Giornali e giornalismo. E accesso alla professione. Temi caldi, caldissimi vista la grande crisi dell’editoria. Una volta c’ero l’abusivo, il giornalista che scriveva ma non veniva pagato. Una passione che ti portava a qualsiasi sacrificio, che poi non era un sacrificio, quando vedevi la tua firma sul giornale. Situazioni ibride che duravano anni. Questa era la normalità. Questa è la storia anche di Franco Esposito, quarantacinque anni al seguito del Napoli, centosei volte inviato al seguito della nazionale italiana di calcio, 34 viaggi negli Stati Uniti per i grandi appuntamenti di pugilato. Ma i primi servizi firmati restano nel cuore. Dal suo ultimo libro (“Io vi voglio bene assai”).
La libreria ha un’impostazione politica. Einaudi, Laterza, Feltrinelli, Rizzoli, Mondadori, Samonà e Savelli, Editori Riuniti: pendiamo a sinistra. Il partito comunista entra a Palazzo San Giacomo: Napoli è governata da un’amministrazione di sinistra, per la prima volta nella sua ampia storia. I giovani prendono d’assalto la libreria: Che fare di Lenin, Il capitale di Marx in edizione economica, e Chabod, Percy Allum, gli Oscar Mondadori, l’economica Garzanti, La storia del partito comunista, Cechov, Boll. L’assortimento è ricco, praticamente immediato l’approvvigionamento. Love Story di Segal vende centinaia di copie, Porci con le ali pure, tirano Cassola, Compagnone, Hemingway, Silone, Pratolini, Moravia, La Storia di Elsa Morante, La Capria, e gli americani. Vanno a ruba scrittori e poeti della beat generation, il sensazionale Kerouac, Buchowski, Luca Ferlinghetti.
I libri sono la mia scuola, la mia università. Mi danno quintali di cultura. Porto a casa quelli che ritengo possano essere utili alla mia causa. Libri di narrativa, romanzi in particolare, e i classici greci tradotti e commentati. Erodoto e Tucidide, la storia come maestra di vita. La clientela è scelta, rappresentata dall’intellighentia napoletana. Il professore Giuseppe Galasso, Cesare De Seta, il sindaco Valenzi, il professore Abruzzese, l’architetto Rossi, e tanti altri, proprio tanti. Comprano, ordinano, ritirano, pagano. La libreria funziona, mi ritengo gratificato.
Le avventure impossibili le vivo tutte, non mi nego a nessuna. Neppure quando accolgo l’invito a presentarmi alla redazione di Napoli del Corriere dello sport. Il Mattino è a pochi metri, non più di trenta, lato mare di via Chiatamone. Al Corriere il capo è Francesco Degni, persona adorabile, un mostro di simpatia, intelligente, l’incarnazione del giornalista molto bravo con poca voglia di concedersi interamente alla professione. Ama la vita, Ciccio. Bruno, capelli al vento, longilineo piace alle donne, e lui si abbandona ad autentiche stragi di cuori. Ha giocato a pallone, e bene. Centravanti goleador di una squadra del quartiere Vasto: avesse messo impegno e testa sarebbe diventato qualcuno. Adora la pallanuoto, buon giocatore da giovane. Degni ama i cavalli e le scommesse, l’ippodromo è una sorta di dependance, per lui. È il giornalista preferito di Omar Sivori. Diretto, simpatico, amante della battuta con vista sul paradosso, piace a tutti. Un amicone.
Ciccio è un vulcano, erutta idee. “Questa è grossa, vorrei coinvolgere anche te”. Impossibile dire no a Ciccio. Degni fonda un giornale, inventandolo di sana pianta. Domenica Sport, sei pagine, deve uscire la domenica, un’ora e mezza dopo la fine delle partite. Una follia o che cosa? Un originale pazzo progetto che va in porto. Il giornale viene realizzato e stampato alle porte di Napoli, in una tipografia di Casoria, la Stagrame, moderna, mezzi all’avanguardia. Sodale di Degni, più o meno un fratello, Ezio Piombino, alias Crescenzo Chiummariello. Telefona dagli stadi italiani notizie sulla partita del Napoli. Uno di noi trasforma in articolo le informazioni del giornalista. Noi saremmo Antonio Corbo, quando può, Gianni De Chiara, futuro giornalista Rai, Antonio Fontana, io, ed Ernesto Tempesta in qualità di redattore capo del gruppo. Firmiamo con pseudonimi, Franco Tesponi il mio, Fontana è Totò Rubinetti, Ertem è Ernesto Tempesta, fratello di un grande del judo. Nicola è il fenomeno del momento, sul tatami ha capottato anche i maestri giapponesi. Li ha sistemati per bene; lo fermerà nel tempo un gigante olandese, Geesink.
