di Carlotta D’Amato
Te la do io Londra/4 Negli ultimi cinque anni sono quasi centomila gli italiani che si sono trasferiti nella metropoli inglese. Moltissimi i napoletani, anche un gruppo su Facebook. Ristoranti, pizzerie e bar, ma non solo. Basterfebbe ricordare il negozio di Rubinacci a Mount Street…
“Che ci vado a fare a Londra?” bisognerebbe chiederlo alle quasi 42mila persone che , solo nell’ultimo anno, hanno lasciato il nostro paese per spostarsi nella capitale inglese, con una crescita del 28 per cento rispetto al 2013. I nuovi emigranti che scelgono Londra sono in maggioranza giovani, tra i 18 e i 34 anni, attirati dal fascino della metropoli cosmopolita ma soprattutto dalle migliori opportunità di lavoro, con la ristorazione che fa ancora la parte del leone.
Il record di fughe londinesi del 2014 resta nel solco di un trend di forte crescita. Se al censimento del 1851 i nostri connazionali residenti a Londra erano 1.604, le cose ultimamente sono molto cambiate. Negli ultimi cinque anni, da aprile del 2009 a oggi, gli italiani che hanno richiesto un National Insurance Number, il numero della previdenza sociale necessario per trovare lavoro, sono oltre 93mila: è come se l’intera città di Lecce fosse andata a cercare fortuna oltremanica.
A leggere i dati sull’immigrazione, si rileva che, gli italiani che hanno attraversato il Canale sono il 12 per cento del totale degli expats (espatriati) sparsi per l’intera metropoli.
La zona “tricolore” d’elezione è l’East End, dalla quale provengono oltre 10mila richieste di National Insurance Number, targate Italia, di cui 3.500 solo nel 2014. Insomma, emigriamo in massa e senza troppe distinzioni tra padani e terroni, perché se il Sud rispetta la sua amara tradizione, fornendo il 41 per cento degli Italians a Londra, anche il Nord, a sorpresa, si attesta al 31per cento seguito dal Centro al 17 per cento.
Ma cosa fanno questi italiani sul suolo britannico, e soprattutto, cosa fanno i napoletani per vivere lì? Bar, ristoranti, tavole calde italiani, non a caso, spuntano come funghi; un po’ per alleggerire la nostalgia di casa e un po’ perché basta entrare in una caffetteria e scoprire che quasi tutto il personale proviene dal Bel Paese.
I napoletani continuano in questo trend, impiegati in gran parte come camerieri e come baristi, insomma, facendo quei lavori che a casa loro non farebbero nemmeno strapagati, ma che lì vanno a cercare di buon grado. Fatto è che i napoletani a Londra sono davvero tanti; c’è un gruppo su Facebook a loro dedicato, che mette in contatto chi proprio ha “pucundria” di casa e della pizza e senza sentire la nostra lingua proprio non sa stare.
Ma la nuova emigrazione, per molti, è temporanea, o almeno così diventa, perché per quanto il mercato del lavoro inglese abbia riservato una buona fetta ai nostri conterranei nel settore della ristorazione, in costante crescita, Londra è sempre e comunque una città che non perdona, un luogo arido, dove “chi vale, ce la fa e chi non vale se ne torna a casa” con la solita scusa, ormai obsoleta, che si è imparata una lingua.
Londra è una città dura che non si ferma mai dove per “arrivare” devi darti da fare il doppio e lavorare a ritmi serrati per tenerti al passo con una città che non ti dà tregua. Pochi, pochissimi ce la fanno, tanti tornano così come sono andati, con qualche tatuaggio in più e molti soldi in meno, perché la vita lì è davvero cara, affitti e trasporti in primis.
Ma quale è il segreto di chi invece ce l’ha fatta, e con quelli che ce l’hanno fatta si intendono quelli che sono andati a Londra e o, non sono ancora tornati, o hanno un bagaglio di esperienza e professionalità tale, da poterla rivendere davvero bene? Analizziamo un po’ i fattori del “successo”, partendo dalla storia di chi rientra nella categoria appena esposta.
I titoli scolastici; a Londra non è importante aver frequentato le migliori scuole ed università, non importa se hai master in ingegneria aerospaziale, ma ciò che conta è quello che sai fare. Ovviamente i suddetti titoli, in aggiunta all’esperienza e alle capacità personali, contano qui come altrove, ma la discriminazione tutta italiana “se non hai la laurea non sei nessuno”, qui non vale. La capacità di adattarsi ad ogni situazione; qui conta tanto. A meno che non riusciate da subito a trovare il lavoro della vostra vita o l’azienda per cui lavorate non vi mandi nell’ufficio di Canary Wharf, si sa che, all’inizio, si faranno i lavori più disparati e sottopagati, si verrà un po’ discriminati, ma alla fine, la perseveranza e l’intraprendenza vi consentiranno di emergere.
Spirito, mentalità e carattere; gli inglesi sono abilissimi organizzatori ma allo stesso tempo hanno la flessibilità e l’apertura mentale di un nordcoreano. Per questo, sfruttare le nostre abilità relazionali, la nostra fantasia, non solo li ammalierà, dato che non sono abituati a pensare “out of the box”, ma vi farà raggiungere risultati insperati.
Staccarsi dai meccanismi italiani delle raccomandazioni e dei raccomandati; tutto il mondo è paese e, dunque, le spintarelle, ci sono anche a Londra. Quello che nel nostro paese manca, però, è un sistema meritocratico che qui ancora è in piedi.
Certo è che il più grosso problema degli italiani in cerca di fortuna è che si vive di leggende metropolitane, c’è questo immaginario anni Settanta del lavapiatti sgrammaticato che diventa un self-made man, manager di successo con casa a Belgravia e modella mulatta accanto. Un po’ come il sogno americano oggi si può parlare di sogno londinese, certo, ma prima o poi, la sveglia, suona per molti, si, ma non per tutti.
( 4. Fine)













