di Giuseppe Crimaldi
Pozzanghere e sangue. Dalle Idi di marzo, ad una fiction di marzo. Un prete ammazzato fa sempre notizia.
E se a farlo fuori è qualcuno che gli punta in faccia la canna della pistola mentre lui si sta preparando a dire messa, allora i riflettori delle cronache sono assicurate. Metti poi nel conto un altro particolare: quel sacerdote indossa la tonaca in una terra di mafia, e se è lo stesso che ha tuonato contro la camorra ogni giorno e ogni maledetta domenica che il buon Dio manda in terra, allora l’apertura di pagina è assicurata.
Se solo potesse parlare oggi, don Giuseppe Diana – “don Peppino” – allora ne avrebbe di cose da dire. E quante. Lui che era uno che parlava col cuore, sempre, non esiterebbe a scrivere un’omelia arrabbiata. Incazzatissima. Guardandosi attorno: magari leggendo i giornali, i libri, collegandosi ai post sui social network, riguardandosi sulle oscenità messe in rete e consultabili su Youtube; oppure, molto più semplicemente, lanciando un distratto sguardo sui necrologi, sui postumi quanto tardivi encomi, sulle dediche di Stato incise nelle lapidi del marmo, che per sua stessa natura è pietra fredda come algida la morte.
Don Diana era un giusto, uno degli ultimi rimasti nel formidabile tamburo della pistola del Signore. E da giusto si sarebbe avvelenato a vedere la fiction sulla sua vita in terra di camorra, a Casal di Principe, almeno così come l’ha raccontata solo pochi giorni fa la Rai.
Trasformato a macchietta da un improbabile attore belloccio (?) con gli occhioni azzurri e un pelo biondo a cingergli le inutili tempie, roba da far rimpiangere – per chi ancora se lo ricorda – il buon Renato Rascel nei panni di quel bonaccione di padre Brown. Invece è andata proprio così. Tra gli istituzionali plausi scroscianti dell’anteprima di uno sceneggiato che nemmeno regge alla prova di “Un posto al Sole” (che pure ci vuole uno stomaco blindato a ingoiarsele tutte, una dopo l’altra, le novemilasettecentosettantatre puntate del polpettone).
Improbabile e azzardata, la fiction su don Diana andata in onda su Rai Uno ha riscosso applausi, fiori dal loggione ed elogi, persino da critici insospettabili: tra loro i corifei di “Libera”, decine di maitres a penser, e persino una di primo pelo senatrice d’estrazione riformista, ex cronista di razza pura la quale ebbe il merito di aver raccontato, scritto e rappresentato fedelmente di quelle Idi di Marzo del 1994 a Casal di Principe.
Succede. Capita anche questo quando la memoria si annacqua, s’emoziona guardandosi nello specchio finendo con l’innamorarsi della sua stessa immagine e con il cedere il passo all’Antimafia delle chiacchiere, degli show in tv. E dire che nessuno ricorda più una cosa: che quel giorno a Casale c’erano pozzanghere e sangue. Pozzanghere e sangue, ma poche lacrime. Il sole calante dopo la pioggia non ha davvero mai riscaldato nessuno. Tantomeno i servi di Dio.








