di Giuseppe Crimaldi
“Non sai che ognuno ha la pretesa di soffrire molto più degli altri?”, scriveva Honoré de Balzac. Ma che cos’è il dolore? Una verità spaventosa, una ferita sempre aperta, la disgrazia per eccellenza, la nave diretta verso il suo porto naturale di destinazione? O che altro? E che cos’è la morte? Forse aveva ragione Seneca quando diceva che non temiamo veramente la morte ma il suo pensiero.
Può capitare, anche a Pasqua. Nel giorno in cui chi crede affida le sue speranze ad un’idea di risurrezione, può succedere che ti asalgano – mefitiche – le ombre della morte. Quest’anno non ci siamo fatti mancare niente. Dalla ignobile strage di studenti in Kenya alle fosse comuni scavate dai demoni dell’Isis per 1300 ragazzi che avevano deciso di servire lo Stato dell’Iraq e che sono finiti nelle mani dei macellai neri del Daesh. Ma forse l’orrore ancora non bastava. Non era sufficiente. Ci voleva dell’altro, e a quell’altro ha pensato la solita illuminata mente napoletana che ha deciso di coinvolgere la signora Antonella Leardi – madre di Ciro Esposito, ucciso a Roma prima della finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli – in un carosello sul lungomare cittadino dal quale si sarebbe voluta far partire una risposta agli insulti degli striscioni esposti dalla curva malpancista dello stadio Olimpico. Non ricapitoleremo le puntate precedenti: episodi che perpetuano un dolore incapace di restituire il morto alla madre. Né staremo a dire da quale parte stia la ragione, perché ciascuno si è già forse fatto un’idea chiara sullo stato dell’arte.
Eppure una cosa forse va detta. Chi scrive trova ingiusto continuare a mostrare il dolore, le lacrime e persino il sorriso coraggioso di una madre di fronte alla più violenta delle tragedie che le potessero capitare. Sopravvivere a un figlio è un dolore nel dolore. Uno strazio alla potenza. Chi scrive trova ingenerosa questa esibizione del dolore un tanto al chilo, e poiché chi scrive non vuole essere frainteso, aggiungerà anche che in questo teatrino che si perpetua in nome del povero Ciro Esposito ci sono, forse, troppi burattinai. Non ho conosciuto Antonella Leardi, ma ho incontrato lo zio di Ciro Esposito, persona perbene, uomo integro. Basterebbe ricordare che è stato anche un sindacalista che si è battuto per i diritti dei lavoratori, per non dover aggiungere null’altro a ciò che si sa già sulla famiglia del tifoso azzurro morto a Tor di Quinto.
Fuor dagli equivoci, dunque. Ma questa continua esibizione di un dolore di madre finisce per alimentare, in un Paese che di normale non ha quasi più niente, reazioni scomposte e inappropriate. In nome di quale speranza, o peggio ancora di quale prerogativa si pretende allora di portare la mamma di Ciro a un flash mob metropolitano con tanto di vecchie glorie sportive il cui unico obiettivo è rivendicare alla città di Napoli il diritto a “diventare la capitale mondiale della pace e dello sport?”. Ma di quale città state parlando? Forse della Napoli degli ultrà che accoltellano i tifosi delle squadre avversarie quando si gioca l’Europa League? Di quella che accoglie i supporters avversari con le bombe carta e che tenta di sfondare i cordoni di protezione fuori al San Paolo per menare i russi della Dinamo Mosca? Almeno ditecelo, se parliamo di quella città.
E di quale sport trasformato in vergogna nazionale state dicendo? Del calcio, forse? Di quella pantomima che esalta i cori sul Vesuvio o su “quella zoccola di Giulietta veronese”? Almeno ditecelo.
Stanchi di questa retorica del dolore, preferiamo ricordare Ciro per quello che era da vivo: un ragazzo onesto che per campare lavava le macchine a Scampia. Sì, a Scampia: dove anche i martiri in terra assomigliano ai giovani trucidati dalle brigate assassine di Al Shabaab o agli agnelli immolati sulle tavole pasquali imbandite da ogni cristiano benpensante.
Non confondete più il dolore con la spettacolarizzazione. Fatelo in nome di Ciro Esposito. E lasciate pure che, ignobili e nauseabondi, arrivino i commenti di quei romanisti cialtroni, lontani anni luce dalla vita e dallo sport vero, che solo ieri hanno postato su Google l’immagine di una mamma napoletana sommersa dalle banconote. Sul dolore non si specula. E chi lo fa – da una parte come dall’altra – non è poi tanto lontano da quello che fanno i macellai, sotto qualunque latitudine del mondo.










