Quando Napoli era il futuro

di Giovanni Pasàn 

La mostra “Italian Futurism, 1909-1944: Reconstructing the Universe”, è al Solomon Guggenheim Museum e durerà fino a settembre,la più grande retrospettiva sul Futurismo italiano mai presentata negli Stati Uniti. Un lungo filo che unisce Napoli a New York….

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Oltre 300 opere realizzate tra il 1909 e il 1944, l’esposizione cronologica include non solo dipinti e sculture, ma anche ceramiche, fotografie, libri, film e testimonianze provenienti dal mondo dell’architettura, del design, della moda, della pubblicità, della poesia e del teatro.

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Il Futurismo ha una doppia data di nascita: una ufficiale, quella nota a tutti, il 20 febbraio 1909 quando Le Figaro pubblicò in prima pagina il Manifesto firmato da Filippo Tommaso Marinetti ed una reale quando il 14 febbraio, sei giorni prima, il periodico napoletano La Tavola rotonda (edito da Bideri, l’uomo che fece una fortuna con le copielle, le prime partiture musicali, contenenti il testo e la parte per piano delle canzoni di Piedigrotta) raccontava l’esistenza d un manipolo di artisti stravanti e geniali ispirati a cantare il l’amore del pericolo, il fascino dell’energia e della temerarietà, un manipolo di adepti, conquistati alla causa della poesia parolibera e dell’aeropittura, una sorta dell’avanguardia dell’avanguardia europea, il futurismo insomma.

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Non c’è alcun dubbio, oggi come ieri, Napoli era la città ideale per rappresentare un movimento che faceva della ribellione l’elemento fondamentale della sua poesia, che alla staticità del pensiero voleva proporre ed esaltare il movimento aggressivo, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno e che, insomma, riconosceva la bellezza, nel concetto multiforme di velocità, la grande bellezza.

Depero e Marinetti

Depero e Marinetti

“Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo…” si legge nel Manifesto. E non c’erano dubbi Napoli e il Futurismo erano una sola cosa, avevano la stessa anima. Quegli erano gli anni della Napoli dei cafè chantant, delle macchiette di Viviani, dei primissimi cinema italiani, di Piedigrotta, grande festa popolare ma anche d’ingegni e di talenti. Il primo ad essere convinto era proprio Marinetti. “A Momsen e a Croce opponiamo lo scugnizzo italiano …”

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Senza titolo di Emilio Buccafusca

Napoli era in continua ebollizione, in costante fermento, dalle iniziative moderniste dei circumvisionisti, il gruppo di giovani artisti radunati intorno al pittore e poeta Emilio Buccafusca. “ Ritengo che il Futurismo a Napoli – diceva Buccafusca-non è mai esistito come movimento capace di creare una città futurista o almeno futuristeggiante. Ma ciò non toglie nulla alla presenza di artisti d’avanguardia, che in poesia si espresse nell’originalità imprevedibilmente vulcanica di Francesco Cangiullo, in pittura con Carlo Cocchia, Guglielmo Peirce e Pepe Diaz e più tardi Castello. Rispetto al Futurismo nazionale il Futurismo a Napoli si distingue per la mancanza di gruppi ben organizzati che invece, tanto per farne un esempio, sono esistiti durevolmente a Torino, a Milano, a Verona e a Roma. Ma una cosa è certo. Il futurismo è nato qui…”

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Una sperimentazione in cui meccanicismo e spiritualismo si intrecciavano nel nome del nuovo, una città dove spaziava lui, Francesco Cangiullo, il primo dei napoletani a convertirsi e travasare nel movimento il senso musicale(dove si avversava la melodia classica) e le cento follie surreali che lo rendevano tanto geniale quanto a volte straripante. Il germe futurista era presenta ben prima del battesimo de Le Figaro, fu proprio Cangiullo l’animatore di due eventi, riduttivo definire fuori dal normale.

Il 29 marzo alla nuova Galleria Sprovieri di Napoli, va in scena una sua rumorosissima Piedigrotta, tutta onomatopeica, messa in scena già a Roma e replicata più volte tra mille polemiche, con Balla, Sprovieri, Depero, Marinetti e chi c’ era a suonare scetavaiasse o mimare con la bocca le orchestrine improvvisate che facevano unica la grande festa. Una Contropiedigrotta, un elemento chiaro di rottura col passato.

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E poi l’happening sacrilego, la messa in scena con Depero, delle esequie di Benedetto Croce (filosofo accusato di essere un passatista), una processione in cui si portava in giro la testa di Croce (una scultura su creta dello stesso Cangiullo), uno scalpo portato in giro in segno di ribellino e cambiamento in un “falso Funerale” al quale venne dato il nome di Azione.
E Vincenzo Gemito? La sua fu più di un’adesione testimoniata da una dedica che lo scultore volle apporre al Manifesto di Marinetti. “Ai cari amici un augurio per la loro nobile missione di promozione di un nuovo ideale di arte in Italia, da parte di un amico che ha avuto la fortuna di applaudirli”.
Poi arrivò l’alba tragica dei primi anni Quaranta e tutto cambiò tragicamente. La drammaticità della storia cancellò ogni cosa, ad un tratto le provocazioni, le sfuriate, gli happening del futurismo apparvero vuote, inutili, fuori dal tempo. La guerra e la morte calarono il sipario su tutto.

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