Archivio dell'autore: Enzo La Penna

Enzo La Penna

Enzo La Penna

Giornalista. Lavora all’agenzia Ansa. Ha collaborato con i quotidiani Napolinotte, Paese Sera e La Stampa

Un giorno in Pretura

ex palazzo pretura

L’ex palazzo della Pretura

“Sì VostrOnor. Mi permette, VostrOnor? Una sigaretta, VostrOnor?”. Usa e abusa dell’appellativo sentito mille volte al cinema. Alberto Sordi che vuol fare l’americano e che si trova ora al cospetto del giudice per aver fatto il bagno nudo nel fiume. Anche se lo pronuncia tutto di un fiato accentando, con effetto comico garantito, l’ultima vocale. Insomma alla francese, che a pensarci bene non è il massimo per chi s’illude di padroneggiare la lingua atteggiandosi a eroe a stelle e strisce. Siamo in un’aula di giustizia degli anni Cinquanta e il giudice che Albertone si trova davanti (un immenso Peppino De Filippo) è un Pretore, figura ormai scomparsa dal nostro ordinamento e sostituita già da una decina di anni da giudici monocratici e giudici di pace. Eppure se c’era un magistrato lontano dall’America del ”Vostro Onore” era proprio lui, il Pretore, che si occupava dei reati meno gravi, come appunto l’oltraggio al pudore contestato a Nando Mericoni-Alberto Sordi, di quelli che non finiscono sui giornali o in tv né forniscono argomenti di conversazione nei bar o sui tram.
Non fosse altro che il Pretore era l’unico giudice del mondo occidentale che – fino alla riforma del 1989 – racchiudeva in una sola persona la funzione di giudice e di pubblico ministero (nel ruolo di inquirente). Tradotto in soldoni significava che a giudicare, conducendo il dibattimento ed emettendo infine il verdetto, era la medesima persona che aveva svolto le indagini.
A voler estremizzare sarebbe come se il poliziotto che ti arresta, poi ti sbatte in carcere e decide perfino quanti anni di reclusione ti devi beccare. Un istituto, quello del pretore, che sarebbe potuto apparire incomprensibile al mondo anglosassone come alla nostra stessa sensibilità, in quanto sembrava mettere in discussione principi fondamentali di civiltà giuridica, in primo luogo la terzietà del giudice.
Va detto tuttavia che il Pretore, nel disastrato sistema giustizia italiano, era una istituzione che funzionava, sia sotto il profilo della produttività sia per quanto riguarda i tempi di definizione dei processi, sicuramente più rapidi di quelli che si celebrano nei Tribunali e nella Corti di Appello. E spesso, assai più spesso di quanto si sia indotti a credere, capitava anche che assolvesse l’imputato che lui stesso aveva messo sotto processo.
A Napoli la pretura era ospitata nel vecchio ex carcere di San Francesco, a Porta Capuana, a un tiro di schioppo da Castel Capuano, la storica sede del Tribunale. Un edificio che stava quasi per cedere sotto il peso degli anni e dei faldoni fino a quando non fu stabilita l’inagibilità che affrettò il trasferimento delle attività al Nuovo Palazzo al Centro Direzionale. Davanti all’ingresso e nel cortile era un pullulare rumoroso di avvocati, imputati, testimoni veri o presunti, e non pochi faccendieri, che stazionavano in attesa dell’inizio dei processi. Che trattavano storie di assegni a vuoto, abusi edilizi, liti condominiali. Quando si aprivano i battenti una esigua ma agguerritissima pattuglia di avvocati (quattro o cinque, sempre gli stessi) stava già a caccia di clienti. Gli avvocati più in vista, i Principi del Foro, li chiamavano con una punta di disprezzo mista a derisione ”i preturiani”. Appena un preturiano notava qualche povero cristo che spaesato si aggirava nel cortile con una carta tra le mani, di solito una citazione in giudizio, immediatamente entrava in azione: ”Fatemi vedere. Ah, ho capito tutto, me la vedo io, non vi preoccupate va tutto a posto.”
I dibattimenti, che si esaurivano di frequente in pochi minuti, riservavano spesso momenti di comicità assoluta, nella migliore tradizione teatrale napoletana o paragonabili proprio alle scene di ”Un giorno in pretura”.
Come quella volta in cui fu processato un vecchietto che aveva pagato con un assegno scoperto la prestazione di un’avvenente prostituta. Dopo aver ascoltato la breve deposizione della bionda signora, la cui avvenenza aveva richiamato una folla davvero esagerata per quell’aula angusta, il Pretore si alzò di scatto: ”In nome del Popolo Italiano, il Pretore letti gli articoli…condanna l’imputato al pagamento di una multa…”.
Immediatamente interrotto dall’arzillo imputato che tirò fuori un libretto di assegni e rivolto al giudice chiese: ”Lo intesto a voi?”.
”Jatevenne, ma subito primma c’a perdo ‘a pacienza!!”
Dicono che l’ex carcere di San Francesco sia destinato ad ospitare le commissioni tributarie. Un’inchiesta di recente ha ipotizzato l’esistenza irregolarità e richieste di tangenti prima ancora che il progetto entrasse nella fase esecutiva. Dalla farsa napoletana alla commedia italiana.