di Lidio Aramu
Articoli ruffianeschi, comparsate televisive e, soprattutto, il profluvio d’immagini del sindaco sospeso diffuse dal Min.Cul.Pop di Palazzo San Giacomo riportano alla mente ben altre immagini.
Un drammatico dejà vu. Fortunatamente non si tratta della riproposizione, seppure in sedicesimo, di una delle grandi dittature del XX secolo. Il Comunismo, il Nazionalsocialismo ed il Fascismo con i rituali raduni oceanici sulla piazza Rossa, a Norimberga e piazza Venezia non c’entrano nulla, ma il “piccolo timoniere della Caracciolo libberata” non è insensibile al fascino dell’onnipotenza e ci prova lo stesso. Ed eccolo lì fotografato tra gruppi di scolari festosi, austeri conferenzieri, giulive camicie arancioni, nei cantieri della Metro, tra l’anonima folla di una nottata in bianco. Resiste, non molla…
Certo, le tecniche della propaganda mutuate dai regimi totalitari, adattate alle caratteristiche delle comunità partenopee, potrebbero rivelarsi un’arma vincente. Il sindaco dalla bandana arancione potrebbe così conquistare, senza neanche faticare molto, l’aureola di sindaco martirizzato se non fosse che la storia si ripete prima come tragedia poi come farsa.
L’accostamento alle grandi illusioni del Novecento è forse troppo azzardata. Le grandi ideologie miravano a costruire paradisi in terra. De Magistris invece si accontentava più modestamente di portare dal 20 al 70 per cento la differenziata in sei mesi con un abbassamento dei costi, chiudere al traffico automobilistico il Centro storico e di renderlo pulsante incentivando la creazione di “luoghi di aggregazione, dai laboratori del teatro, della musica, del cinema per i migranti, per gli studenti e per chiunque voglia incontrarsi nel centro storico come altrove in modo da creare luoghi in cui la città sia viva”, di rendere sicura l’intera città favorendo “l’accesso in tutti i luoghi a cominciare da quei parchi e giardini che vengono inaugurati ma non si sa per quale motivo sono chiusi”, garantire la presenza sul territorio cittadino della Polizia Municipale in tutto l’arco della giornata, “rafforzare il decoro di questa città… significa le buche delle strade … riqualificazione del patrimonio urbano quindi decoro significa investire bene i fondi europei…”
Scorrere il programma elettorale di de Magistris per evidenziarne le promesse mancate ed i fallimenti annunciati sarebbe come sparare alla Croce Rossa. Per non dire del tourbillon degli assessori e dei finti grandi eventi. Tuttavia alla pochezza amministrativa della giunta arancione, quasi che anche la politica rispettasse il terzo principio della Dinamica, si oppone il silenzio “uguale e contrario” dell’opposizione consiliare. Una presenza eterea, inconcludente, incapace d’identificarsi con una forte ed originale proposta di sviluppo per la città.
Inevitabilmente di fronte al nulla assoluto, torna il ricordo di un’altra opposizione, capace d’incarnare la protesta e nello stesso tempo di produrre una mole di progetti per modificare profondamente il modello di sviluppo. Erano gli anni della trasformazione dell’Emmeessei da parlamentare in partito militante. Un “partito proletario con una base meridionale” come lo definì Giorgio Almirante, in grado d’interpretare ogni ansia sociale, dalla protesta ribellistica degli emarginati al desiderio di ordine e legalità della maggioranza silenziosa. Un’alternativa di libertà al sistema partitocratico imperante.
Alla ghettizzazione dell’arco costituzionale, Almirante oppose un rafforzamento del legame con la base elettorale ben visibile nei frequenti bagni di folla senza scorta al seguito che di volta in volta assumevano la forma nereggiante delle grandi piazze – del Plebiscito, dei Cavalli di bronzo, della Posta Centrale – o quella stretta e suggestiva dei vicoli, degli slarghi del centro storico o della emarginata periferia partenopea.
Napoli diventava la Capitale morale di un Mezzogiorno escluso, sfruttato e tradito. Il Movimento Sociale rappresentava la protesta sociale e giovanile e si ancorava nel cuore delle genti partenopee grazie al progetto “Napoli capitale” tracciato dalla Federazione napoletana guidata da Antonio Parlato, giovane meridionalista e brillante marittimista napoletano. L’opposizione nazionale abbandonava così i vuoti rituali del braccetto “ a molla” e degli infecondi ricordi di “quando c’era Lui…” senza tuttavia rinnegare il passato. Tanta parte della gioventù, cresciuta tra le manifestazioni per Trieste italiana e la contrapposizione, a volte anche dura, al comunismo sessantottesco che sembrava dilagare ovunque, accolse con entusiasmo la “rivoluzione parlatiana”.Napoli era lacerata dalla contestazione giovanile e dai contrasti sociali, dal confronto tra l’amministrazione comunale e l’Italsider. Secondo il piano regolatore appena varato, l’acciaieria di Bagnoli avrebbe dovuto piantumare il 30 per cento della fascia costiera per creare una significativa area a verde attrezzato, mentre il restante 70 per cento della superficie era da destinare alle attività manifatturiere, ad alto contenuto tecnologico, nonché agli impianti ed attrezzature per la ricerca applicata all’industria.
