Mimmo Carratelli

Mimmo Carratelli

Giornalista e scrittore. È stato inviato speciale e caporedattore al “Roma” di Napoli, a “La Gazzetta dello Sport”, al “Corriere dello Sport-Stadio”, a “Il Mattino”, oltre che vicedirettore del “Guerin Sportivo”.

Dalla sala dei Baroni
a quella dei “barboni”

Brusco è stato il passaggio dalla Sala dei Baroni, maestosa, la volta altissima, la pietra bianca, i muri di storia e i finestroni che guardano al mare, gli eleganti banchi di legno, il trono del primo cittadino sul quale, il 5 dicembre 1946, si sedette il democristiano Giuseppe Buonocore, primo sindaco di Napoli dei tempi democratici.

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La Sala dei Baroni

Brusco è stato il passaggio dall’aula sorda e grigia, per il bivacco dei manipoli di Mussolini nel 1922, all’aula sorda e vuota del Consiglio comunale di Napoli con gli sbiaditi manipoli d’oggi che bivaccano nelle pizzerie di piazza Municipio. E’ stato il flop della sede consiliare nel palazzo di via Verdi, il Palazzo della Politica, pagato 35 milioni di euro alla Pirelli con la originalità di cinque contratti di acquisto, uno per ciascuno dei cinque piani dell’ edificio.
La sala del Consiglio è per sole 99 persone (che siano però tutte magre, osservò una volta il sindaco Iervolino). Affollata dagli addetti ai lavori, 78 tra consiglieri e assessori, quando ci sono, resta appena lo spazio per i ragazzini dei bar che portano il caffè. Denunciata da tempo la mancanza di locali per ospitare tutti i gruppi consiliari, l’insufficienza dei due mini-ascensori per quattro persone con la sede del Consiglio all’ultimo piano, gli spazi esigui per pubblico e giornalisti. Ma ci pensano il vuoto dei consiglieri e il vuoto della politica a liberare gli spazi. Doveva essere una sede dignitosa, è appena un condominio.

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Achille Lauro

Il Consiglio comunale ha abbandonato la sua sede storica dopo cinquant’anni senza migliorarne la struttura e soprattutto gli uomini. E’ stato il flop progressivo della politica. Per chi ha l’irrinunciabile nostalgia del passato, i Consigli comunali degli anni Cinquanta al Maschio Angioino conservano un vibrante ricordo.
Brusco è stato il passaggio e non solo perché prima c’era lo scenario del Maschio Angioino. Alla sala dei Baroni sono apparsi Moscati e Lauro, Valenzi, bello col suo passato d’Africa, e Pietro Lezzi che sfoggiava l’abbronzatura della sostenuta appartenenza ai Circoli del mare. Poi, nell’entusiasmo del 1993, al trono salì Bassolino, impeccabile, in abito scuro, i capelli curati da Antonio Esposito, il suo barbiere di Posillipo che gli ha suggerito come portare la scriminatura, e quella sua faccia triangolare come l’ha il celebre “Giovane marinaio” di Matisse.

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Gino Bertoli

I banchi della sinistra, per esempio. Là prendeva posto una squadra formidabile, là sedevano uomini che hanno lasciato pallidi eredi, funzionari sciapiti, comparse. In quei banchi c’erano il fascino di un partito che non c’è più, la presenza di una cultura impareggiabile, la suggestione di uomini ineguagliabili, prima che politici valorosi.
L’ingegnere Gino Bertoli aveva l’aplomb di Togliatti, sagomato negli abiti scuri, ma non era tagliente come il Migliore. Era un napoletano serio. Le qualità umane del napoletano e la serietà di un uomo preparato e sincero. Nella bolgia che spesso si verificava, Bertoli era l’ unico che, alzandosi a parlare, imponeva un silenzio di rispetto, ammirazione e stima. I tifosi laurini, con Nanninella ‘a chiattona in prima fila, bulleggiavano dietro le transenne del pubblico.
Lauro, a quei tempi, aveva una “crassa maggioranza”, come soleva dire chiudendo bruscamente i dibattiti con una votazione scontata, ma quando parlava Bertoli si incantava, ascoltava con attenzione. La rozzezza ammirava la cultura. Spesso Lauro, parlando al microfono, si rivolgeva al consigliere comunista dicendogli: “Vieni da me, Bertoli, che ti do una caramella”. A volte era una provocazione, a volte era l’invito sincero di un sindaco che ammirava il suo oppositore più elegante. Bertoli, con un’educazione infinita, si avvicinava allo scranno del sindaco e ritirava la caramella.

