Nesis, piccola isola, Nisida. L’isola che non c’è. Eppure fronteggia il celeberrimo Capo Posillipo, tanto decantato dai viaggiatori del Gran tour, da poeti e parolieri.
Questa sua invisibilità la deve essenzialmente al lungo istmo artificiale che la lega alla terraferma e al fatto che da sempre è preclusa alla pubblica fruizione perché ospita un anacronistico riformatorio e una base militare.
La sua macchia mediterranea lascia immaginare quel che doveva essere l’aspetto della plaga che la fronteggia. Luoghi ad alta valenza naturalistica che Lamont Young ipotizzava d’incardinare nel suo Rione Venezia.
Un quartiere destinato ad accogliere edifici per le esposizioni, la pratica degli sport, alberghi, ristoranti, stabilimenti per la talassoterapia, le cure termo-minerali e l’elioterapia, intersecato da canali navigabili, arricchito da laghetti artificiali e da estesi giardini in stile inglese, italiano e tropicale. Un’architettura eclettica rispettosa delle vocazioni naturali del territorio e, nel contempo, in grado di valorizzarle.
Cosa sarebbe stata Nisida in tale contesto… Arrivò invece Nitti con l’idea d’industrializzare la città cosicché il verde e le acque termali di Coroglio furono progressivamente cancellate dall’espansione dell’ Ilva (Italsider) e dall’inquinamento prodotto dalle lavorazioni dell’acciaio.
Il leccio, il mirto, il lentisco, l’ecosistema umido ed i campi coltivati ben presto furono soppiantati da un paesaggio lunare fatto di cumuli di terra rossa, polveri ferrose e di amianto che subdolamente minavano la salute degli operai e dei cittadini. A Bagnoli ed in ampi tratti di Fuorigrotta le massaie erano costrette ad asciugare il bucato al chiuso delle pareti domestiche.
“Fecero di tutto, racconta Amedeo Maiuri, per sommergerla fra tralicci di ferro, grue gigantesche, fornaci di ferriere, vapori fumiganti di zolfo, nebbia polverosa dei cementifici […] e tuttavia, per quanto offesa e contaminata, continuava a strappare un grido di meraviglia…”.
Del resto non poteva che essere così. Nisida, come racconta un’antica leggenda, era una bellissima fanciulla, oggetto della corte assillante di Posillipo, il quale, figlio di un dio, era stato già promesso in sposo. Ma un giorno la passione fu incontrollabile e Posillipo tentò di rapire Nisida, che per sfuggirgli si tuffò in mare. E fu in quel frangente che l’ira divina si abbatté su di loro trasformandoli in due isolotti. Già due isolotti…
A beneficio dei miei lettori “Retrò”, il primo di ridotte dimensioni era lo scoglio del Chiuppino sulla cui sommità, nel Seicento, fu costruito un lazzaretto per gli appestati e utilizzato più tardi per la quarantena delle merci che giungevano dall’Oriente.
L’altra, Nisida, più grande, un cono vulcanico sbrecciato sul versante di levante (porto Paone), dai fianchi scoscesi, ospitò in cima, sull’unica spianata dell’isola, la villa che fu prima di Lucullo e poi di Bruto. In epoca borbonica su quest’area fu costruito un carcere nelle cui celle trovarono “ricetto” gli oppositori della Corona, tra i quali Carlo Poerio e Luigi Settembrini. Il carcere fu demolito nel 1935 ed al suo posto fu creata una Colonia agricola per i minorenni detenuti.
In questa occasione, anche per rendere più accessibile la base degli idrovolanti localizzata dall’Aeronautica sull’area del porto militare e del lazzaretto entrambi di epoca borbonica, l’isola cessò di essere tale. L’isolotto del Chiuppino fu spianato e con Nisida congiunto da una stretta strada alla terraferma.