Ma il complesso siderurgico flegreo dal 1969 aveva cominciato a produrre notevoli perdite. Per poter invertire il trend negativo, il management aziendale aveva necessità di costruire un nuovo treno di laminazione a freddo ed un impianto di colata continua. Opere che richiedevano l’ennesima variante normativa alle zone industriali del piano regolatore appena approvato.
In questo clima l’opposizione missina richiese la delocalizzazione dell’impianto industriale, intendendo così eliminare ogni fonte di spreco di denaro pubblico e d’inquinamento, difendere i livelli occupazionali ed assecondare le vocazioni naturali dell’incantevole plaga. Alle scontate accuse di anti-operaismo lanciate dai “caschi gialli” di Antonio Bassolino, Antonio Parlato ed il Msi napoletano risposero elevando chiaro e forte il j’accuse contro un modello di sviluppo estraneo alla tradizione napoletana, avulso dalle potenziali risorse del territorio, funzionale al potere politico dominante. La storia gli ha dato ragione.
All’industrializzazione coatta voluta agli inizi del Novecento da Nitti, la Destra opponeva un modello di sviluppo saldamente ancorato alla tradizione ed alla storia economica della città, fondato sulla valorizzazione delle potenzialità sottostimate o ancora inespresse del territorio, della cultura, del sottosuolo, della ricerca e, soprattutto, del mare. Un progetto che ancora oggi, nonostante il fluire del tempo, presenta una strabiliante attualità.
In occasione della tragedia del 23 novembre 1980, l’opposizione nazionale rappresentò con efficacia le istanze di una città già ampiamente provata da un alto indice di disoccupazione, dalla forte carenza di abitazioni e da un’economia boccheggiante. Giorgio Almirante intensificò gli incontri con le popolazioni sofferenti dando tangibile dimostrazione della solidarietà umana e politica del Msi, la quale si traduceva nella puntuale vigilanza sulla corretta applicazione delle procedure previste per l’emergenza sismica, nel contrasto a qualsiasi ipotesi di “deportazione” degli oltre 150mila senzatetto, in numerose proposte, prima tra tutte il disegno di una “Legge speciale per il risanamento della città di Napoli”.
Un’iniziativa che voleva essere un atto di amore nei confronti dell’enervato popolo napoletano e, soprattutto, come ebbe a scrivere lo stesso Almirante, un modo per evidenziare che: “Non è pensabile dare soluzione positiva al più importante dei problemi nazionali, quello del Mezzogiorno, senza fare di Napoli, con norme speciali, il centro motore e propulsore della rinascita meridionale; il problema Napoli, e del Mezzogiorno, e quindi di tutta l’economia nazionale, non si risolve in termini di assistenzialismo di Stato, ma in termini di promozionali, di risoluta ed organica incentivazione”.
Mai figlia del pregiudizio, la minoranza missina, con l’intensità passionale di uno spartito rossiniano, scrisse memorabili capitoli della storia politica della città: Ricostruzione post-sismica, Centro direzionale, Metropolitana, Centro storico, Variante al Piano regolatore per Bagnoli, Area franca, Porto e Mostra d’Oltremare. E fissò a caratteri indelebili su centinaia di ordini del giorno, interrogazioni ed interpellanze le attese, spesso tradite, della cittadinanza napoletana.
Con l’uscita di scena di Antonio Parlato, l’opposizione si smarrì tra i meandri ed i cubicoli di Palazzo S. Giacomo, avvolta dal grigiore berlusconiano.
Quest’anno cade il centenario della nascita di Giorgio Almirante. L’occasione è di quelle da non perdere. Le doverose celebrazioni, spesso inutilmente nostalgiche e retoriche, sono diventate per alcuni l’occasione per ridare smalto ad un’immagine identitaria ampiamente corrosa dal mero esercizio del potere, per altri di accreditarsi quali ultimi epigoni della stagione almirantiana in vista dei prossimi turni elettorali. Uno sparuto insieme di generali senza esercito, dimentichi della più elementare e profonda delle lezioni di Giorgio Almirante: “Io ho quel che ho donato”.
Almirante donò a Napoli tanto amore, condivise profondamente le sue sofferenze. E da tanto affetto scaturì un’opposizione di governo caratterizzata da una contestuale attività di controllo e progetto. La città percepì il suo sincero attaccamento alla città e lo ripagò con un altissimo numero di preferenze personali e posizionò la sua formazione politica al terzo posto nei difficili tempi della conventio ad excludendum. Malinconie? Forse.
(Il graffiti della copertina è di Zolla)




![IMG_9606[1]](http://ilnapoletano.org/wp-content/uploads/2014/10/IMG_96061-300x200.jpg)








Giorgio Almirante e Napoli: un grande amore e molto di più….
Napoli, simbolo di un Mezzogiorno da riscattare e da restituire alla nazione con la sua millenaria civiltà, e Almirante, incarnazione politica e retorica di un’idea di patria e di popolo, erano fatti l’una per l’altro …….la consapevolezza che solo da quella parte d’Italia cui la storia e la sorte avevano concesso il privilegio di non conoscere l’orrore della guerra civile , poteva sorgere una nuova unità nazionale finalmente depurata dai miasmi dell’odio fratricida.