Il giornale si presenta in strada completo: il resoconto della partita del Napoli, le interviste, i risultati della giornata, compresi quelli delle squadre campane, la colonna vincente del Totocalcio, la graduatoria aggiornata dei cannonieri, il pezzo sulla prossima avversaria del Napoli, e una storia di calcio. Pezzi caldi e qualcosa di freddo, di prefabbricato. Compiliamo, titoliamo. In novanta minuti il giornale è pronto.
E via, a rotta di collo, in motorino o in auto, giù in discesa, lungo Calata Capodichino. Un toboga. Senza preoccuparci mai della pioggia e del freddo. Al volante dei mezzi di fortuna, i fratelli Cisternino, Adriano e Vittorio, collaboratori del Corsposrt. Andiamo giù con le copie da affidare agli strilloni convocati dal distributore. Le edicole sono chiuse la domenica pomeriggio e la legge dice che non si possono stampare giornali la domenica. Viviamo l’avventura con spirito goliardico e pionieristico.
Il primo numero di Domenica Sport è in strada il 2 ottobre 1966. Propizia occasione, il trionfo del Napoli a casa della Roma, determina il titolo. “Roma imBracata”, in omaggio al giovane abruzzese Paolo Braca, autore del secondo gol napoletano; il primo è di Omar Sivori. Il giornale viene venduto nelle strade di Napoli e all’ingresso dei cinema in centro città. Va a ruba, un successone. E subito comincia a dare fastidio, toglie qualcosa ai quotidiani in uscita il giorno dopo. Bella e impossibile l’avventura.
Libraio a tempo pieno, pubblicista quasi a tempo perso. L’idea di portare avanti il progetto di suicidio del sogno mi solletica un giorno sì e l’altro pure. La libreria si prende il mio tempo, le mie forze, la mia testa. Ma Antonio, proprio lui, Antonio Corbo, spinge in direzione contraria. “Sei stupido se molli, puoi fare benissimo le due cose”. Belle parole, grazie per l’incoraggiamento. La realtà è che io ritengo inconciliabili la libreria e il giornalismo.
“Ciao, Esposito. Te la sentiresti di scrivere un pezzo su Johnny Weissmuler? Sai chi è, proprio lui, il grande nuotatore diventato Tarzan nella versione cinematografica”. Gianni Infusino telefona dal Mattino. Giornalista colto, svolge le funzioni di redattore capo dei settimanali Sport Sud e Lo sport nel Mezzogiorno. Conosco di vista Infusino, ma so che è molto bravo, fantasioso nella scelta dei titoli. Penna senza macchia, è direttore e proprietario di un mensile di cultura, Quarto Potere. Ha grandi pregi, è di poche parole, sempre quiete e incisive, dirette, e la simpatia. Spiega molto bene le cose, si fa capire al volo.
“Conosci la storia di Tarzan e saprai che ora sta male, problemi fisici seri, è ricoverato in ospedale”. “Sì, dottore. Ma il pezzo per quando serve?”. “Se ce la fai, lo pubblichiamo martedì su Sport Sud”.
L’occasione è ghiotta, da non perdere. Mi metto all’opera. Sono in libreria, dove c’è tutto quello che serve alla confezione di un buon pezzo. I robusti almanacchi di Walt Disney con la storia di Tarzan, il personaggio inventato da Edgar Rice Burroghs. “Io Tarzan, tu Jane”, lui, la sua donna, i voli con le liane da un albero all’altro, gli scontri vincenti con gli abitanti della giungla e la scimmietta Cita, idolo incontrastato dei nostri primi pomeriggi al cinema.
La storia di Johnny Weissmuller non mi è ignota. Addetto alle ascensori del Plaza Hotel a Chicago, poi sensazionale nuotatore. L’inventore dello stile crawl, cinque medaglie d’oro alle olimpiadi, sessantasette record mondiali, e cinque mogli. Infusino riceve e titola a centropagina “Volava nell’aria e sull’acqua, ora zoppica e affanna”. Il pezzo è ben vestito, posso ritenermi soddisfatto. Che è niente rispetto ai complimenti del redattore capo. Infusino mi ordina un altro articolo per la settimana successiva.
“Inutile dire a te chi è Helmuth Schoen. Avrei bisogno di un ritratto scritto in punta di penna. Deve essere dello stesso livello di Tarzan”.
Euforico, entusiasta, un tantino esaltato per i complimenti e il nuovo incarico, dico okay a me stesso. Vado, l’ammazzo e torno.
