di Adolfo Mollichelli
Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, / voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e visi amici: / considerate se questo è un uomo / che lavora nel fango / che non conosce pace /che lotta per mezzo pane / che muore per un sì o per un no. / Considerate se questa è una donna, / senza capelli e senza nome / senza più forza di ricordare / vuoti gli occhi e freddo il grembo / come una rana d’inverno. / Meditate che questo è stato: / vi comando queste parole. / Scolpitele nel vostro cuore / stando in casa, andando per via, / coricandovi, alzandovi. / Ripetetele ai vostri figli. / O vi si sfaccia la casa, / la malattia vi impedisca, / i vostri nati torcano il viso da voi.
Imparai a memoria la struggente poesia di Primo Levi “Se questo è
un uomo”. L’avevo eletta a manifesto, a simbolo contro ogni sopraffazione, a mio scudo interiore in difesa da ogni sopruso perpetrato dall’uomo su un suo simile. La recitavo spesso, come una preghiera. Mi riportava agli orrori di una guerra che non avevo vissuto. Toccante, commovente, straziante.
E collegavo, sul filo di una condanna contro ogni ingiustizia, le parole di Levi a quelle di Dostoevskj: nessun ideale vale le lacrime di un bambino tormentato senza colpa. Leggi, apprendi, interiorizzi. Ma ciò che ti resta dentro è come se fosse una spina che punge appena. Finché non vedi un luogo, non respiri un’aria irrespirabile, non vedi quelle parole che conoscevi a memoria come se fosse stata la prima volta. In una tenebra. E dentro, ti scatta un giuramento: mai più. E provi un dolore fitto e te lo porti dentro per sempre.
Nell’aprile del ’97 ero a Katowice al seguito della Nazionale di Cesare Maldini. In programma Polonia-Italia a Chorzow valevole per la qualificazione al mondiale francese (finì zero a zero).
Il giorno prima della partita, andammo a visitare il campo di sterminio di Auschwitz che distava una quarantina di chilometri dal nostro albergo. Ricordo l’angoscia che mi pervase nel leggere quelle parole sul portale in ferro battuto del campo, la macabra frase: Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, espressione del sadismo delle famigerate SS. Quel troncone di binario morto, l’ultima fermata per centinaia di migliaia di essere umani, mi introdusse nel regno dell’orrore.
Quelle bacheche che raccolgono protesi, occhiali, capelli, oggetti senza valore appartenuti ad essere umani trucidati nelle camere a gas: piccole stanze dal tetto baso, i bocchettoni dai quali uscivano i veleni. E su una parete, la poesia di Primo Levi. Lì assumono una valenza, un valore che non avevo compreso appieno. Fu di fronte alle parole di “Se questo è un uomo”, lette lì in quel contesto che mi resi conto della profondità di un dolore, ora veramente condiviso. Dopo quella visita ad Auschwiz, provai solitudine e sgomento, un senso d’angoscia che non mi ha più abbandonato. E ricollego quegli orrori del passato agli orrori di oggi, dovunque ci siano uomini, donne e bambini che soffrono e muoiono perché il “mai più” pronunciato dall’essere umano è una promessa vuota.
Le celebrazioni del giorno della memoria, d’accordo. Ma bisognerebbe ricordare sempre. A cominciare dalle scuole. Partendo dagli orrori di oggi, fino a risalire a quell’antro buio nel quale cadde l’uomo. Quando decise che l’appartenenza ad una razza fosse il passaporto per la vita. O per la morte.









