Antonello Grassi

Antonello Grassi

Giornalista e scrittore. Ha lavorato per molti quotidiani, ultimo il Quotidiano della Basilicata di cui ha diretto la redazione materana

Erri ti presenta il Sud …

  Il critico letterario del Corriere della Sera l’ha definito “lo scrittore del decennio”. Eppure lui per vivere ha fatto l’operaio, il camionista, il magazziniere, il muratore.

Ultimamente si è schierato con i No tav, e questa presa di posizione gli ha procurato anche guai con la giustizia. Ma lui, si è sempre saputo, da che parte sta. Da giovane guidava il servizio d’ordine di Lotta Continua, i celeberrimi Katanga per intenderci. L’anno scorso sulla pubblicazione di Magistratura Democratica un suo articolo indulgente sugli anni di piombo, portò Giancarlo Caselli alle dimissioni dalla corrente di sinistra dei magistrati.

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Erri De Luca è questo. Per intervistarlo sono andato a Matera, dove lo scrittore napoletano aveva un incontro con gli studenti dell’Istituto Alberghiero.
Alto, dinoccolato, il fisico agile e asciutto nonostante i sessant’anni e le rughe che ne solcano il volto stempiato, lo scrittore fa il suo ingresso nel cortile dell’Istituto, a bordo di un’utilitaria, quando sono da poco passate le dodici. Al volante c’è il giovane poeta napoletano Gianpasquale Greco. Un’accoglienza da star che dà la misura della sua popolarità anche fra i più giovani dello scrittore. “Questo sontuoso benvenuto mi ricorda che stiamo nel Mediterraneo” esordisce. Ma la verità è che De Luca è uno di quegli scrittori in cui, programmaticamente , vita e letteratura fanno tutt’uno: ciò che ne fa suo malgrado, e anche in virtù del temperamento schivo, un personaggio. Ed è un autore, per giunta, che si considera il superstite “non innocente” di una generazione sconfitta: il cui stile fortemente impressivo sembra fatto apposta per suscitare adesione o repulsione.

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Non è un caso, dunque, che alla studentessa che gli chiede da dove egli tragga idee e linfa per le sue storie, lo scrittore risponda: “Io non faccio, e non ho mai fatto altro, nei miei libri, che parlare di quel che mi capita”. Il tutto unito dalla rivendicazione di un’identità mediterranea che, come è ovvio, non ha niente a che vedere con le nostalgie dei neosudisti. “Noi meridionali apparteniamo a una comunità che non potrà mai diventare un’espressione politica – spiega-. Non saremo mai gli Stati Uniti del Mediterraneo. Siamo persone che, nel corso dei millenni, si sono trovate a convivere lungo questo mare mescolando le loro storie e il loro stesso sangue”.

stivale“L’Italia – spiega ancora – non appartiene all’Europa. E’ parte integrante del Mediterraneo. A me hanno insegnato, a scuola, che l’Italia è uno stivale: e questa immagine m’è bastata per una cinquantina d’anni. Poi, improvvisamente, ho visto la figura dell’Italia in un altro modo. E allora ho capito. L’ho vista come un braccio. Sì, l’Italia è un braccio che si stacca dalla spalla delle Alpi e dal blocco dell’Europa e se ne va in mezzo al Mediterraneo finendo a mano aperta. E già, perché la Puglia e la Calabria sono le estremità di una mano aperta. Mentre la Sicilia somiglia a un fazzoletto che saluta”.
E l’Europa? “Dall’Europa non ci è arrivato mai niente – taglia corto De Luca -, tranne gli eserciti che scendevano, proprio di questi tempi, in primavera, attraverso le Alpi. L’unica cosa che ci è venuta dal Nord è il baccalà. Un merluzzo come, da queste parti, non ne avevamo mai visti: ecco l’unico lascito dell’Europa al Mediterraneo che io apprezzo. Noi abbiamo dato loro molto di più di quello che ne riceviamo. Pensiamo alla Grecia. Ha offerto all’Europa un vocabolario: è da lì che vengono i nomi a tutte le cose che abbiamo intorno. E guardate come l’hanno ridotta”.

er1De Luca quindi spiega in che cosa consista quello che potremmo definire il suo sentimento del Mediterraneo. La cui forza, per lo scrittore, risiede in una memoria che è allo stesso tempo individuale e collettiva: “Sono uno che si trova bene soltanto in mezzo a questo mare. Fuori di qui mi sento spaesato. Qui so come sono fatti gli alberi, le piante, le facce delle persone. E le case. Io so come sono costruite le case, perché ho fatto per anni il muratore”. Parlando di case e di muratura a Matera, non si può non parlare di tufo: un materiale che, d’altra parte, accomuna la città dei Sassi con Napoli. “Io il tufo lo conosco bene – dice De Luca – perché la mia è una città costruita sul tufo. Non so come è fatto il tufo di Matera. Ma il nostro aveva questo di particolare: era un modo diverso di essere muro. I muri servono a separare, il tufo invece, almeno quello napoletano, non voleva dividere. Siccome era pieno di buchi, tutto quello che succedeva dall’altra parte del muro si veniva a sapere subito. E così Napoli era una città che aveva una grande comunicazione acustica interna. Il tufo era la materia che ci teneva insieme, che ci teneva avvinti l’uno all’altro”.
“Non so – dice De Luca, rivolgendosi agli studenti materani – se il vostro tufo è così cordiale come il nostro. Ora Napoli è cambiata, ha materiali di costruzione differenti, è diventata più sorda”.

made-in-italy1Il sud e l’immigrazione. “L’Italia è diventato un punto di passaggio, una terra d’appoggio. Gli immigrati arrivano qui ma guardano altrove.Vogliono semplicemente passare, attraversare questo ponte proteso sul Mediterraneo per sciamare altrove. E questo il nostro destino geografico. Così come è scritto anche il nostro destino, le strade dello sviluppo. Non siamo fatti per vendere macchinette. Noi possiamo vendere ciò che conosciamo e abbiamo sempre fatto. Sappiamo e possiamo produrre solo due cose: accoglienza e cibo Io spero che la classe dirigente del futuro capisca che per il nostro Paese sono strategici i ministeri dell’Agricoltura, dell’Ambiente, della Cultura, non quello della Difesa che compra aerei da guerra che non servono a niente”.

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