Franco Esposito

Franco Esposito

Giornalista e scrittore, inviato speciale de Il Mattino e del Corriere dello Sport. Presente a cinque edizioni dei campionati del mondo, 106 volte inviato al seguito della nazionale italiana di calcio e 34 viaggi negli Stati Uniti per i grandi appuntamenti di pugilato, Vincitore del Premio Coni 2011 e un record: tre finali consecutive al Premio Bancarella Sport

“ Io vi voglio bene assai”

 “ Io vi voglio bene assai” è l’ultimo libro di Franco Esposito, napoletano, giornalista e scrittore, vincitore del Premio Coni e tre volte finalista del premio Bancarella Sport. Venerdi, alle 16,30, nel Salone dei Trofei del Circolo Nautico Posillipo, “Io vi voglio bene assai “ sarà presentato da Franco Esposito, Romolo Acampora, Antonio Corbo, Carmen Fimiani e Nino Masiello. L’attore e doppiatore Giuseppe Ippoliti leggerà alcuni brani del libro.

 Se il lavoro di giornalista senza divertimento diventa un insopportabile peso, quello di inviato senza curiosità e amore è praticamente impossibile. Essere testimoni, raccontare, fare in modo che i tuoi lettori possano avere la sensazione di essere lì, in prima file, insieme a te. Cantastorie. Storie di calcio, di pugilato, di ciclismo, di nuoto, storie di sport. Storie di sudore e fatica, di gioie e dolori, storie di uomini, di campioni, vincitori e vinti. Sport, giornalismo e amori: ”Io vi voglio bene assai” (Iuppiter Edizioni) di Franco Esposito è un intreccio inestricabile, l’intreccio di una vita. I mutamenti delle epoche rivisitati con occhi non disincantati, testimoni del tempo. Lo sport come magico collante di una corsa da sogno all’inseguimento del “sogno”: diventare giornalista sportivo. Il mestiere più bello del mondo. Una storia vera, scritta in prima persona da un giornalista di razza. Quando le parole superano le immagini. Una vita di partenze e ritorni di un single involontario. Una vita vissuta con intensità e con passione. E sempre con emozione.     

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 Un pugno, una carezza, un sogno

Il pugilato all’olimpiade vado a vederlo a Roma. Tre medaglie d’oro, un argento e un bronzo. Il trionfo italiano della squadra allestita, preparata e guidata da Natalino Rea, il mago italiano nato in una traversa di Piazza Santa Maria di Trastevere. Il Palazzo dello sport all’Eur è il ring del meraviglioso raccolto dell’Italia. E giù dal ring, la mia grande occasione. Armato di sfacciataggine, stavolta o mai più, al termine del  turno pomeridiano del torneo mi presento a Giorgio Bellani. Famoso giornalista, è il telecronista della Rai per il tennis, un vero super della materia. Poliedrico e competente, ai Giochi di Roma è la voce del pugilato. Capo della milanese del Corriere dello sport, dirige la rivista Il Campione. È il mio uomo, Giorgio Bellani.

I tre ori del pugilato italiano  Nino Benvenuti, Francesco Musso e Franco De Piccoli

Olimpiadi Roma 1960. I tre ori del pugilato italiano: Francesco Musso, Franco De Piccoli e Nino Benvenuti,

 

“Mi perdoni, dottore, posso disturbarla un attimo?”.

 “Nessun problema, ma chi sei?”.

  Mi presento, nome e cognome, da dove vengo, e la cosa che mi preme chiedergli.

 “Il mio sogno è fare il giornalista. Può consigliarmi quale strada dovrei seguire, a chi posso rivolgermi? Sono privo di conoscenze, può darmi un aiuto?”

Giorgio Bellani mi scruta dalla testa ai piedi, sorpreso. Chiede se studio e se sono iscritto all’università.  Siamo in estate, compirò venti anni a novembre. Bellani mi guarda con curiosità e stupore. Ma almeno sai scrivere in italiano? Sì, non sono male, Hai mai scritto un articolo? Sì, alcuni, di pugilato. “Forse posso aiutarti. Dammi il tuo indirizzo, ti scriverò”.

