di Marco Catizone
“Al mondo non ci sono che due modi per fare carriera: o grazie alla propria ingegnosità o grazie all’imbecillità altrui” (Jean de La Bruyère)
“Sale su per Toledo e va di fretta Gennarino Sprint, è in ritardo con la sorte e deve andare da Giggino De Magitrìs. Fra due anni, e quello non se l’aspetta”. O forse sì, che il bel Giggino ha finito la sporta di calcinculo e fortuna, che la sfessania è finita ed il Gran Ballo del Potere l’ha messo alla porta, proprio a lui, sissignore, troppo slavato per esser Che Guevara e troppo ribaldo per esser Camillo Benso, Conte di; che il conto s’offre al capotavola, serra i battenti il falansterio cocozza, il caduceo s’ammoscia svilito, il germano pigola e non è più reale (povero Claudio!), i calzari son spiumati e la coorte va a difarsi, illanguidita dalla idi d’agosto, quando canea e calura scemano all’intrasatta, come gramigna frustra e ustionata dalle temperie partenopee; s’affloscia il gonfalone parte napoletano e parte murattiano: che queste lande son balocco per capintesta da rive gauche, che pasteggiano a vongole e purpetielli, appastellati impelagati soffritti e beoti nel gran risiko politicante delle prossime venture elezioni amminsitrative et regionali, quivi nel contado che va da San Giacomo a Santa Lucia, passando per San Gennaro (Migliore, of course).
Classe ’68, provinciale di Casoria ad una spanna da Afragola, la Beatiful Country di Don Totonno Bassolino, Gennarino ‘o Migliore nell’agone italico dei morti di fama s’è da subito distinto per la scientifica compulsione all’arrivismo apicale e verticistico, sorretto da laurea in fisica e fisico da corazziere “Potemkin” (fantozzianamente celluloide made in URSS avvolse a refrain la sua infanzia comunista e very red, di quelle c’ ‘a pummarola ‘ncoppa): da ganimede ampolloso, a distillar ambrosia falce e martello al desco in cachemire del bleso don Faustino, alias Berrrtinotti, il nostro corazziere bamboccione e pantagruelico Manifestò Unità e Liberazione ( scribacchiandoci un po’ su col tesserino da pubblicista) nello sgravarsi del peso della Rifondazione sinistroide a quadrettoni scozzesi dell’ex socialista meneghino, gettando a spanno nasse a campana nell’acqua mai cheta delle paranze sinistre, e salendo in Sel come mozzo porta-zeppole del bivalve Vendola, sibilante salentino tres charmant dal poetico guizzo ermetico, che di scissione in fissione sminuzzò il corpus Pci-no picciò come prometeo scatenato, disperdendone ragione ma guadagnandone in Regione, che la Puglia val bene una messa, per noi spretati sinistrati senza Dio.
S’attrista il Sol invictus, che gira-sole, Gigginobello all’ombra di San Giacomo non è ben visto, s’allungano i coltelli, la Rivoluzione imbandanata è al giro di boa, spiaggiata nel meriggio del suo Lungomare desertificato, coi Tartari che s’accalcano come rivoli a solleticar bastioni: la borbonica ammuina per le prossime elezioni sindacali vede Migliore in pole; smollato l’amletico Vendola, il carro renziano abbisognava di pugnace mediano che assorbisse il fumus rottamationis come idrovora elicoidale, e chi più plastico di Gennarino nostro, che “fravecando e sfavecando” gettò l’ancora oltre l’ostacolo, pasteggiando a pastacresciute zeppole e crocchè in quel di Neapoli (dove è stato anche capogruppo consiliare per Rifondazione), in attesa dell’investitura finale, del bollino papale di Matteo I per assiedere, piddino, sullo scranno regale offerto dal Saint James Palace Hotel? Per dirla con Alvaro (Corrado), “Il meridionale ha un tale desiderio del potere, poiché non conoscendo una libera società dipende tutto dai potenti, che è entusiasta del potere qualunque esso sia”; ergo, perché rifiutare l’investitura, ora che il regno murattiano è al minimo storico e di conforto?
Palazzo come refugium peccatorum per anime Pravda, fortezza Bastiani con muraglie di carta, la glasnost non abita qui, ordinanze e decreti generano fumosi veli a ricoprire l’emergenza continua dell’esser sulla breccia, comunque e ad ogni costo, in continua perestrojka; e se de Magistris rappresenta bene o male sol sé stesso, lupoide alfa-dominante dallo scarso fiuto politico, che del nesso causale tra l’aver lo scettro ed il comando fece brani e lacerti, ove mai si collocherà il Migliore? L’arena politica è marziale campagna per un posto al sole in odor di soap con spruzzatina d’aglio per sollazzar vampiri alla recherche diuturna di plasma vermiglio come messe di voti per scambio più ambito: potere in cambio di costanza, do ut des, stadera in equilibrium per nostri interessi da crapula democrat in salsa politico-amministrativa.
Bombarde e spingarde le une contro l’altre armate, il prossimo biennio (se Giggino non molla prima) vedrà impegnato il Murat a bordeggiare in limine, col rostro a prepuzio ben in vista, cannoneggiando contra il solito “consociativismo trasversale” tra i partiti egemoni e vandeani, controrivoluzionari, perdipiù piddini, bolina controvento contro il Sistema tutto; dall’altra il giovin Migliore, pupillo ipermetrope che ben s’avvide di come l’approdo fosse contiguo e vicino, a riversare l’immane sua stazza in vacuo presenzialismo sì muscolare, forse anch’egli ubiquamente tra promenades territoriali, tra cittadini e quartieri, centro e periferie, incontri mirati e settoriali, abbracciando i centri sociali e i salotti borghesi, l’indignazione furiosa e la snobistica voluptas del cambiamento senza (troppo) sangue versato: rivoluzione e pranzo di gala a braccetto, là dove Giggino ha fallito.
In tempi magri, col passatismo togliattiano ormai lasca rimembranza (adieu, “Il Migliore”), il migliorismo napolitano (oh, King George!) come refolo disperso, sul bancone sinistrorso solo un manzo casoriano rimane in svendita, come primo taglio: scelta di chianchiere bottegaio pontassievino per il fast food della politica, chè dalla chianina renziana alla macinata di Gennarino, a finire affettati ci vuole un attimo, nel tritacarne napoletano.










