di Giuseppe Crimaldi
Diego è un nome di comodo. E questa conversazione è il frutto di più chiacchierate. E nulla è stato aggiunto, casomai qualcosa l’abbiamo tolta. La vita dei ragazzi da queste parti sembra essere in fotocopia. Naturalmente ci sono le eccezioni, ma la fotografia di buona parte degli adolescenti del Rione Traiano è questa. Questo è il pensiero dominante.
Mi chiamo Diego, ho 23 anni e vivo pericolosamente anche perché io campo soprattutto di notte. Abito al primo piano di un palazzo di via Romolo e Remo, in una casa troppo piccola per otto persone con due dei miei sei fratelli che stanno ai domiciliari e non escono mai. Quasi mai. Tengo i precedenti, sì: furto, rapina e spaccio, e poi un oltraggio. Ma è tutta roba vecchia, acqua passata.
Vuoi sapere come vivo e io te lo dico. Mi chiedi se quello che faccio io è lo stesso che fanno gli altri ragazzi del Traiano, e ti rispondo di sì; anche perché se nasci qua e ci resti ti senti come un leone in gabbia e alla fine diventi una cosa sola col sistema. Se ti vuoi salvare devi scappare, ma se decidi di rimanere poi sono cazzi tuoi. E dunque o accetti o te ne vai. Ma siccome io come tutti gli altri non sappiamo nemmeno dove andare, allora restiamo.
La scuola l’ho lasciata alla quinta elementare. Il primo tatuaggio me lo sono fatto a 15 anni: la farfalla con la 44 Magnum sulla spalla, guardalo quant’è bello. E’ bello vero? La prima volta che ho fatto una rapina ho usato la molletta che Ciro mio fratello s’era scordata nel cassetto. Fu una cosa facile facile, stavamo io e altri due di noi alla Montagna Spaccata e acchiappammo una coppietta. Due minuti ed era fatta. La prima canna non me lo ricordo nemmeno più quando è stato, la bubbazza me la tirai prima di entrare dal tatuatore e da quel giorno i soldi mi servono perché io se “pippo” poi mi sento meglio e riesco pure a “pariare” senza uscire dal Traiano.
Omicidi? No, adda murì mammà, ma che staje ricenn? Io non amo la violenza: certo, oddio, quando al San Paolo ci stanno le partite e vengono milanisti e laziali ci andiamo a via Terracina pe “chiavà” mazzate. Mo stiamo aspettando i romanisti. Ma l’omicidio no, quello mai.
Vuoi sapere che faccio, e io te lo dico. Niente. Però campo. Io ai Puccinelli voglio bene. Se non fosse per loro qua staremmo peggio di come stiamo. Faccio i “servizi”, ogni notte minimo due-tre corse, e al fine settimana arrivo pure a cinque. Loro ci chiamano e noi scendiamo. Il lavoro è garantito: prendiamo l’incasso e lo portiamo ogni paio d’ore alla base. Mo’ sì che si lavora assai, è ‘na pacchia, Scampia non esiste più e gli affari qua sono triplicati. Poi la roba è buona: adda murì papà se non è buona.
Mi chiedi se tengo la ragazza, e certo che la tengo. Valla a vedere su facebook e poi mi dici… Io e Mariarca usciamo, ovvio che usciamo. Nei locali a Varcaturo ci conoscono tutti quanti e si mettono pure a disposizione quando usciamo con quelli della paranza.
Quella notte io ero altrove, non vi voglio dire dove, non ve lo posso dire, ma come tutti gli altri pure io ho visto tutto e com’è andata con quello sbirro di merda che ha ammazzato Davide. Adda murì ‘o nonn, io l’aggio vist ‘o carabiniere mentre sparava Davide alle spalle. Come? L’autopsia ha smentito? Io vi dico che l’ho visto coi miei occhi. La legge cambia sempre le carte in tavola a suo favore, stai a sentire a me: fanno quello che vogliono loro e vedrai che tanto che l’assolvono pure quel bastardo!
Arturo? Nù bravissim guaglione. Nun ce steva ‘ncopp o motorino, adda murì fratemo. Ce steva chillatu là, Enzuccio. E anche se mi trovavo altrove, stavo affacciato pure io al balcone insieme a tutti i condomini perché faceva assai caldo, non riuscivamo proprio a pigliare sonno quella notte. Davide, Sasà e Enzuccio si stavano facendo un giro quando è arrivata la pattuglia a sirene spiegate e a cento all’ora. I carabinieri li hanno speronati, sono usciti con le pistole e hanno acchiappato i due mentre Enzo è scappato. Poi quell’infame ha sparato a sangue freddo, alle spalle, e Davide è morto. Anna murì mammà, papà, sorema, tutt quant si nu sto dicenn a verità.











Vediamo questa volta se accettera’ un mio commento.
Vediamo, per favore, quale volta non è stato accettato un suo commento? Se può farmi vedere quale e quando non è stato accettato, le pongo le mie scuse. Ma non credo che dovrò scusarmi, fino a prova contraria..