Ringrazio di cuore. Un inchino, mentre chiedo a me stesso: il dottore si farà sentire, non è che ha voluto liberarsi del fastidio, e liquidarmi?

 Bellani mantiene la parola, è il mio angelo, un messaggero di speranza, il custode della mia illusione. Ricevo un cartoncino, tipo quello della partecipazione di nozze. Poche righe, scritte con la stilografica. Mi raccomanda a Gino Palumbo, il mio idolo, capo dei servizi sportivi del Mattino e direttore di Sport Sud e Sport del Mezzogiorno. I due settimanali del gruppo editoriale del massimo quotidiano del Mezzogiorno.

Posso presentarmi a Palumbo, già informato da Bellani. Una raccomandazione, una cosa seria, e il più grande in bocca al lupo. Gino Palumbo mi riceve all’Angiporto Galleria, detto anche vico Rotto San Carlo. Finestre e balconi del Mattino consentono la visione della Galleria Umberto. Spettacolare palcoscenico, è un formicare di corpi e di anime, scambi di opinione a voce normale, che messi insieme diventano un tuono ininterrotto. In Galleria c’è vita dalle undici del mattino fino a notte fonda. Il punto d’incontro, il crocevia tra epoche che s’inseguono.

RadiocronacaNapoli

Galleria, le radicronache dal balcone

Passi utili e passi perduti, artisti e cantanti a caccia di scrittura, i tifosi del Napoli avvinghiati all’eterna speranza di scudetto, varia umanità. Nobili napoletani nostalgici del tempo che fu, prostitute in cerca dell’ingaggio: c’è il mondo in Galleria. Dal balcone del Mattino, il giornalista Giuseppe Filosa ha informato per anni i tifosi sull’andamento delle partite del Napoli in trasferta. Armato di megafono, dava notizie. La partita alla radio ancora non esisteva e della televisione si ignorava l’esistenza, negli anni Quaranta.

Mi ero immaginato un gigante, un uomo di taglia forte, chissà perché. Gino Palumbo è un distinto signore, elegante, taglia media. Lo sguardo è sincero. Capelli rossicci, la faccia tendente al rubizzo, non sembra nato a Cava dei Tirreni. Naso generoso e occhi tondi, indagatori. Le manche della camicia scorciate, mi riceve all’ingresso della tipografia del giornale, non nel suo ufficio. Parla con calma e mi rendo subito conto che sa di cosa parla. Espone con sicurezza e capacità di sintesi le idee, chiare e leggibili all’interlocutore.

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Gino Palumbo

“Sei raccomandato dal collega Bellani, una garanzia. Hai scritto già qualcosa? Articoli per qualche giornale?

“Qualcosa, dottore. Articoli per riviste di pugilato. Nient’altro, dottor Palumbo”. “Bene, Aspetto un tuo pezzo di boxe. Senza fretta, entro una settimana. Però, mi raccomando…”.

Capo dei servizi sportivi del Mattino e prossimi direttore di prestigiosi quotidiani del gruppo Corriere della sera, Palumbo mi regala la prima lezione di giornalismo della mia vita. “Mi raccomando, io non mi aspetto che tu scriva se quel tale pugile è un pichiatore piuttosto che uno stilista, se è mancino o guardia normale. Vorrei da te una storia”.

L’esempio a sostegno della richiesta. L’invito che contiene la lezione. Palumbo anticipa i tempi: parla come parleranno i buoni e i grandi giornalisti fra trent’anni. Nel frattempo, lui inventerò le interviste nei dopo partita e il virgolettato dei politici alla Camera e al Senato. Un precursore.

“Conoscerai certamente Piero Rollo, il pugile cagliaritano. Poniamo che ti occupi di lui: io voglio sapere se fa il minatore o il pescatore, se ha otto figli e non sa come sfamarli. La storia: il resto non lo voglio sapere”.

