeo)
“ ‘ O Rre abdica, ‘o Rre se ne va”. E di certo men prosaico sarà lu cunto de li cunti di Re Giorgio, il turbo-Napolitano, detto il Secondo, chè il primo era già istituzionalmente andato, “con viva e vibrante soddisfazione”, nella debacle d’una successione impossibile, come mission sfiatata in salsa trasteverina, chè le pippe politicanti che assiedono in concistoro nemmanco a codest’ azione paiono buoni; e allora ben venga una spruzzata di vongole veraci del Golfo a rinsaldar Quirinale, come fosse stanca monarchia: “E’ muort’ ‘o Rre (politicamente ca va sans dire), viva ‘o Bis!”. E bene che il Colle val bene una messa, ma mica la vogliamo in suffragio, chè la carne è carne e a novant’anni è tremula assai, e lo scettro in mano appesantisce il passo; cinquanta e passa anni di politica istituzionale e rotture partitiche, e poi c’è Clio che scassa assai, e poi Renzi, il Vecchio Mai Lord d’Arcore, e Salvini, Verdini, Boschi, frizzi, lazzi e parodie, e la pantomima è stantia alquanto, il teatrino è imballato, ci vuole l’ex machina, il coup de theatre , una trattativa tra Stato e Stato (per tacer dell’altra) per il post Napolitano, per il nuovo tronista che regga le sorti della monarchia italica. E dunque…
Dunque Re Giorgio II abdica, saluta e se ne va: succeduto a Gioggiò I nel maggio frondoso del 2013, rieletto a furor di giornaloni e media imporporati, nonostante il suo appeal nazional-popolare fosse poco sotto lo shock della suocera sull’uscio alle feste comandate, ed i sudditi mormorassero e pure assaje per le sue intemerate a raffica e le sortite poco costituzionali, nell’andazzo politicante degli incapaci in Parlamento il suo nome s’alzò a controra come salvifica prece, quasi vespro per anime in pena, buono e giusto per risolvere la crisi endemica degli sciagurati nei Palazzi scasciati del potere (colla “p” minuscola, of course): in breve, nella italica terra dei cachi il pomo d’oro vale come pommarola vesuviana, e alle tradizioni noi figli di Pullecenella siam ben avvezzi e abituati; dove prima c’era monarca, adesso c’è chi ne fa le veci.
E dunque… dunque nel discorso di fine anno il Presidente-Monarca dovrebbe annunciare come un Benigni qualsiasi la sua boutade comica per tutti gli italioti, ovvero la fine del mandato, perché lo stillicidio è agli sgoccioli, il calippo della Pascale si scioglie, Berlusconi non vuol rimanere col cono in mano e pressa il gelataio di Pontassieve per l’accordo nazareno: esclusa la resurrezione del Napolitano-ter, “qua si fa ‘o Presidente o si muore”. Ma chi mettere sul Quirinale al posto di Giggiò, l’uomo che da otto anni e passa fa e disfa i governi in barba agli elettori, ordinando a la carte un Monti d’annata ed un Letta a mezzo servizio, monitando di qui e di là, con una serie di effetti a valanga che manco le alluvioni a Genova, destinati a terremotare per anni la vita politica delle istituzioni, in primis il Governo, indi il Parlamento, vero primus super pares, che bacchetta e benedice, rinfranca e sfianca, tiene il tempo e disegna le bozze delle riforme, della nuova legge elettorale, della nuova Costituzione, dell’ennesima “nuova riforma” della giustizia, e chi più ne ha, Napolitano detta?
Il toto-nomi rulla già di gran cassa, pare che sia il volano giusto per piazzare donna al Quirinale, che almeno un’altra Clio tra le riforme uno non ce la trova: a dare l’imprimatur è stata la bolla laico-papale di quel gran Eugenio dello Scalfari, da sempre di casa tra corazzieri ed arazzi lassù sull’eremo più alto: le affinità elettive tra i due vegliardi novantenni padroni delle rispettive “Repubbliche”, ha da sempre portato il Barbuto ad anticipare a mezzo stampa le mosse dell’occhialuto partenopeo, quasi come ufficioso organo inchiostrato delle scuderie quirinalizie. E pare, sissignore, si vocifera, si dice ed addomanda che il Nostro ha pronte le valigie sul lettone di Clio da un pezzo e più: giusto il tempo di sbandierare una stiracchiata legge elettorale in salsa nazarena, una spruzzata di moral suasion, un’oliva arcoriana, et voilà! Il Napolitano cala l’asso di bastoni su Camera e Senato, benedice gli “indicibili accordi” tra l’ex concorrente della Ruota della Fortuna ed il suo Mentore meneghino, incarta la trattativa e salta sul primo sciaraballo a disposizione, prossima fermata gli ozi di Capri…
Re Giorgio II abdica e ci lascia per davvero, col maniero sbolognato al successore in saldo, dato in pasto ereditario a saltimbanchi, nani e ballerine per una farsa italica continua, che si cuoce al fuoco lento dei “papocchi alla Napolitano”, con servizio pregevole ed intarsiato a “patti occulti” e “maggioranze variabili”, nella borbonica ammuina d’un Parlamento in cui s’è impantanata la Seconda Repubblica presidenziale, questa volta con scadenza precotta, come yourt in aceto: di granitico certo e ben saldo c’è rimasto solo quel grumo opaco di Potere che alimenta il Cazzaro pontassievino e le sue schiere, all’ombra dei Verdini pascoli e de(lle) Boschi d’Arcore. E allora bye, bye King George, e che God save the Clio.