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Gerardo Chiaromonte

Gerardo Chiaromonte era un toro. Occhiali spessi per una miopia esagerata, la voce robusta. Se Bertoli era impeccabile nel suo atteggiamento oratorio, mai un gesto fuori posto, nessun contorsionismo, fermo e misurato al microfono, Gerardo Chiaromonte il toro, giusto il suo aspetto, caricava e rientrava, rientrava e caricava, e così accompagnava la sua forte dialettica. L’ accompagnava fisicamente col movimento vigoroso del corpo robusto e delle braccia. Bertoli tirava di fioretto, Chiaromonte di spada.

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Mario Palermo

Dal suo castello su piazza Amedeo discendeva Mario Palermo. La figura alta, la faccia solare, un portamento da aristocratico. Avvocato, al Foro sarebbe potuto diventare un principe. Ma la sua passione fu la politica, passata al vaglio di vicissitudini ed esperienze durissime, come accadde a tutti i protagonisti di quella generazione. Alto e affascinante come David Niven era Mario Palermo in quei tempi di bei personaggi, ardente in Consiglio comunale, pungente con provocazioni sottili accompagnate da gesti sontuosi. Il conte della sinistra.
Clemente Maglietta era un prodotto agitato, spettacolare e aggressivo dei tempi di Giuseppe Di Vittorio. Del grande sindacalista pugliese Maglietta non aveva il fisico (non era Peppone), ma, piccolo ed elettrico, ne possedeva la resistenza e l’ostinazione, la passione dello scontro, la tenacia irriducibile. Era un uomo di piazza, non di aula, e in aula portava la sua irruenza perentoria. Un tribuno minuto e irrefrenabile.

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Luigi Cosenza

Era una squadra straordinariamente assortita quella dei comunisti in Consiglio comunale, un concerto di voci diverse e complementari. Luigi Cosenza somigliava in qualche modo all’elegante Bertoli, ma mostrava una durezza superiore, plasmata dagli studi di ingegneria. Urbanista di valore, pragmatico, concedeva poco allo “spettacolo” di cui erano maestri Chiaromonte e Palermo. Le sue parole erano fatte di rigore, di cifre secche e inconfutabili. Le sue battaglie urbanistiche sono rimaste memorabili.

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Abdon Alinovi

Abdon Alinovi possedeva la sicurezza dell’uomo di apparato, meno brillante degli altri, ma incisivo, con le qualità del leader non clamoroso, ma ricco di costanza, fede, partecipazione illimitata.
Questa era allora la sinistra che sapeva trasformare la Sala dei Baroni in una grande giostra equestre della politica. Cavalieri dell’apocalisse all’opposizione. I pur solidi muri vibravano, la tensione civile era al massimo.

Quella sinistra incalzava, premeva, schiacciava la “crassa maggioranza” dietro cui si trincerava Lauro. Una squadra mai eguagliata, e uno dei suoi leader, Carlo Fermariello, fu addirittura convinto dal regista Francesco Rosi a interpretare se stesso ne “Le mani sulla città”.

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Maurizio Valenzi

In seguito, apparve Maurizio Valenzi, il bel viso che il sole e la polemica arrossavano. Un leone d’Africa. Occhiali cerchiati d’oro, fisico elegante. Alto, colto, veemente. Possedeva l’arte dell’attacco micidiale. Le sue parole, impastate di forza e coraggio, trascinavano. Sapeva essere calmo e furente. Parlava agitando un’immaginaria scimitarra, ma forse era il pennello invisibile della sua passione di pittore.
Al Consiglio provinciale, poi, c’era un piccolo uomo di ferro, Vincenzo Ingangi. Battendo sul tavolo col suo moncherino, un pugno d’ acciaio, faceva tremare l’intera sala di Santa Maria La Nova. Tribuno senza pari, coscienza adamantina, carattere vibrante. Mandava costantemente in crisi il senatore Fiorentino, permaloso uomo di Lauro alla presidenza della Provincia.
Una stagione di grandi uomini, dopo la guerra. Ma quelli furono tempi di grandi speranze, di sogni, di ricostruzione, di ideologie forti, di contrapposizioni nette. Un altro mondo, senza compromessi. I giganti se ne sono andati, avanti i nani. Ed un Comune all’anticamera del fallimento.

carlo fermariello

Carlo Fermariello

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