Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi, 54 anni, giornalista, scrive di cronaca nera e giudiziaria per Il Mattino. Autore del volume "Napoli è servita" e coautore dei libri "Il Casalese", "Al mio Paese - Sette vizi, una sola Italia" e "Mafie". Dirige il sito della Federazione delle associazioni italiane antiracket la rivista online "Lineadiretta". Collabora come docente al Master di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa.

Il prigioniero Obama

di Giuseppe Crimaldi

Nei prossimi due anni saranno i repubblicani a controllare il 114esimo Congresso degli Stati Uniti che si insedierà il prossimo 3 gennaio. Entrambi i rami saranno in mano al Grand Old Party (Gop) che ha strappato ai democratici sette Stati (West Virginia, Arkansas, South Dakota, Montana, Coloradao, Idaho e North Carolina), arrivando a controllare 52 (che potrebbero diventare 53, in attesa dei risultati dell’Alaska) seggi su 100. Alla Camera, già controllata dai conservatori con 233 seggi su 435, i risultati hanno rafforzato ulteriormente il numero dei seggi

Sul blog della famiglia Bush qualcuno ha scritto: “Barak non parla alla nazione, lui abbaia alla gente”. Difficile non credere alla propaganda quando la propaganda osserva, scruta, legge e interpreta anche i gesti più intimi dell’uomo più potente del mondo.

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Barak Obama

Obama ha perso, e le elezioni di mid-term valgono quasi sempre più di quelle del primo mandato alla Casa Bianca. Che débâcle. Se a Obama vi capitasse oggi di parlare di “Caporetto” lui non saprebbe rispondervi, oppure nel farlo digrignerebbe una sorridente bocca illuminando il bianco smagliante della dentatura di cui pare vada fiero insieme con l’odontoiatra che gli ha risistemato il quadro focale.

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I repubblicani vincenti

Poor mister President. Che figuraccia. Che vergogna: smerdiato dai suoi stessi candidati (c’era tra loro persino una bella donna democrat candidata a governatrice in non mi ricordo nemmeno più per quale Stato), che negli spot passati dalle televisioni incoraggiavano l’elettorato arringandoli con una fiera esortazione: “Votate per me: io non sono mica Barak Obama!”. La verità è che questo strepitoso presidente degli Stati Uniti d’America sembra essersi perso nei corridoi della White House. I bene informati raccontano che si tratta di veri e propri labirinti disegnati tra gioiosi giochi d’acqua di fontanelle illuminate a stelle e strisce, trappole sparse nei corridoi, percorsi a rischio pieni di botole che fanno sprofondare direttamente in celle dove popolate da uomini del Califfato e “secret rooms” piene di strani pulsanti rossi verdi e blu che invece illuminano i percorsi verso l’agognata Stanza Ovale.

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In questa specie di Disneyland washingtoniana, incoraggiato dalla bella Michelle e dalle due figlie ormai cresciutelle ma pur sempre utili a fare audience e consenso, lui sembra aver smarrito l’istinto primordiale, quell’intuito vincente che lo aveva portato in Paradiso. Pare – e a dirlo è un ex veterano della grande guerra in Iraq (il pluristellato generale Petreus) – che negli ultimi 15 mesi il Presidente avesse cominciato a leggere testi filosofici. Cartesio e Spinoza: qualcuno – forse la perfida Hillary Clinton, l’ottima vipera della pessima diplomazia del primo mandato, prima che le sorti estere venissero affidate al consorte della più nota casa produttrice di ketchup su scala mondiale, un altro che sta alla diplomazia come Gentiloni può stare alla cloche di un 747 – glieli aveva regalati a Natale. Titoli eloquenti: “Essere o avere”? “”Cogito, ergo sum”. “L’insostenibile leggerezza dell’essere Presidente”.

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Li ha divorati, Obama, quei libri. Ci ha dormito su, e una volta risvegliatosi dal sonno è entrato in catalessi. Zero in politica economica. Zero in assistenza sanitaria al popolo americano. Sottozero in politica estera. Perché Barak Obama alla fine ha deciso di non decidere. Così è stato sulla crisi mediorentale che l’estate scorsa ha rivisto infiammarsi i territori d’Israele e dei territori occupati; così per il martoriato Darfour e per i cento conflitti dell’Africa nera; e così per l’avanzata dell’Isis e dei tagliagole. Peccato – quest’ultimo – che gli americani non gli hanno perdonato.

Un fallimento lungo sei anni. Gli Usa si riscoprono orfani. Scoperti. Intimoriti da nuove offensive terroristiche, per non parlare della minaccia che corre sulla parola Ebola. Un inquilino senza le chiavi dell’America, alla Casa Bianca, è considerato un occupante abusivo, un saprofita che vive di rendite scadute.

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Preghiamo per noi e per l’America. Ma sì, anche da laici e per una volta facciamolo, perché le cose vanno a rotoli un po’ ovunque. Giri la testa da un lato e cerchi di non vedere. Ti volti dall’altro lato e hai bisogno di un antiemetico per non vomitare. Non ci resta che pregare. Fedeli o laici che siamo. E nella preghiera aggiungiamoci un’invocazione: “O buon Dio degli uomini, illumina i  nostri governanti e la nostre classe politica. E giacché ci sei, evitaci un altro Bush alla Casa Bianca. Due ci sono già bastati”.

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