di Lidio Aramu
Ci risiamo. Una scheggia “impazzita” del corpo in disfacimento di Napoli precipita al suolo e ferisce mortalmente un ignaro passante. E’ il momento che le vestali della pubblica indignazione aspettavano. Il rituale può cominciare.
Il fiume carsico del giustizialismo nazional popolare riemerge dagli strati bui, freddi e silenziosi del sottosuolo della quotidianità. Il coro delle prefiche intona la stucchevole e retorica litania mentre i corifei, tra un ondeggiare scomposto di capelli e pianti tarocchi, con voce stentorea recitano la filippica d’ordinanza puntando l’indice accusatore verso i palazzi del potere.
E la nenia diffonde nel dedalo di maleodoranti vicoli proletari così come nelle sciccose strade borghesi, le strofe insulse ed irritanti di uno sdegno artefatto e strumentale. Mancata manutenzione, ricerca dei responsabili, rimpallo delle responsabilità costituiscono i termini di una spirale senza soluzione di continuità nel cui centro rimane la tragedia con le sue vittime, col suo carico d’insopportabile dolore.
Una tragedia le cui dimensioni sono appena percettibili e della quale il crollo parziale del frontone della Galleria Umberto I è solo uno dei tanti episodi anticipatori. La verità vera è che gran parte dell’edificato cittadino è obsoleto, degradato e staticamente non rassicurante. Un degrado esteso e profondo che non fa distinzioni tra edifici pubblici e privati.
Inascoltato profeta, Aldo Loris Rossi continua a sottolineare la necessità di “rottamare la spazzatura edilizia post-bellica, senza qualità, interesse storico ed efficienza antisismica”. Tuttavia non basta. Quanta spazzatura edilizia senza età si annida nei meandri dei quartieri più antichi della città.
L’intervento prefigurato dall’insigne cattedratico consentirebbe di cancellare ogni minaccia immanente con la costruzione di edifici moderni al posto di quelli degradati, servizi integrati, spazi commerciali e pubblici, parcheggi sotterranei.
Ma Napoli, dagli Anni 50/70, è afflitta dal complesso delle “mani sulla città”. A poco vale l’evoluzione delle imprese edili, delle normative di tutela, degli istituti di vigilanza, ogni ipotesi di riqualificazione del Centro storico immancabilmente rievoca l’immagine dei famelici palazzinari immortalati da Rosi e finisce fatalmente col tramontare.
Il risultato di tale patologia è sotto gli occhi di tutti. Un crollo nella strada dei pastori, un cedimento strutturale ai Quartieri spagnoli, un’evacuazione forzata alla Speranzella, un balcone frana in piazza Bellini e l’edilizia spazzatura mostra tutto il suo potenziale omicida.
Non è più tempo di silenzi. E’ il tempo della responsabilità, del coraggio. E’ tempo di riallacciare i fili dell’interrotto dibattito sulla riqualificazione del Centro storico e sull’evoluzione della forma urbis. L’abbandono accresce il rischio tragedia e compromette in modo irreversibile quel patrimonio storico, architettonico e paesaggistico che a parole le compagini amministrative municipali dichiarano di voler tutelare.
Occorre definire un progetto di riqualificazione di vasto respiro che allontani ogni sospetto di speculazione e, nel contempo, dissolva l’insostenibile e delittuosa cristallizzazione del tessuto urbano. Un progetto oltremodo complesso che però trova l’elemento limitante nella visione miopica della classe politica. Un Comune che è lo specchio – nella qualità della rappresentanza politica – del degrado diffuso della città e al confronto del quale si è dimostrato di volta in volta inadeguato, inefficiente, indeterminato, assente, paralizzato, incapace di pianificare, attivare e guidare i processi di sviluppo economici ed urbanistici. Neanche la grigia routine amministrativa dell’ordinaria gestione trova risposte adeguate.
E’ però semplicistico ed inaccettabile circoscrivere – come accade in queste ore a proposito del quattordicenne ucciso dall’incuria – ogni responsabilità al ristretto ambito della politica. I verdetti dei tribunali popolari non hanno mai reso onore alla verità dei fatti.
Ricordate la folla giustizialista radunata dinnanzi all’Hotel Raphael? Quella che urlava a Craxi, dopo averlo osannato quando era sugli altari, che aveva “un sogno nel cuore, Craxi a San Vittore”.
La storia ed il tempo hanno dimostrato che quella moltitudine non indossava le vesti della moglie di Cesare perché anch’essa col suo partito di riferimento (si era staccata da un comizio di Achille Occhetto) possedeva i “requisiti” morali e politici per ben figurare nella “tangentopoli” nazionale.
Non è vero che il popolo ha sempre ragione giacché le classi dirigenti politiche sono nient’altro che un’espressione miniaturizzata dalla comunità che li esprime. Quel popolo, affetto dall’incancellabile complesso dell’uomo del balcone, per il quale la democrazia non può che essere delegante. Quel popolo alla perenne ricerca della “porta larga”, dell’accesso alle pubbliche commesse, agli incarichi professionali, ad un posto nel consiglio di amministrazione di una partecipata o, più modestamente un’assunzione in uno dei numerosi enti pubblici, un parcheggio privilegiato, una coppola da guardaportone.
Il sindaco è, senza ombra di dubbi, responsabile dinnanzi alla legge ed ai cittadini della corretta gestione del territorio, così come i cittadini sono sostanzialmente corresponsabili, se non altro dal punto di vista morale, per il silenzio tenuto nel tempo ordinario. Non se ne abbiano a male le illuminate ed agguerrite minoranze di cittadini attivi.
La democrazia partecipata non può essere una concessione, è una faticosa conquista che si costruisce giorno dopo giorno con il confronto sui grandi temi del cambiamento: lo sviluppo economico, la rigenerazione urbanistica dei quartieri degradati, la tutela e la valorizzazione delle peculiarità storiche, architettoniche e paesaggistiche della città. In altri termini, occorre creare i presupposti affinché il diritto alla speranza in un avvenire meno problematico non venga ulteriormente conculcato ed il sacrificio di un incolpevole adolescente possa avere così un senso compiuto.