Tedesco di Dresda, l’andatura claudicante e la testa protetta dal fedelissimo irrinunciabile basco nero, Helmut Schoen ha guidato al successo la Germania ai campionati europei. Medaglia d’oro in Belgio. Il signore dal naso grosso come una patata è l’erede diretto del famoso Sepp Herberger, appena appena allenatore e commissario tecnico della Germania campione del mondo in Svizzera, non so se mi spiego.
Rahn, Fritz Walter, Morlock, Turek: quelli della clamorosa beffa all’Ungheria strafavorita del colonnello Ferenc Puskas, il più bel tiro in porta del mondo, e dei suoi straordinari giannizzeri dell’Honved e di altre squadre formidabili. Grozsik, Bozsik, Gorocs, Kocsis, Czibor, Hideghuti, Toth. Futuri esuli in fuga dalla dittatura, calciatori profughi, mai più rientrati in patria dopo una trasferta all’estero. Grandi calciatori malpagati in Ungheria, ora in campo in nome dei soldi e della libertà.
Cotto e mangiato, il pezzo. Titolo: “Deutschland uber alles”. Traduzione del titolista Gianni Infusino, Germania al disopra di tutti grazie a Schoen. Buono e corretto l’attacco, giusta la chiusura: il pezzo è riuscito bene. Forse al Mattino si sono accorti di me. Sì, esisto. La mia ruota comincia a girare nel verso giusto. Sembrava che quest’ora non dovesse mai arrivare.
“Dove vai in vacanza la prossima estate?”. Manca un mese alle ferie, Infusino chiede informazioni, hai visto mai. Vai in Toscana, ma dove? In Maremma, quaranta minuti in bus da Siena. Siena, il Palio: Infusino sembra interessato. Ma al Palio ci vai? Certo, sarò li, in piazza, come lo scorso anno. La richiesta arriva in un attimo: mi faresti un pezzo, una cosa ampia, diciamo mezza pagina? Posso provare, non è detto che ci riesca. Infusino aspetta l’articolo, ma non ha fretta, posso prendermela con calma, dopo il Palio dell’Assunta.
Il Palio è magia. Il primo l’ho vissuto in piazza, sotto il sole che stordisce, pressato da una folla strabocchevole. Ragazze scatenate e preoccupate per la sorte imminente della contrada, i fazzoletti al collo. Passione forte, fortissima, la leggi negli occhi dei contradaioli, nelle smorfie delle loro facce. L’effetto è meraviglioso, non c’è posto per uno spillo intorno alla pista di tufo con la curva di San Martino in discesa, la picchiata protetta da balle di paglie e grandi cuscini. Il cavallo è il re, trattato appunto da re nella contrada. La messa, la cena, la benedizione. I fantini con i loro buffi soprannomi, comunque fedeli alla personalità e al fisico di chi li porta. Andrea Degortes, Aceto, è il re della piazza.
Stavolta il Palio possiamo gustarcelo da una finestra del Palazzo del Comune; sopra le nostre teste la punta della spettacolare Torre del Mangia. Siamo imbucati, non invitati, la famiglia di mio fratello Mario, due amici ed io. Siamo entrati nel Palazzo del Comune con aria disinvolta e nessuno si è premurato di fermarci. Partecipiamo al banchetto con grande faccia tosta, salutati e riveriti da tutti. Pizzette, tramezzini, panini con prosciutto di cinta senese, cantuccini, prosecco e vino bianco a volontà. Tutto gratis, il buffet è a disposizione degli invitati.
In attesa che i canapi si abbassino e il mossiere ritenga valida la mossa, discutiamo con persone gentilissime che il Palio lo hanno nel sangue e nel cuore. Ne conoscono la storia, gli aneddoti, le curiosità. Manna dal cielo per me: apprendo che Folco, cavallo cieco, girava sul tufo come se avesse quattro occhi, non due, e apprendo che il doping artigianale per i cavalli è una mistura di lupini e Coca Cola. Produce effetti, funziona. La Torre, la contrada del senese Artemio Franchi mitico presidente della Federcalcio e del calcio europeo, è la nonna del Palio. Quella che non lo vince dal maggior numero di anni. Curiosità preziose per il mio pezzo, che riesce benino. Gianni Infusino non è avaro di complimenti.
La squadra dell’Avellino è prossima all’impresa storica: la promozione in serie B. Il suo campionato è una marcia trionfale, nonostante l’opposizione ferma della concorrenza. Sport Sud ritiene, a ragione, di doversi occupare del fenomeno in maniera diffusa. Serve un reportage, una pagina scritta più le foto.
