di Carlotta D’Amato
La disoccupazione cresce, le offerte di lavoro sono quasi tutte per colf e badanti. Ma calma: bisogna solo saper aspettare, si stima che tra qualche anno, dal riciclaggio dei rifiuti e dalle attività annesse e connesse potranno crearsi circa 90000 nuovi posti di lavoro. Siamo un paese dove il futuro è di munnezza?
Ed allora, mi chiedo, invece che passare tempo sui libri e buttare (letteralmente) il sangue all’università, non era meglio imparare a spazzare le strade, a pulire casa e rifare i letti a dovere, a creare abiti e fibre dalla plastica e dai rifiuti solidi?
Ah se solo lo avessimo saputo….se solo dieci anni fa avessimo avuto la consapevolezza di quello che saremmo diventati, se solo avessimo immaginato che fare l’avvocato, il commercialista, il professore, il bancario, non ci avrebbe consentito, laurea alla mano, di arrivare a fine mese. “Studia, che troverai un bel lavoro, ben pagato, potrai comprarti una casa, sposarti, avere una famiglia.” Questo è più o meno il mantra con cui siamo cresciuti. Peccato poi che con la laurea, anche due, un master al massimo dopo anni di precariato e tribolazioni puoi trovarti un lavoro sottopagato e sfruttato con prospettive di carriera pari a zero.
La casa? Nemmeno a parlarne. Il mercato è crollato, le banche non concedono mutui e prestiti e la casa nemmeno se te la tiri su a mano, mattone dopo mattone. Sposarsi? I costi del matrimonio, gli accordi pre e post matrimoniali, gli eventuali costi di un divorzio e poi perché rinunciare alle detrazioni fiscali e all’assegno sociale ? E poi da ultimo la famiglia…la micro famiglia, perché un figlio è abbastanza, due sinonimo di ricchezza, tre un lusso.
Siamo la classe dei disillusi, dei sogni infranti, delle speranze. Già, le speranze: non toglieteci almeno quelle.
Ed invece, in questa valle di lacrime, è proprio su questo che si accaniscono. Perché ci dicono che dobbiamo rischiare. Ma quando abbiamo deciso che proprio la frustrazione è alle stelle e preferiremmo andare a servire ai tavoli oltreoceano (senza correre il rischio che qualcuno ci veda e salvando la dignità), ci dicono che dobbiamo tenere duro, che la disoccupazione è ai massimi storici, che quel lavoro, che è una mortificazione per le nostre capacità siamo fortunati e dobbiamo tenercelo perché non si trova di meglio. Peccato che non ci congelino per poi sbrinarci tra 20 anni quando la situazione, si auspica, potrebbe essere migliore. Peccato che la nostra gioventù è adesso e tra 20 anni ne avremo 50, 60 e saremmo troppo vecchi ed anche un po’ patetici per ricominciare.
Peccato che qui tra 20 anni ci saranno solo i mediocri, i figli di, i nipoti di, quelli attaccati alla poltrona che non si sono guadagnati, quelli raccomandati, quelli che hanno rinunciato a tutto per paura.
Già la paura. La paura è un lusso che non ci possiamo permettere. E’ tempo di rischiare. Ma forse chi ci dice di tenere duro ha più paura di noi. Ma cosa si ha da perdere? E’ questo a cui bisogna pensare. Perché se l’età ci assiste e la testa pure, bisogna staccarsi e vivere. Vivere. Perché ormai in questo paese si sopravvive. Chi non si adatta, sfiorisce giorno dopo giorno in preda all’ansia, al malessere. Chi si adatta, sopravvive. La teoria dell’evoluzionismo qui non funziona. Non sopravvive la specie migliore, la più forte.
Funziona quella della mediocrità. E chi non si adatta, va via. O trova una strada, alternativa. Vogliamo trovarci a chiedere al nostro partner “Amore, dimmi qualcosa d’altri tempi” “Cara, ho trovato lavoro!”? O faremmo meglio a mettere ai nostri figli un paio di guanti ed una tuta arancione. Non sia mai che tra qualche anno, in quei 90000 posti in più non ci sia posto anche per loro. Con tutto il rispetto. Si intende.










Mi piace molto. Brava e complimenti!
Grazie mille, Andrea.