Una leggenda. Due Oscar, un Golden Globe, un Leone d’oro, la Coppa Volpi, una Palma d’oro a Cannes, un Bafta, sei David di Donatello e due Nastri d’argento. Questa è Sofia Loren, 79 anni, tornata a Cannes diretta dal figlio Edoardo in un film intitolato “Voci umane”, volutamente ispirato a quel “La Voce Umana”dello scrittore francese Jean Cocteau, il cui celebre monologo divenne cinema con l’Amore di Roberto Rossellini, trascinato da una magnifica Anna Magnani.
di Mimmo Carratelli
Smargiassa, voluminosa e straripante Sophia Loren, la bellezza ai bagni di Pozzuoli e nelle piscine di Los Angeles, ai bei tempi andati, la nostra gloria nel mondo, donna immensa, fianchi immensi, bocca immensa, curve immense, seni immensi, occhi immensi, valchiria mediterranea, ciociara e ciaciona, contessa di Hong Kong, orchidea nera, madame Sans-Gene, più alta delle misure reali (1,74), più esplosiva delle reali misure a clessidra (95-58-95), prorompente, dilagante, espansa, maggiorata, le gambe lunghissime come l’ideale autostrada che l’ha portata da Cinecittà a Hollywwod, le lunghe gambe sulle quali si fissarono gli occhi di Orio Vergani, il grande giornalista milanese giurato al concorso di Miss Italia 1950 che la bocciò perché “troppo alta, troppo magra, troppa bocca” e le inventò il titolo di Miss Eleganza “per non mandar via troppo amareggiata la ragazza napoletana”.
Sophia bocciata, Sophia orgogliosa, Sophia sicura di sé che alle domande “vuoi fare teatro?”, “vuoi fare la rivista?”, rispose seccamente: “O cinema o niente”. E fu cinema. Attrice immensa, ovviamente. Cinema immenso. Novantasei film, due Oscar, cinque nomination, quattro volte migliore attrice del mondo, la sua “stella” incastonata sull’Hollywood Boulevard per l’eccezionale contributo all’industria cinematografica.
Sophia. Un nome troppo normale, soffiato, leggero, per tramandarne l’immenso esemplare di donna, meglio rivelato da quel cognome anagrafico, Scicolone, lungo, robusto, casereccio, che scorre come un fiume in piena com’è stata Sophia, un fiume in piena, straripando dallo schermo nei nostri sogni, nel mondo e negli Oscar.

All’origine era Sofia Villani Scicolone col cinema che già turbava l’aria di casa. La madre Romilda “era come Greta Garbo” e sognava di finire in pellicola dopo avere vinto un concorso della Metro Goldwin Mayer proprio come sosia dell’attrice svedese. Ma nacque Sophia, 1934, e poi ci fu la guerra, e non era più il caso di rimanere a Roma, meglio rifugiarsi a Pozzuoli.
Elogio di Sophia ragazzina già oggetto di desiderio sul lungomare puteolano, quel vitino di vespa fra il trionfo dei seni e la gloria del lato B, le gambe per la trionfale camminata nel mondo, le gambe della camminata imperiosa della pizzaiola di Materdei ne “L’oro di Napoli”, falcate indimenticabili, una camminata persino sghemba, da popolana sfrontata e sicura, Sophia che squarcia lo spazio, lo invade, lo conquista, lo fa esplodere con la sensualità del suo incedere straordinario. Tutto il suo ben di dio avanza e richiama, affascina e respinge, una sfida alla legge di gravità nel bilanciamento continuo di gambe, seni e sedere, un sedere puteolano intriso della forza e delle ebollizioni della Solfatara, esplosivo.
Sophia che rompe col cinema dei telefoni bianchi e delle attrici bionde, che entra nel bianco e nero, e poi si colora, e che sopravanza le bombe-sexy di Hollywood, la infinitamente sensuale Jane Russell de “Il mio corpo ti scalderà”, la bionda esplosiva della 20th Century Fox Jayne Mansfield e, quando esce “L’oro di Napoli”, si è appena sollevata la gonna bianca di Marilyn Monroe sulla griglia di aerazione della metropolitana di Manhattan. Avevamo gli ormoni a mille. Le calze nere a metà coscia di Silvana Mangano tra le mondine di “Riso amaro”, la maglietta attillata, il pantaloncino stretto sulle natiche sode. Era il tempo delle pin-up. Le ragazze “da appendere”. Betty Grable e Rita Hayworth rivelate generosamente nelle immagini dei maxi-poster per i camionisti.
Sophia è una bellezza troppo irregolare, troppo nuova per i suoi tempi, troppo fuori dai canoni, è una bellezza unica. Il suo corpo sfugge, si ribella, stravolge i rapporti numerici ideali del corpo umano codificati da Policleto e confermati da Vitruvio. Fidia avrebbe avuto difficoltà a domarne la struttura e a darle la sua celebre “continuità plastica”. Sophia si sottrae ad ogni armonia classica, rompe ogni schema di bellezza codificata, supera ogni regola di proporzioni ed equilibrio. Sarebbe stata una modella difficile per Prassitele che scolpiva il marmo bianco di Paro, unico per l’effetto luminoso che addolcisce le curve e modula i volumi. Sophia è una bizzaria cubista, scomposta, però magicamente scomposta, con i colori e la dolcezza mediterranei, da imporsi come modello unico. Sophia è Sophia e nessuna come lei.