“Vai ad Avellino, sarete in due. Verrà con te Enzo Popoli. Prendi appuntamento per giovedì, raccogliete il materiale. Porta anche il fotografo”. La telefonata è un ordine di servizio. Il fotografo designato è una garanzia. Svelto di testa e di mano, meno di un metro e sessantacinque , Mario Siani possiede intuito giornalistico. Un professionista di valore, giovane, entusiasta. Nulla sfugge ai suoi occhi, protetti da spessi occhiali da miope. I cronisti di nera lo ritengono indispensabile.
Avellino è in festa. Striscioni, manifesti, la città è imbandierata. Prossimo al compimento il buon lavoro dell’allenatore. Intelligente e preparato, scuro come un magrebino, Antonio Giammarinaro è tunisino solo di nascita. Il calciatore è cresciuto nel settore giovanile del Grande Torino. E col Torino ha conquistato il titolo di campione d’Italia, lo scudetto del 1949, quando i ragazzi del Toro furono chiamati al posto dei campioni finiti nel disastro aereo sulla collina di Superga, nelle ultime quattro giornate di campionato. Antonio Giammarinaro con la maglia di Valentino Mazzola, numero 10.
“Dove lo troviamo il presidente Sibilia?”. “Chi, don Antonio?”. Siamo a Mercogliano, località amena sulla strada di Montevergine. Aria fine e buona cucina, i platani del viale principale a regalargli frescura e pace. Gentili signori del posto, cotti dal sole e ozianti davanti al bar, forniscono l’indicazione giusta. Una curiosa, strana, originale indicazione.
“Il presidente è al mercato. Sì, al mercato, allo stadio”. Il pensiero corre alle bancarelle che espongono la merce. Tessuti, pantaloni, oggetti per la casa, utensili, a prezzi invitanti. Le cose tipiche del mercato. Ma dov’è il mercato? Nel piazzale dello stadio non c’è: c’è solo lo stadio, quello sì, in Contrada Zoccolari. Non sappiamo cosa pensare, il collega Popoli, il fotografo Siano, e io. Pensiamo ad una presa per i fondelli. Quelli del bar hanno voluto prendersi gioco di noi.
Entriamo nello stadio, non ancora sul terreno di gioco. Molte persone sulle gradinate, attente, silenziose, sembra di stare a un concerto. In campo e intorno giovani calciatori a dozzine, tanti davvero. Una moltitudine.
“Avremmo bisogno del presidente Sibilia”. Siamo giornalisti”. Eccolo, il presidente. Corpulento, baffetti, la faccia scura e squadrata, tutta mascelle, in giacca blu di cotone. La sigaretta e il gesto deciso, imperioso.
“Iesci tu, vatti a rivestire. Trase, entra tu, famme vedè che sai fa”.
Giovani calciatori provenienti da tutta Italia entrano ed escono dal campo. Verdi talenti in cerca di scrittura. Don Antonio Sibilia è l’esaminatore severo, capace di individuarne ad occhio nudo le qualità. Quelli che gli stanno attorno, a bordocampo, lo raccomandano come un infallibile scopritore di talenti. Questo è il mercato del presidente.
La faccia soddisfatta o contrariata, stati d’animo conseguenti alle qualità che i giovani esprimono nel provino. Alcuni restano in campo non più di due minuti, promossi o bocciati dal presidente. Un cortese messaggero lo informa della nostra presenza.
“Si tu ‘o giurnalista? Finisco e sono a disposizione”. Antonio Sibilia è un torrente in piena. Un’alluvione di parole, concetti tutti interessanti giornalisticamente. Svolge attività di costruttore e si ritiene un numero uno in entrambe le attività. L’edilizia e il calcio. Ha modi spicci, è ruspante, diretto nel senso vero dell’espressione. Vorrei avervi a cena, datemi questo piacere, fermatevi a Mercogliano. Intervista ricca, mi ci ficco.
Un’Intervista in prima persona. Breve il capello, poche righe per introdurre il personaggio che parla con rustica autorevolezza e l’arroganza di Re Luigi. “Io accatto, io vènno, io pavo, io cumanno”. Scrivo il monologo di Antonio Sibilia al naturale, tutto in dialetto. Al giornale il redattore capo e i suoi sottoposti trovano il pezzo originale, divertente, molto bello. Piace tantissimo anche a don Antonio Sibilia, che vorrebbe disobbligarsi, chissà perché. “Damme ‘sta suddisfazione”.