I rimaneggiamenti dell’antica selva, procurati dall’edificazione dei nuovi fabbricati per la Colonia, tuttavia, non modificarono le caratteristiche sostanziali del paesaggio insulare. Osservandola dall’alto dalle terrazze del Parco delle Rimembranze, mi è sempre apparsa come una sorta di monumento alla resistenza della Natura nei confronti di chi intendeva conculcarla in nome di una discutibile volontà politica e del profitto economico. Nisida, come canta Bennato, non è un problema ecologico per carità, ma un classico esempio di stupidità!…
L’Italia è quello strano paese ove un povero cristo per avere giustizia deve attendere tempi biblici, nel quale le pene non hanno certezza. Un posto dove per sottoporsi ad un esame clinico si è costretti ad attendere per lunghi mesi, laddove il lavoro si configura come un miraggio, nel quale la stessa democrazia, ormai priva del Démos, è succube di un Kràtos sovranazionale e finanziario. In questo clima di indeterminatezza, Napoli che ha la capacità di amplificare ogni aberrazione del sistema nazionale, con la fantasia che le è propria ha concepito i “vincoli di tutela a tempo” e la non obbligatorietà del procedimento penale.
Non vi angustiate, con questo non tornerò a parlare dei “baffi provvisori” cresciuti alla scogliera frangiflutto della Caracciolo in occasione della prima Vuitton cup o del “casatiello” ripetutamente costruito sull’area monumentale Diaz che cancella, di fatto, le storiche e tutelate prospettive di uno dei luoghi simbolo di Napoli.
E non toccherò neanche l’argomento degli scempi perpetrati a danno dello storico giardino della Villa Comunale, né quello della mancata rimozione della venefica colmata di Bagnoli. La locale Procura della Repubblica, a tal proposito, da tempo dovrebbe già essere stata sensibilizzata dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici di Napoli.
Ma le entusiastiche dichiarazioni del primo cittadino sull’esito e sugli effetti strepitosi in chiave turistica prodotti dalla Coppa Davis – proveremo a chiedere lumi ai cittadini di Pianura o a quelli di Ponticelli o, ancora, a quelli di Secondigliano – riportano fatalmente alla mente ben altre asserzioni fatte dallo stesso personaggio politico nel recente passato. Quando cioè l’immaginifico de Magistris, senza peccato, insisteva nell’organizzare la regata in quel di Bagnoli perché così intendeva polarizzare l’attenzione degli Enti competenti sulla mancata riqualificazione delle aree di sedime degli opifici dismessi.
Un’area ritenuta dal sindaco di Napoli, e non solo da lui, di elevato pregio per l’incantevole paesaggio e per la vicinanza ai mitici Campi Flegrei dei quali Bagnoli rappresenta la porta napoletana d’accesso.
Quante volte lo abbiamo ascoltato ribadire l’improrogabile necessità di rilanciare turisticamente l’occidente di Napoli. Un territorio che per legge, avrebbe già dovuto registrare da tempo la ricostituzione dell’originaria linea di costa e la liberazione del litorale da ogni struttura che, di fatto, impedisce la vista dello stupendo panorama. Un ambito urbano da sottrarre alla speculazione edilizia e da valorizzare turisticamente mediante l’utilizzo dei complessi già costruiti (Città dello Sport, Porta del Parco) e non ancora operativi e la realizzazione – in questo caso si – di strutture permanenti in grado di ospitare grandi manifestazioni sportive e musicali.
Quale irripetibile occasione per cancellare il retaggio fascista del carcere minorile su Nisida. Senza modificarne le volumetrie esterne, le strutture del reclusorio potrebbero essere trasformate in resort per un target di clienti facoltosi mentre lo scenario naturalistico dell’isola, con il Golfo di Pozzuoli da un lato, sullo sfondo le isole flegree, di fronte un boulevard a sottolineare la lunga spiaggia liberata dalla colmata e dagli edifici e l’enfatizzato parco botanico di 120 ettari, costruirebbe per i grandi eventi, una location ineguagliabile per bellezze e razionalità dei manufatti.
Un valore aggiunto e non sottratto, come avviene nel caso dell’uso distorto di Via Caracciolo, all’enorme e sotto-utilizzato potenziale turistico di Napoli.














Lidio Aramu ha la straordinaria capacità di farci sempre passeggiare nella complessità della storia partenopea con accuratezza e profonda passione, pur essendo al contempo lieve e coinvolgente come solo chi sa raccontare delle splendide fiabe. Eppure il messaggio arriva sempre preciso, come la freccia scoccata nel centro del bersaglio…
Vincenzo Parlato è quello che anche io ho pensato ma che tu hai saputo esplicitare con parole così belle e chiare. Lidio Aramu un narratore di storia vera avvolta da magia
pezzettini di storia e geografia, per capire la nostra antropologia.