Con una straordinaria forza di volontà si è imposta come donna del secolo, avanzando nel cinema fra il broncio di Brigitte Bardot e la magrezza di Audrey Hepburn, avanzando nel mondo con un continuo apprendistato di eleganza e di classe, simbolo della bellezza e del buon gusto dell’Italia, come è stato scritto, ma ancora di più donna napoletana nella voce tutta napoletana, nel cuore napoletano, immagine stessa di Napoli città bella e contraddittoria, imperfetta ma affascinante, difficile da capire ma, alla fine, trionfante.
Sophia è la donna dei “bassi” che esce e illumina la strada, la conquista e le dà vita, la sconvolge e la domina, è Filumena Marturano, è Agnese ne “Il segno di Venere”, è Cesira ne “La ciociara”, è l’esplosiva danzatrice di mambo per il maresciallo Carotenuto che è Vittorio De Sica in “Pane, amore e … “. Riempie lo schermo come poche. Allegra, dolorosa, frizzante, vendicativa, seducente, sedotta, battagliera, romantica, immensa. Quel corpo irregolare impone la sua irregolare armonia, l’armonia di Napoli che è fatta di chiari e di scuri, e quando si colora è di colori prepotenti, sgargianti, urlati, ma ha nel fondo il colore unico di un’umanità vera. Sophia è vera, sgrezzata col tempo nella recitazione, ma sempre spontanea.
L’ambizione, fatta di sacrifici e determinazione, non ne altera la sincerità di donna autentica. E’ Napoli che, assommando tutti i suoi difetti, diventa bellezza unica, bellezza sovrana, palpitante, mai artefatta, schietta.
Sophia della nostra meraviglia. Apparve al teatro Metropolitan di Napoli, tremila posti, palcoscenico immenso, nel primo concorso di bellezza del dopoguerra. Era il 1949. Mobilitata Napoli per l’elezione della “Regina del mare”. Sophia aveva 15 anni. Timida e acerba sulla passerella di 36 ragazze, apparve in un abitino rosa. Era la più alta di tutte e portava il numero sette. Mamma Romilda la spingeva ad esibirsi perché aveva gambe da esibizione, fianchi e seni generosi. Romilda aveva rinunciato ad essere la sosia di Greta Garbo e riversava sulla figlia i suoi sogni cinematografici.
Sophia non vinse. La giuria di 60 persone, fra giornalisti, artisti e gente del bel mondo, le preferì un’affascinante brunetta del quartiere Chiaia, Jole La Stella, una studentessa in legge sempre in prima linea nei cortei universitari. Sophia dovette accontentarsi del titolo di “Principessa del mare”. La regina fu l’altra. Romilda entrò come una furia nella redazione del “Corriere di Napoli”, il giornale che aveva organizzato il concorso di bellezza, protestando per il responso della giuria. Trascinò Sophia al cospetto dei giornalisti ai quali urlò: “Avete negato il primo premio a questo ben di Dio”. Ordinò a Sophia di mostrare le gambe e, poiché la figlia esitava, le sollevò la gonna. Da quel concorso Sophia raggranellò ventimila lire, un paio di guanti, una giacca di lana bianca, un rossetto Winner, un lampadario di Murano, una valigia di cuoio e sei lenzuola di lino.
L’insuccesso napoletano perseguitò Sophia in due successivi concorsi di bellezza, seconda a Miss Roma sul Colle Oppio, dove la notò per la prima volta Carlo Ponti, e quarta a Miss Italia 1950 quando venne definita “una spilungona troppo magra, troppo poco donna, male impostata”. E allora lei volò nei fotoromanzi col nome di Sofia Lazzaro.
Ah, i fotoromanzi! Un’invenzione tutta italiana nata da un’idea di Cesare Zavattini e Damiano Damiani. Erano il cinema di carta per un Paese che aveva voglia di sognare dopo i disastri della guerra. Erano le storie in fotografia, divulgate da “Bolero Film”, “Sogno” e da “Cine illustrato”, settimanali di romanzi d’amore a fotogrammi. Le immagini fissavano in primo piano occhi languidi, bocche ardenti e suggestivi dettagli femminili dell’Italia dell’epoca, commesse, sartine, dattilografe perdutamente innamorate, tradite, felici. In quei tempi incerti e variamente felici Sophia s’innamorò perdutamente di Achille Togliani, il fascinoso cantante dell’orchestra Angelini. Ma era destinata ad andare lontano col suo mentore e marito, Carlo Ponti. L’America e il successo sugli schermi di tutto il mondo. Sophia oggi è una gran signora e parla l’inglese con lieve accento napoletano. Perché lei è sempre Napoli. E’ sempre nei nostri occhi e nei nostri cuori. Sophia nel mondo, Napoli nel mondo con lei.








