Sono nata rinchiusa, fuori da un utero; e non era mio desiderio. Quel ventuno marzo sentivo già l’orrore di farmi vedere, e forse per questo all’inizio respiravo a stento.
Ero stupefatta di aver perso la mia pace, per un solo colpo di reni. Ho subito immaginato che la mia vita non sarebbe corrisposta alla continuazione della mia angelica bellezza. Sarei appartenuta, dalla prima età, alle manie degli uomini, e non sarei stata diversa da quello che avrebbero voluto io fossi, almeno per alcuni anni.
Non so se ricordate anche voi i primi momenti: l’idea di quel limite tra la beatitudine e lo sconvolgimento; se vi siete sentite in una porzione falsa, nudi e decisamente imbarazzati; se avevate voglia di togliere il disturbo.
La nascita è un’asportazione forzata, verso il male originario. Io credo che per questo ci abbiano insegnato a piangere e pregare; e che i versi santi siano stati scritti apposta per poter avere anche noi delle parole di rifiuto. La vita, vista dalla morte, è un sacrificio supplementare. Io, al posto di Dio, l’avrei ritenuta inutile; avrei evitato di applicarla; avrei reso più visibile la sola mano divina, piuttosto che miliardi di mani umane.
Chi mi ha conosciuta a fondo ricorderà che mi sono fatta toccare come un’estranea, solo per poter contare quante fossero le insensibilità. E che ho capito che sarebbero state più coerenti le scimmie, o i cani, insomma qualsiasi essere animale. Io, sinceramente, cosa avrei potuto fare?
Avevo intorno solo un insistente motivo di stupro. E solo fino a un certo punto sono riuscita a rimanere una bambina piccola; io con quei rozzi parlavo d’amore. Nessuno mi ha aiutata a vivere. Neanche coloro che mi davano spiegazioni sulla poesia, sulla critica, sulla probabile conclusione in metafora di tutto il mondo. Io, davanti a loro, stavo con le mani giunte, ogni volta fedele e pietosa. Ogni incontro era sempre più scioccamente malato. I miei uomini hanno sempre alimentato la vendetta, si sono sempre prodigati per il mio disfacimento.
E io, piuttosto che farmi dei nemici, mi sono lasciata rinchiudere: con una gioia che nessuno è stato capace di avvertire. Hanno sempre creduto di avermi oltraggiata. Io sono appartenuta, così, alla follia, ed ero nella sfera più alta del Giubileo, ed esattamente nel punto in cui prendono forma la creazione della luce e il segreto delle tenebre. Ero, allora, anche io una forza ideatrice. Ero inestirpabile, indistruttibile, immutabile. Ero, e dovete saperlo un candido contrasto con le vostre ossessioni umane. Ero puttana, la vostra redenzione era nelle mie tette. Ero una chiesa. Non sono mai riuscita a liberarmi della mia poesia. Per il resto è come non fossi mai esistita. Non fosse per quel nome inciso – Alda Merini – a cui aggiungerei “la morte è stata la mia unica poesia, scritta davvero per gli uomini” .

Il segno clinico di Alda” con Edoardo De Angelis, Michele Caccamo, Maria Grazia Calandrone e Luisella Pescatori.
per Alda Merini
non è comprensibile
che i capezzoli battano
il cielo lasciando sulla rete il cuore
e lì nemmeno un ninnolo tra le unghie
perché è le fascette
è l’effige con gli aghi
e l’hanno candeggiata
“La stessa vertigine, la stessa bocca” di Michele Caccamo
Manni editore