Una lezione bellissima, mai dimenticata. Raccontare storie diventa la mia dolce ossessione. Ma il giornalista, anche se in pectore, semplice aspirante, alle prime armi, deve avere la notizia come primo obiettivo. Deve inseguirla, se la notizia non gli cade in braccio. Questione di fiuto, di naso, abilitò, fortuna. Il vero buon giornalista è una calamita di notizie.

Ingresso della palestra Olimpia, dieci metri sottoterra, uno scantinato con ring e sacchi al 107 di via Santa Lucia. Il palazzo di fianco al bar California, noto e frequentato ritrovo, anche ristorante aperto fino a tardi. La cucina è una buona cucina. All’ingresso della palestra, mi imbatto in Tonino Borraccia, il saccone degli indumenti portato con la mano sinistra, la fronte imperlata di sudore, i capelli non ancora asciutti.

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Tonino Borraccia

Boxeur idolo dei napoletani, si è ritirato dal ring. Ha conquistato vittorie e consensi negli Stati Uniti e in Australia. In America ha avuto la simpatia e l’appoggio di Frankie Carbo, abiti su misura, il gilet, la cravatta di marca, l’orologio pendulo dal taschino, il Borsalino e il sigaro, forse una pistola occultata da qualche parte. E un paio di scagnozzi ai suoi lati, pronti a fare fuoco, se necessario. Carbo è il capo die mafiosi che comandano la boxe. Delinquenti che usano come burattini e pupazzi pugili, manager, organizzatori.

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Frankie Carbo, il boss del pugilato

Napoletano dei Quartieri Spagnoli, Borraccia ha combattuto e vinto sette volte su altrettanti incontri nella campagna d’America. Dove l’ha spinto un ufficiale della Nato, che gli ha pagato il biglietto di viaggio sull’Andrea Doria e fornito l’argent de poche per il primo periodo a Filadelfia. I boss hanno grandi progetti su di lui, che diventano programma interrotti, azzerati, stroncati da un senatore e dagli uomini deputati al rispetto della legge. Una notte li arrestano tutti. Capi bastone e manovalanza della criminalità organizzata vengono distribuiti in vari penitenziari degli Stati Uniti.

Borraccia è un ex pugile, ora. “Non impressionarti, non penso al ritorno sul ring. Ho preso peso, vengo in palestra per sudare, mi alleno una volta al giorno per non ingrassare troppo. Ti saluto, stammi bene”.

 Sul ponte di comando, giù in palestra, troneggia Nino Camerlingo, il maestro dei campioni, un pozzo di scienza pugilistica. “Maestro, è tornato ad allenarsi Borraccia? L’ho incontrato per caso all’ingresso con il borsone da pugile e l’aria di uno che ha lavorato duro”. Il maestro crede che io sappia tutto. È convinto che Tonino mi abbia confidato il vero motivo dell’impegno quotidiano in palestra.

“Buon ragazzo, Tonino non sa tenere la bocca chiusa, è una puttanella. Spiattella tutto al primo che incontra. La notizia del suo rientro doveva rimanere segreta”. Intuisco la presenza della notizia, che non deve scapparmi. Annuisco, non dico una parola. Nino Camerlingo riattacca la sua delusa litania, proprietario di un’amarezza che gli toglie completamente il buon umore. “Adesso sai tutto, tu sai. Tonino Borraccia ritorna sul ring, combatterà il mese prossimo alla Palestra Coni. Abbiamo scelto un buon avversario, Vezzali di Modena”.

La notizia, non più la storia. Scrivo il pezzetto e lo affido al giudizio insindacabile di Gino Palumbo. Due cartelle a macchina, tre quarti di colonna, in busta chiusa, consegnata in portineria, al Mattino. Il giornale ha portieri leggendari, Fierro, Iside, Acerra. Telefono al dottore, poche parole e una grande emozione. La mia soggezione pesante come un macigno. L’articolo vede la luce su Lo Sport nel Mezzogiorno, in apertura di pagina, ben titolato. Il primo è andato, sono pazzo di gioia. Un buon inizio? Meglio di niente.

(Franco Esposito “Io vi voglio bene assai”)

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